Made in Italy e digitali: in Italia oltre 230mila imprese innovano davvero

Censite per AssintelDigitale, impiegano quasi un milioni di talenti, realizzano il 3,9% del Pil nazionale, hanno al centro della propria attività il Web e sono le punte di diamante di una nuova imprenditoria “fluida” che funziona a dispetto della crisi.

In controtendenza rispetto a un’Italia che annaspa, oltre 230mila imprese e quasi un milione di talenti rappresentano quell’eccellenza che può diventare cuore pulsante del Sistema Paese.
Ne è convinta AssintelDigitale che, volutamente in anteprima a Milano, prima città in Italia per densità digitale, ha presentato i risultati di Long Wave, ricerca, ma anche progetto di ascolto e azione, che la verticalizzazione dell’Associazione nazionale coordinata da Maria Grazia Mattei dedica al mondo del made in Italy digitale.

A venirne fuori è l’immagine di organizzazioni talmente flessibili da risultare “liquide”, con ciò intendendo quanto di più lontano può esserci rispetto a classificazioni tradizionali incapaci di scovare opportunità in contratti atipici, come CoCoPro e Partite Iva, e di fare della creatività e dell’innovazione, anche sociale, la propria ragion d’essere.

Tanto che protagonista assoluto della loro organizzazione e della comunicazione interna è il Web, vera piattaforma di collaborazione per l’85% delle imprese indagate nello scorso mese di maggio dallo Studio Giaccardi e Associati attraverso un’indagine desk e un campione qualitativo rappresentato da 204 interviste.

Strutturato nel 60% dei casi sul singolo processo/commessa, ben il 63% delle realtà censite risulta digital native, ovvero nata sui nuovi paradigmi digitali, mentre il restante 37% deriva da un’evoluzione delle “vecchie” imprese It.
Con “Long Wave, la nuova impresa digitale” parliamo, infatti, di giovani Pmi sorte, nell’86% dei casi, dopo il 2000, aumentate numericamente di oltre 9 punti percentuali nel triennio horribilis 2009-2012 e con una previsione di fatturato in crescita del 68% nel 2013 in corso.
Non solo.

Quelle di cui va giustamente fiero Giorgio Rapari, in qualità di presidente Assintel, sono realtà che cubando poco meno del 4% del Pil nazionale, pari a 54 miliardi di euro l’anno, “possono diventare uno dei motori dell’innovazione di questo Paese”.
Rispetto al numero totale di soggetti censiti, infatti, ben 173mila aziende risultano a pieno titolo nuove imprese digitali capaci di muoversi in contesti innovativi, quali i servizi Web, mobile e Internet of things, software e Big Data, social media, digital entertainment e finance 2.0.

Al loro interno, lontano anni luce dalla logica del posto fisso, un popolo di addetti fatto di under 35 in possesso nel 58% dei casi di un titolo di laurea e, di un dottorato in poco meno del 20% dei casi, risulta per addirittura un terzo volutamente “atipico”.

In cerca di “un centro di gravità permanente”, anche per loro le criticità si confermano un costo del lavoro non sostenibile, la troppa burocrazia, un accesso a vecchi modelli di credito e la difficoltà di reperire competenze e formazione adeguata lungo poco meno l’80% del territorio nazionale, che rappresenta le aree meno digitali del nostro Paese.

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