Home Digitale Nelle stanze di Clubhouse si sussurra aspettando Facebook

Nelle stanze di Clubhouse si sussurra aspettando Facebook

Una settimana passata fra stanze silenziose e whispering rooms, fra voci di possibili cloni e strategie di sviluppo. Clubhouse cerca la sua dimensione ottimale, ma la strada sembra ancora lunga.

Un’altra settimana è passata. Sembrano mesi da quando Rohan Seth (@rohan) e Paul Davidson (@Paul) hanno incontrato gli utenti l’ultima volta (domenica 7 febbraio), presentando le caratteristiche chiave della nuova applicazione.

Ne abbiamo parlato nel precedente articolo dedicato a questo viaggio nel mondo di Clubhouse: nuova icona, nuove funzionalità, nuove potenzialità. Poi il 14 febbraio, alle 6:00 PM ora di Roma (9 AM ora di Oakland, in California) il duo si è ripresentato in una room che si è immediatamente riempita fino all’orlo per sottolineare quanto si stia facendo e cosa s’intenda fare di quella che è l’applicazione più seguita nelle ultime settimane.

Non ci sono novità radicali nella presentazione di Paul Davidson, coadiuvato dall’alter ego Rohan Seth (in assoluto silenzio per un’ora), spalleggiati da @Anu – la giovane indo-texana che ha rivolto al duo le domande degli utenti – e introdotto da Stephanie Saffa Simon (@Stephsimon), Head of Community + Content presso Alpha Explorations.

Una presentazione ufficiale delle nuove feature dell’app, seguita da una serie di chiarimenti sulle problematiche che da tempo assillano gli utenti.

Primo fra tutti la voce che le procedure di creazione dei club siano state sospese. Non è vero. Se ci si connette alle F&Q attraverso la rotella dentata in alto a destra sulla schermata dell’iPhone è possibile inoltrare le domande per la fondazione di club.

Sulla schermata del profilo, attivando il paragrafo “How can I start a club” e scorrendo in fondo allo stesso, si può accedere a un link (…you can find the club request from here). Il formulario che si apre è stato aggiornato e – seguendo le linee guida (in inglese) – è possibile inoltrare la richiesta per la formazione di un club.

Altra funzione di cui ho già parlato nel precedente articolo è quello del pulsante di condivisione. Quando ci si trova all’interno di una stanza è possibile inviare il link alla stessa direttamente attraverso il + che compare in basso (e che serve a invitare altri utenti di CH).

Nella schermata appare il pulsante share che apre la pagina di condivisione a tutte le applicazioni di messaggistica o di e-mail presenti nel sistema. Tutto è finalizzato ad aumentare le interazioni nella community, sia all’interno sia all’esterno della piattaforma.

Le interazioni – ha fatto capire @Paul nel suo monologo di domenica sera – sono subordinate alle responsabilità degli utenti, siano essi moderatori, speaker o semplici ascoltatori. L’arma dell’allontanamento è ora estesa anche alle persone che abbiano lasciato la stanza, così come la possibilità di denunciare comportamenti non adeguati: disinformazione, incitamento all’odio, al bullismo, alla discriminazione di vario genere.

Però attenzione: soprattutto nella funzione di moderatori la responsabilità è molto elevata. Il report viene seguito da un’inchiesta da parte dell’azienda che gestisce Clubhouse, quindi se l’allontanamento risultasse non giustificato, anche il moderatore potrebbe incorrere in sospensioni.

Quello che è importante, in Clubhouse, è comunque sempre il concetto di Real Identity Service, in cui è l’utente al centro del sistema (è stato usato ieri il termine “peoplecentric”), così come la sua reputazione nei confronti del prossimo, sia per argomenti trattati sia per le persone che segue.

E se questo lo estendiamo gli aspetti meramente commerciali, capiamo bene che la dichiarazione di @Paul sugli account aziendali sia stata così lapidaria: no ad account aziendali, sì all’incentivazione di club i cui portavoce siano persone che possano anche sviluppare finalità di monetizzazione. I co-fondatori di Clubhouse sono stati chiari: la monetizzazione non è un elemento prioritario nella filosofia del social d’ascolto.

Ma che fa Facebook?

Un mondo in evoluzione, dunque, che cambia di giorno in giorno e che si prepara a subire la pressione psicologica del più diffuso social network di sempre: Facebook. La presenza di @Zuck23 (aka Mark Zuckenberg) la settimana scorsa in una stanza di Clubhouse ha creato un rimbalzo frenetico di notizie.

