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Safe Harbor illegittimo: cosa succede adesso?

L’Alta Corte dell’Ue ha dichiarato illegittimo il Safe Harbor, un patto transatlantico usato da 4.500 aziende per trasferire dati verso gli Stati Uniti. Non ordina però il blocco dei trasferimenti, ma permette ai singoli Stati di investigare sul rispetto delle norme nazionali. La sospensione del Safe Harbor è teoricamente possibile, ma l’impatto complessivo sarebbe davvero notevole.
La Commissione Ue aveva approvato il Safe Harbor nel 2000, anche se la privacy europea (nella direttiva del ’95) sembrava più stretta di quella garantita dagli Usa. L’Alta Corte ha agito in seguito al ricorso di Max Schrems, ventisettenne austriaco, studente in legge, che non apprezzava la cospicua mole di informazioni raccolta su di lui da Facebook, a sua insaputa e illegalmente secondo le norme europee.

Fanno uso del Safe Harbor più o meno tutte le grandi aziende: Facebook, Apple, Google, Ibm, Amazon, Microsoft e molte altre.
La questione riguarda ovviamente tutti i trasferimenti di dati, compresi quelli sull’e-commerce e sul cloud. Le aziende dovranno trovare altri sistemi, certamente più complessi e assai più lunghi da ottenere in quanto richiederanno autorizzazioni preventive degli organi preposti.
Diversa la questione relativa al cloud computing, dove è ipotizzabile che molti clienti decidano di cambiare fornitore, scegliendone uno i cui server risiedano nell’Ue e ne seguano la normativa, anziché rischiare multe e blocchi dei dati di contabilità, gestione e via discorrendo.

L’insicurezza dei dati personali, mostrata dal caso Snowden e dallo spionaggio di personalità europee attribuito alla Difesa statunitense, era già al centro di una ridiscussione dei termini di scambio dei dati con gli Usa. Anche questa parte potrebbe subire dei cambiamenti o dei rallentamenti. Un eventuale adeguamento sarebbe molto costoso per le piccole aziende, che in genere non hanno grandi uffici legali in grado di minimizzare l’impatto di eventuali cause.

Ovviamente finché non si trova un altro accordo le aziende possono essere investigate. La questione riguarderà probabilmente quelle già nel mirino per non pagare le tasse negli Stati nei quali raccolgono pubblicità.

In realtà la questione potrebbe rivelarsi meno complessa. Probabilmente molte aziende sceglieranno di continuare ad operare come fanno ora, parallelamente operando sugli scambi e sui sistemi a maggior rischio di controllo o di maggior valore per l’attività. Sicuramente molti confideranno anche nella ridotta capacità e volondei vari Governi di mettere in piedi un sistema di controllo che riveli l’inadeguatezza, commini la multa e faccia rispettare la sanzione. Il tutto in attesa di un nuovo accordo, nel cui nome le multe potranno essere dichiarate nulle.
Intanto le varie autorità europee, a partire da quella irlandese (dove iniziò il percorso legale di Schrems, nel 2013), stanno coordinando un’azione che implementi le decisioni dell’Alta Corte.

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