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Software AG, integrazione applicativa al servizio del retail

Quando si parla in senso astratto della digital transformation la si può considerare genericamente come l’adozione di nuove tecnologie per sviluppare nuove forme di business. Quando però si scende nel dettaglio a definire concretamente una strada di implementazione di queste tecnologie, le visioni possono essere anche molto diverse fra loro. Quella di Software AG è sempre stata relativamente “agnostica”, evitando il rischio delle soluzioni puntuali e puntando piuttosto allo strato di integrazione.

Dato infatti per scontato che le grandi imprese hanno sviluppato nel tempo una infrastruttura complessa su cui è difficile intervenire apportando modifiche, se si vuole portare innovazione con una (relativa) semplicità conviene, secondo la software house tedesca, dotarsi di due componenti fondamentali. La prima è una infrastruttura applicativa che consenta di sviluppare e implementare applicazioni, la seconda è una parte di middleware più astratta che permetta alle applicazioni di dialogare e di concretizzare la logica di business.

In casa Software AG questa visione è concretizzata nella Digital Business Platform (o Hybrid DBP se consideriamo anche l’estensione al cloud) e ha una suddivisione per prodotti ovviamente più articolata rispetto alle due macro-componenti citate.

Il modello architetturale di Software AG

Tra gli elementi più importanti troviamo una parte di disegno e gestione dei processi di business con ARIS e Alfabet, la parte di integrazione con webMethods, la streaming analytics di Apama e la gestione in-memory dei dati con Terracotta. Prodotti molti diversi ma uniti dalla concezione base del valore dell’integrazione, a tutti i livelli, in una evoluzione moderna dei concetti di Enterprise Service Bus (ESB) o Service Oriented Architecture (SOA).

L’integrazione nel retail

Oggi integrazione è una parola chiave per le aziende che non solo vogliono eliminare i classici silos dell’IT per migliorare i processi aziendali ma devono anche farlo prima e meglio di altre sulla spinta delle esigenze dei clienti e dei loro molti canali. Retail e fashion in primo piano, quindi, tanto che molti grandi clienti di Software AG sono proprio in questi ambiti.

Tra questi clienti c’è anche Furla, il cui IT Director Aldo Chiaradia ha puntato proprio sull’integrazione come primo passo su un percorso di innovazione. “La prima iniziativa – spiega – è stata proprio mettere al centro del sistema non una nuova applicazione ma una tecnologia apparentemente infrastrutturale per il dialogo tra sistemi e applicazioni… Questo porta un cambiamento culturale per molte persone dell’azienda, non solo nell’IT”.

Aldo Chiaradia, IT Director di Furla

Il ruolo dello strato di integrazione è anche quello di abilitatore, in prospettiva, perché elimina molte delle rigidità delle classiche infrastrutture IT. “Il sistema informativo – sottolinea Chiaradia – resta sempre prima di tutto un grande problema di integrazione… Un ESB è un agevolatore del cambiamento perché impone nuovi modelli di pensiero, dà a ciascun componente applicativo la libertà di evolvere più o meno indipendentemente dagli altri, senza la precedente integrazione forte”.

Attenzione però al classico miraggio della soluzione che risolve da sola i problemi: anche le tecnologie di integrazione devono essere supportate da un giusto approccio di metodo. “La tentazione di costruire integrazioni ‘a spaghetti’ esiste anche con un ESB perché questa sembra comunque la strada più semplice, con il vantaggio di avere un unico punto di osservazione da cui verificare il flusso dei dati e dei processi”. E proprio a proposito di processi, l’integrazione viene certamente facilitata da una buona parte di modellazione ma questa talvolta “è meno fondamentale di quanto possa sembrare, perché per i processi più evolutivi la velocità è tale che non c’è tempo per cristallizzarli”.

In Furla la parte di integrazione ha nel tempo conquistato il ruolo di supporto allo sviluppo dei sistemi e dei processi aziendali. Il prossimo passo è sfruttarla per architetture evolute basate sugli eventi, spiega Chiaradia: “Si passerà sempre di più dall’orchestration dei processi alla coreografia: gli eventi vanno ‘catturati’ quando si verificano e sono essi stessi che definiscono quanto accade dopo”. Verso il cliente, come è fondamentale per il retail, ma non solo: “La digital enterprise è spinta dall’esigenza di seguire il cliente ma influenza immediatamente tutte le operations a monte: o guardi i processi dall’inizio alla fine o hai una opportunità in meno”, ricorda Chiaradia.