Se ne è occupato il New York Times, che il 10 febbraio è uscito con un articolo dedicato al problema. La toccata e fuga del patron di FB nella stanza di Clubhouse ha lasciato capire che le potenzialità del meccanismo di CH fanno gola ai ragazzi di Menlo Park.

Ma quale sarà la prossima mossa di @Zuck23 vista la crescita incontrollabile degli utenti su Clubhouse?

La risposta di Emilie Haskell, portavoce di Facebook, al NYT è stata: “Noi connettiamo la gente attraverso tecnologie audio e video da molti anni e stiamo continuamente esplorando nuove vie per incrementare questo tipo d’esperienza per i nostri utenti”.

Un po’ come dire: nel giro di qualche settimana prepareremo una risposta degna dei miliardi di utenti che affollano i nostri spazi.

E se pensiamo a quello che è successo con le Stories di Instagram (clone quasi perfetto delle Storie di Snapchat), con Reels (che ha sbirciato e ripresentato il modello TikTok) e Rooms, riproposizione dei meccanismi delle più diffuse applicazioni di videochiamate (da Google Meet a Zoom), le conclusioni vengono da sé.

Alla domanda del giornalista del NYT circa le sensazioni dello staff di Clubhouse, il rappresentante interpellato ha declinato qualsiasi commento in merito.

Silent rooms, no thanks

Intanto le abitudini degli utenti di CH stanno gradualmente cambiando: si sa, i cattivi esempi vengono seguiti immediatamente dalla gente. Una delle pratiche che rischiano di trasformare questo social dalle grandi aspettative in un ammasso di ossessi in corsa per l’aumento dei follower è la pratica delle silent rooms.

Si tratta di stanze in cui nessuno parla; cimiteri digitali in cui, sotto le immagini statiche del profilo, ferve un’attività frenetica: ognuno segue gli altri, senza preoccuparsi del livello personale, della serietà, della simpatia, delle attività o dell’impegno dimostrato nel condurre o nel partecipare alle stanze.

Dopo un paio d’ore di permanenza ognuno si ritrova con 500-600 follower in più. Una pratica comune negli Stati Uniti che, a partire dal pomeriggio di sabato 13 febbraio, si è presentata anche in Italia attirando verso si sé, con la forza di un buco nero, centinaia di utenti.

A detta dei più, quella delle silent room è una pratica che mortifica le aspettative di questo social network. Alcuni fra i conduttori delle stanze più serie di Clubhouse hanno preso ufficialmente le distanze dalle Silent Room, ma la speranza che queste vengano meno è abbastanza remota.

Una speranza che – a partire dalle dichiarazioni di Paul Davidson domenica pomeriggio – potrebbe però tradursi in radiazioni degli utenti che vengono beccati a fare il giochetto. Un po’ come chi partecipi a stanze in cui si rilevino violenza, disinformazione o odio razziale/religioso.

Whispering room

Dalle stanze silenziose – da evitare come la peste – alle più rassicuranti whispering room; si bisbiglia qui, non si parla; così come si farebbe all’interno di una camerata nel pieno della notte.

E infatti sono stanze notturne queste.

Il grande mattatore della più famosa whispering room (“Lullaby Club 😴 🛌 Get Soothed”) è Axel Mansoor, il musicista che presta la sua immagine all’icona di Clubhouse. Qui i contenuti sono principalmente musicali, ma anche un graduale abbassamento del livello sonoro delle discussioni.

Guai alzare la voce qui. Qui ci si concentra sui bisbigli soporiferi dell’artista americano e si viene invitati a prendere sonno cullati dall’idea che arrivi presto il mattino, pronti a connettersi e a entrare e uscire dalle sempre più numerose stanze di Clubhouse.

A proposito di numeri, sono state 27.000 le stanze dedicate all’amore create nella sola giornata di San Valentino, mentre dall’inizio della settimana milioni di utenti cinesi sono stati privati della possibilità di accedere all’app del momento. Non è sicura, a quanto pare.

Ne riparleremo, prossimamente, come di mille altri argomenti.

Come sempre ringrazio @saralaratro, @alidapantone e da oggi anche @dennysdionigi, miei compagni di viaggio.

Riccardo Busetto è su Clubhouse: @riccardobusetto

Tutti i nostri articoli su Clubhouse

Clubhouse cambia pelle: cosa c’è nella nuova app

Clubhouse, manca poco alla versione per Android

Clubhouse, cronaca di una settimana vissuta a squarciagola

Clubhouse, cos’è e perché è il social del momento

 

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi rimanere sempre informato sulle novità tecnologiche

css.php