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Microsoft sostiene la ripartenza italiana con Ambizione Italia #DigitalRestart

L’Italia affronta la fase 3 della emergenza sanitaria, e ripartire sarà molto complesso: ne è ben consapevole Microsoft, che lancia Ambizione Italia #DigitalRestart.

La società americana, forte di oltre 20000 partner e di 300000 professionisti abilita Pubblica Amministrazione e aziende con tecnologie evolute, come IA e cloud computing.
Oggi Microsoft conferma il suo impegno in italia con un investimento di 1,5 miliardi nei prossimi 5 anni, attraverso #DigitalRestart.

Un piano illustrato da Silvia Candiani, AD di Microsoft Italia, che passa attraverso numerose direttrici e che conta sulla collaborazione fattiva fra tutti gli attori coinvolti.
Prime fra tutti le oltre 500000 Pmi italiane, cuore nevralgico del paese e al tempo stesso le realtà più colpite dal prolungato lockdown di inizio 2020.
Microsoft, come detto, investirà 1,5 miliardi e creerà una nuova Region Data Center. Sarà un data center molto moderno e – sottolineano in Microsoft – green, con il 70% dell’impatto energetico frutto della produzione energetica da fonti rinnovabili. Non esiste ripartenza che possa ignorare il tema della sostenibilità ambientale, ha sottolineato Candiani.

Il digitale in pochi mesi ha cambiato la mentalità di moltissimi italiani e altrettante aziende; sarebbe un grave errore non fare tesoro dell’esperienza maturata in questo duro periodo, continua l’AD di Microsoft. Una riflessione che ha solide basi, dato che l’88% delle aziende italiane quotate in borsa usa Teams, così come 1,5 milioni di studenti e il 70% delle università italiane.
Anche l’healthcare trae giovamento dalla collaboration, e 115000 pazienti hanno sfruttato Microsoft Healthcare Bot.

I risultati potenziali di #DigitalRestart sull’economia sono considerevoli: uno studio realizzato da Microsoft assieme al Politecnico di Milano stima in 9 miliardi l’impatto diretto sul business in Italia, oltre alla creazione di 10000 posti di lavoro entro il 2024.

Come da tradizione di Microsoft, la formazione avrà un ruolo centrale nell’investimento e riguarderà tanto le nuove leve, per creare le nuove professionalità necessarie già oggi.
Un investimento, quello di #DigitalRestart, che arriva in un momento critico per l’Italia: il rapporto Desi (ve ne abbiamo parlato anche noi) ci pone agli ultimi posto per competenze digitali.
Troviamo importante che anche gli imprenditori siano stati ricordati nella presentazione di Silvia Candiani. La formazione pensata per loro non ha lo scopo di riqualificarli professionalmente, ma di cedere loro le nozioni fondamentali per poter capire appieno cosa chiedere alla tecnologia, e di conseguenza saper gestire la trasformazione digitale della propria azienda

Un punto critico ben evidenziato da Candiani, è che evidenzia la scarsa cultura digitale italiana, è la presenza di ecommerce nelle aziende italiane: meno del 20% ne ha uno, quando nel regno unito la percentuale sale al 70%.

#digitalrestart

Ecco perché non si può trasformare digitalmente l’Italia calando regole dall’alto, è necessaria una profonda condivisione di intenti e strategie.

L’ufficio, nella nuova normalità, inizia ad essere percepito più come uno strumento che come un luogo di lavoro.
L’ecommerce si integra con il negozio fisico, e al tempo stesso riprendono piede gli esercizi commerciali di vicinato. Un mix di digitale e tradizione che ritorna e che si sposa appieno con lo stile di vita italiano, spesso sospeso tra passato e futuro.
Anche il mondo industriale ha assistito a grandi cambiamenti in questo inizio 2020: sono mutate profondamente  le supply chain, prediligendo fornitori locali meno soggetti a rischi di mobilità da lockdown. Inoltre si è registrata una repentina e verticale adozione della trasformazione digitale.

Mariano Corsi, direttore dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, ha fornito numeri chiarissimi sulle dimensioni dell’impatto del Covid-19. Nel 2019 erano circa 570.000 gli smart worker italiani, in crescita del 20% sul 2018. Nel periodo del lockdown, sono stati fino a 8 milioni gli smart worker, avvantaggiando non poco le aziende che avevano già intrapreso un percorso di trasformazione digitale.

Queste organizzazioni in diversi casi hanno perfino visto aumentare la propria produttività. Per quanto riguarda i lavoratori, molti erano impreparati ma hanno saputo mettersi in discussione e, fra non poche difficoltà, si sono adattati al new normal la larga maggioranza dei lavoratori.

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