Bufera Hp: sotto accusa l’acquisizione di Autonomy

La società iscrive una svalutazione da 8,8 miliardi di dollari: sotto la lente l’acquisizione di Autonomy. Ritoccati ad arte i conti prima dell’operazione?

Otto milioni di svalutazione sono pesanti.
Ma ancora più pesante è l’accusa.
Hanno colto di sorpresa Wall Street le dichiarazioni rese nella giornata di ieri da Hp che annuncia una svalutazione del valore di 8,8 miliardi di dollari, legandola all’acquisizione della britannica Autonomy.
Si punta il dito, ed è questo l’aspetto che le cronache finanziare mettono immediatamente in luce in queste ore, sulla competenza del Ceo Meg Whitman e del board, che non si sarebbero resi conto di gravi inesattezze nei conti presentati da Autonomy, che “premeditatamente” (si parla infatti di un ”willful effort”) ha gonfiato fatturato e utili e indotto in errore gli azionisti.

Un brutto colpo per Hp, che non solo ha registrato un tonfo nella giornata di ieri, con il titolo al minimo decennale di 11,71 dollari, ma soprattutto una valutazione di mercato lontanissima da quei 155 miliardi di dollari dell’aprile del 2000: oggi la società arriva alla soglia dei 20 miliardi di dollari.

È un brutto colpo anche per Meg Whitman, Ceo da poco più di un anno, che ricorda come l’acquisizione di Autonomy fu considerata una della mosse strategiche del suo predecessore Leo Apotheker: un investimento da 11 miliardi di dollari, con l’obiettivo di trasformare Hp in una società focalizzata su software e servizi, già all’epoca criticato da molti analisti perché giudicato eccessivo rispetto al reale valore della società acquisita.
Meg Whitman, tuttavia, ammette anche: ”La maggior parte del board c’era e votò a favore dell’acquisizione”, attribuendo di fatto all’intero consiglio direttivo la responsabilità di un errore di valutazione.
Anche se, ed è questo un dettaglio non da poco, Whitman ricorda che la società di consulenza che seguì l’acquisizione fu un gigante del calibro di Deloitte, non certo una realtà sconosciuta al mercato o impreparata.

Il punto è che non di primo errore si tratta.
L’annuncio della svalutazione di ieri, di fatto arriva tre mesi dopo un’analoga decisione, questa volta del valore di 11 miliardi di dollari, in capo alla divisione Eds.
Soprattutto arriva in un momento in cui si cerca di tirare le fila sul disegno che ha accompagnato in questi anni la strategia di acquisizioni della società: da Compaq a Palm, da Eds ad Autonomy.

In questo caso, va detto, Hp sembra decisa ad andare fino in fondo: ha informato la Sec (Securities and Exchange Commission) e ha chiamato in causa l’ufficio antifrodi, dichiarando la sua intenzione di rivalersi quanto possibile, per recuperare parte del denaro impropriamente versato a favore dei suoi azionisti.

L’ex Ceo di Autonomy Mike Lynch, uscito da Hp nei mesi scorsi, si dichiara sorpreso, ma nel contempo fiducioso di una sua assoluzione da qualsiasi imputazione, mentre Leo Apotheker, l’ex Ceo di Hp, l’uomo che insieme a Shane Robison,
Chief Strategy and Technology Officer, fortemente volle portare a termine l’operazione, si dichiara a sua volta colpito dalla notizia e garantisce massimo supporto alle autorità nelle indagini.

L’annuncio della valutazione arriva a margine della presentazione della trimestrale, chiusa con un fatturato di 29,96 miliardi di dollari, in calo rispetto ai 32,12 dell’anno precedente e al di sotto delle attese di Wall Street, e una perdita di 3,49 dollari per azione, contro l’utile di 12 cent ad azione, sempre di un anno fa.

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