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Oggi è il Data Protection Day: proteggere la privacy è sempre più importante

Era il lontano 2006 quando il Consiglio d’Europa decise di istituire il Data Protection day, da celebrare ogni anno il 28 gennaio.

Infatti, in ogni istante dati personali di ognuno di noi vengono raccolti ed elaborati: al lavoro, nelle relazioni con le autorità pubbliche, in ambito sanitario, durante l’acquisto di beni e servizi, i viaggi o la navigazione sul Web.

Nonostante questo, troppo spesso le persone non conoscono i rischi associati alla protezione dei dati personali e i propri diritti in questo ambito. Raramente sono consapevoli di ciò che possono fare se ritengono che i propri diritti siano stati violati o del ruolo delle agenzie nazionali di protezione dei dati.

Nel 2020 il Data Protection day questo evento assurge a valore ben più che simbolico: se nel 2006 i problemi legati alla protezione dei dati personali erano appena abbozzati, oggi abbiamo una chiara e incombente sensazione di continua aggressione alla nostra privacy.

La privacy, in una società digitale, è esposta ad una grande quantità di attacchi, in particolare partendo dalla enorme diffusione dei social network.

Un esempio su tutti: lo scandalo Cambridge Analytica- Facebook. Questo evento, che coinvolse decine di milioni di utenti, ha contribuito non poco ad innalzare il livello di attenzione sul tema della privacy, e il Data Protection Day ricorda ogni anno come sia importante non abbassare mai la guardia. 

In questa data, governi, parlamenti, organismi per la protezione dei dati e altri attori svolgono attività per accrescere la consapevolezza sui diritti alla protezione dei dati e alla privacy.

Queste attività comprendono campagne mirate per il pubblico, progetti didattici per insegnanti e studenti, porte aperte a conferenze e agenzie per la protezione dei dati.

La convenzione per la protezione dei dati, unico trattato internazionale in questo ambito, è in fase di aggiornamento per garantire che i principi di protezione dei dati siano ancora in linea con le esigenze odierne.

Starà alle organizzazioni di ogni dimensione, alle associazioni di consumatori, ai garanti e (in ultimo) ai cittadini far si che su questo tema non cada mai l’oblio.

 

Data Protection Day

 

La privacy a un anno e mezzo dal GDPR

La nuova Giornata Europea per la protezione dei dati, a un anno e mezzo di distanza dall’entrata in vigore del GDPR, per l’Accademia Italiana Privacy è una occasione per fare un bilancio.

Ne emnerge un quadro con luci e ombre, in cui le buone notizie sono bilanciate da un panorama che desta ancora preoccupazioni, sia sotto il profilo della gestione dei dati da parte di aziende e istituzioni, sia sotto quello della sensibilità degli utenti.

Per Alessandro Papini, Presidente dell’Accademia Italiana Privacy, “La sicurezza dei dati dipende sia da chi li concede, sia da chi li gestisce. Le aziende possono e devono fare molto di più per proteggere i propri sistemi, ma dall’altra parte è essenziale che gli utenti siano consapevoli di quali informazioni forniscono, a chi, per quali scopi e per quanto tempo”.

Per l’Accademia gli utenti singoli utilizzano servizi online e offline con un livello di consapevolezza ancora piuttosto basso: sono pochi gli utenti che si preoccupano di impostare le regole per la protezione della privacy, soprattutto sui social network, o utilizzano strumenti per proteggere le informazioni personali.

Sul versante di aziende e istituzioni il GDPR sembra aver portato qualche frutto in più. Lo dicono i dati recentemente rilasciati sulle sanzioni comminate a livello comunitario, che ammontano a 114 milioni di euro a seguito di 160.921 violazioni segnalate dal 25 maggio 2018.

In Italia nei 20 mesi di applicazione della normativa europea sono state elevate multe per 11,5 milioni di euro.

Ma gli effetti positivi del GDPR non si misurano solo sulla base delle multe. Uno degli aspetti più importanti del Regolamento, rileva l’Accademia, è l’obbligatorietà della denuncia di violazioni.

Il dato che deve far riflettere sul livello di applicazione della normativa a livello italiano è proprio quello delle segnalazioni di breach dei sistemi, decisamente al di sotto di quello di altri paesi.

La classifica, guidata dall’Olanda con 40.000 segnalazioni, vede seconda la Germania (37.000) e terzo il Regno Unito con 22.000 violazioni rese pubbliche. L’Italia si piazza invece al terzultimo posto nell’UE con 1.886 segnalazioni. Per Papini “I soggetti interessati nel nostro paese devono rendersi conto che il GDPR è un’occasione unica per colmare il gap che ci separa da altre realtà in cui la valutazione d’impatto sula privacy è considerato un fattore determinante a livello reputazionale”.

 

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