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Quali sono le app più invasive nell’utilizzo dei nostri dati personali

Le app fanno ormai indissolubilmente parte della nostra vita quotidiana: dal mettersi in contatto con amici e colleghi al giocare, dal guardare film a investire in azioni e fare operazioni bancarie, non c’è molto che facciamo ogni giorno senza di esse.

Ma quale prezzo paghiamo per la facilità d’uso e la comodità che offrono?

A chiederselo è pCloud, società con sede in Svizzera che fornisce una soluzione all-in-one per l’archiviazione su cloud.

Recentemente Apple ha aggiornato la sua policy sulla privacy, offrendo agli utenti maggiori dettagli su come le diverse app usano i nostri dati e più chiarezza su dove vanno a finire le nostre informazioni personali.

pCloud ha usato la sua expertise di privacy online per esaminare più da vicino le preoccupazioni riguardanti la riservatezza che circondano le app mobili, cercando di capire quali sono quelle che richiedono più informazioni in cambio del loro utilizzo.

Usando le nuove etichette sulla privacy di Apple presenti nell’App Store, pCloud ha quindi identificato quali app condividono più dati privati degli utenti con terze parti e quali per i propri benefici, per trovare le app più invasive in assoluto.

Tutte le informazioni che l’utente accetta di far raccogliere da un’app possono essere analizzate a vantaggio del publisher dell’app e persino condivise, mette in evidenza pCloud, che aggiunge: l’utente acconsente a questo accettando i termini e le condizioni.

Tutto, dalla cronologia di navigazione, alla posizione, ai dati bancari, ai contatti e ai livelli di fitness, può essere prezioso per le app da conservare, usare o vendere. Se, da un lato, tutti gli sviluppatori hanno la responsabilità di mantenere questi dati al sicuro, ciò non significa sempre che essi rimangano nei loro sistemi, sottolinea ancora pCloud.

app dati personali pCloud

Le app raccolgono i dati degli utenti per molte ragioni. Uno dei primi motivi è di rendere migliore l’esperienza d’uso, tracciando come l’utente interagisce per correggere i bug e migliorare il funzionamento.

Tuttavia, le app usano le informazioni anche per definire i target degli annunci pubblicitari. Questo viene fatto passando i dati a terze parti, cosa che la ricerca di pCloud ha rivelato essere fatta da più della metà delle app. Le terze parti potrebbero essere associate alla società che gestisce l’app, o potrebbero semplicemente pagare una fee per accedere ai dati degli utenti dell’app.

Le società di social listening sono spesso la destinazione in cui finiscono i dati degli utenti. Aziende come BuzzSumo e Hootsuite raccolgono i dati per consentire di analizzare, capire e, infine, vendere agli utenti.

Lo studio di pCloud rivela che Instagram, Facebook e LinkedIn sono le app che condividono più dati con terze parti.

Parlando di una delle piattaforme più popolari, ogni volta che si cerca un video su YouTube, il 42% dei propri dati personali viene inviato altrove. Questi dati andranno a determinare i tipi di pubblicità che l’utente vedrà prima e durante i video, oltre ad essere venduti alle marche che avranno l’utente come target su altre piattaforme di social media.

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YouTube, prosegue l’analisi di pCloud, non è l’app peggiore quando si tratta di vendere le informazioni riguardanti gli utenti. Questo primato va a Instagram che, sempre secondo lo studio di pCloud, condivide un impressionante 79% dei dati con altre aziende. Ciò comprende di tutto: dalle informazioni sugli acquisti ai dati personali, alla cronologia di navigazione.

Non c’è da stupirsi che ci siano così tanti contenuti promozionali nel proprio feed. Con oltre 1 miliardo di utenti attivi mensili, secondo pCloud è preoccupante che Instagram sia un hub per la condivisione di una quantità così elevata di dati dei suoi utenti.

Al secondo posto c’è Facebook, che dà via il 57% dei dati dell’utente, mentre LinkedIn e Uber Eats cedono entrambi il 50%. Per quel che riguarda le app del settore food, sottolinea pCloud, Just Eat, Grubhub e My McDonald’s sono le uniche tre dello studio della società di cloud storage che non cedono alcunché, ma usano piuttosto i dati degli utenti per il tracciamento della posizione e per le loro esigenze di marketing.

Lo studio condotto da pCloud ha rivelato che l’80% delle app usa i dati degli utenti per commercializzare i propri prodotti nell’app e al di fuori.

Le prime due in questo ambito sono Instagram e Facebook. Entrambe sono di proprietà di Facebook e usano l’86% dei dati per vendere all’utente più prodotti e visualizzare annunci pubblicitari rilevanti per conto di terzi.

A seguire ci sono Klarna e Grubhub, che usano il 64% dei dati, mentre Uber e la sua app per il cibo, Uber Eats, usano entrambe il 57%.

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Per chi è preoccupato del fatto che le sue informazioni vengano condivise, lo studio di pCloud rivela anche quali sono le app più sicure da usare, per mantenere i propri dati al riparo e privati.

Alcune app il cui utilizzo ha avuto un’ampia diffusione in periodi di lockdown, come Skype, Microsoft Teams e Google Classroom, in base allo studio di pCloud non raccolgono alcun dato e sono in cima alla lista di quelle sicure, insieme a Clubhouse, Netflix e Signal.

Le stelle in ascesa dei social media Bigo Live e Likke sono tra le prime 20 app più sicure da usare, raccogliendo solo il 2% dei dati personali degli utenti.

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Infine, basandosi sulla quantità di dati che le app raccolgono complessivamente per vendere e tracciare, pCloud ha classificato oltre 100 delle app più popolari in tutto il mondo, in ordine di quanto siano invasive.

La popolare app di aste Ebay è al 5° posto, tracciando e vendendo il 40% dei dati personali possibili. Il gigante dello shopping Amazon si è posizionato sorprendentemente in basso nella lista, sottolinea pCloud, con un monitoraggio minimo per la propria pubblicità e nessun dato passato a terzi.

Oltre ai risultati, pCloud ha condiviso anche la metodologia con cui ha condotto il suo studio.

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