San Giuseppe, QlikView: liberare l’immaginazione per la data discovery

Una Business intelligence a-la-Google, sintetizzata nel concetto di analisi in tempo zero. Oltre gli slogan: si tratta di scardinare le gerarchie. Pena, il ritorno all’anarchia della Bi.

Appena chiusa la user conference milanese di QlikView Italy società che propone una via alternativa alla Business intelligence, incarnata nella omonima soluzione QlikView, abbiamo incontrato il presidente e socio fondatore, Massimo San Giuseppe, che da anni ha creduto nella tecnologia della società scandinava (che ora ha sede centrale in Pennsylvania e si chiama QlikTech) e che oggi veste i panni di un ceo moderno: tecnologo quanto basta, visionario altrettanto.

Chiedendogli un parallelo fra il recente e i precedenti momenti di incontro con l’utenza italiana emerge il costrutto di una proposta che a tratti si rivela innovativa:
«L’anno scorso abbiamo tenuto una user conference tradizionale, parlando al nostro mondo, fatto di 3mila clienti in Italia. Stavolta ci siamo aperti di più a chi non ci conosceva».

Vi siete rivolti ai prospect, quindi. Per dirgli cosa?

Per trasmettergli un concetto: business discovery. Ossia la Business intelligence di ultima generazione si basa su un caposaldo: l’utente è protagonista dei dati, non deve più rincorrere l’It per avere le informazioni che gli servono, qualsiasi siano i record. Noi la chiamiamo zero wait analysis.

È questo a cui punta il paradigma tecnologico di QlikView?

La possiamo fare perché abbiamo la forza tecnologica. Sappiamo lavorare sul dato puro, potendo aggregarlo in dinamico. Abbiamo un motore associativo che pone allo stesso livello tutte le informazioni. Un po’ come avviene nel classico processo di discovery che si fa quando si usa Google, in cui nessuno sa a priori quali passi seguirà per arrivare alla informazione che cerca, e magari cambia anche il bersaglio strada facendo.

Proponete un cambio di regime nell’analisi dei dati…

Certo, un’attitudine del genere in azienda spesso è forbidden. Questo modo di fare discovery ha un impatto culturale e organizzativo forte, scardina le gerarchie.

Intollerabile per qualcuno?

Ma necessario. Mi diceva un cliente che per arginare le richieste degli utenti interni aveva implementato una procedura talmente strutturate che frustrava gli utenti prima ancora di iniziare il processo. Va trovata una soluzione a casi simili.

Gli utenti sono nella predisposizione corretta per recepire questa proposta?

Si, perché in questa situazione di mercato non c’è più tempo per fare progetti lunghi. L’alternativa è tornare all’anarchia della Business intelligence, in cui si iniziano le analisi con i fogli di calcolo. Invece servono tecnologie che smaterializzino il costo dell’informazione.

In pratica cosa significa?

Abbandonare la linearità dei progetti, adottando un approccio tipico del Web.

Quali soggetti aziendali possono capirlo?

I soliti, il business e l’It. I primi devono arrivare ai risultati e si rivalgono sui secondi, che sono sempre i garanti dell’integrità dell’informazione.

Quando ha iniziato a portare in Italia QlikView si immaginava che si sarebbe arrivati a questo punto?

Si, perché quando si parla di user experience, come ha sempre fatto la casa madre, si parla di un concetto che muta continuamente.

E allora quali cambiamenti avverranno domani?

Ci sarà un’ulteriore smaterializzazione applicativa. Consumerizzazione vuol dire allontanarsi dalla tecnologia. Andremo oltre il numerico. Oggi navighiamo per finalità analitiche, domani faremo una data discovery più pura, sensa limiti all’immaginazione. QlikView offre già una vista anche su quello che si esclude a priori dalle richieste. Lo spirito è andare oltre lo spettro visivo. Si chiama unexpected analisys.

Il fatto che oggi si parli molto di analytics fa gioco?


Sì. È una moda, ma ci va bene. Perché si inserisce nel nostro sistema unico. Alcuni hanno calcolato che a un It manager servono 43 componenti applicative per una piattaforma di Bi. Noi gliene diamo una per tutto.

In cosa è visionario il modello che proponete?

Nel fatto che ci voleva coraggio quindici anni fa a credere nella Legge di Moore. In Svezia lo hanno fatto, in un momento in cui, accademicamente, il modello a cubi aveva successo. E nemmeno io ci ho pensato troppo, mi è sembrato convincente da subito.

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