L’intelligenza artificiale non è più una tecnologia sperimentale. In molte aziende è già parte integrante delle attività quotidiane. Persone e organizzazioni, però, stanno evolvendo molto più lentamente della tecnologia.
È quanto emerge dal People Readiness Report 2026 di Kyndryl, uno studio condotto su 1.100 dirigenti business e IT in otto Paesi. Il 57% delle organizzazioni dichiara di avere ormai integrato l’intelligenza artificiale nei processi aziendali chiave oppure di averla distribuita su larga scala. Un anno fa la stessa percentuale era pari al 35%. Anche l’intelligenza artificiale generativa è ormai diffusa: il 77% delle aziende afferma di averla estesa a più funzioni aziendali.
La pressione sulle organizzazioni è destinata ad aumentare. Secondo Gartner, la spesa mondiale per l’intelligenza artificiale raggiungerà 2,52 trilioni di dollari nel 2026, con una crescita del 44% rispetto all’anno precedente. Con investimenti di questa portata, la capacità delle organizzazioni di preparare persone e processi diventa un fattore determinante per trasformare gli investimenti in risultati.
“È un momento cruciale per le organizzazioni che stanno accelerando l’adozione dell’AI”, afferma Kim Basile, CIO di Kyndryl. “I dati dimostrano che le organizzazioni che investono nelle persone, ripensando ruoli e attività, promuovendo aggiornamento e riqualificazione e accompagnando i dipendenti nel cambiamento, ottengono risultati significativamente migliori.”
La crescita dell’adozione, però, non sta producendo automaticamente i risultati attesi. Solo il 32% delle organizzazioni afferma di aver raggiunto almeno uno dei principali obiettivi fissati per l’intelligenza artificiale e appena l’11% dichiara di averli centrati entrambi.
Il divario riguarda soprattutto persone e competenze
La distanza più evidente non riguarda l’infrastruttura tecnologica, ma la preparazione delle persone.
Solo il 23% dei dirigenti considera la propria forza lavoro pienamente pronta a sfruttare l’intelligenza artificiale, sei punti percentuali in meno rispetto al 2025. La preparazione dei dipendenti viene valutata inferiore rispetto all’infrastruttura IT (35%), alla leadership aziendale (35%) e alla strategia di business (33%).
Quasi quattro organizzazioni su cinque (79%) ritengono inoltre che l’evoluzione dell’intelligenza artificiale procederà più rapidamente della capacità delle imprese di adeguare competenze, governance e modelli operativi.
I principali ostacoli non riguardano la disponibilità dell’intelligenza artificiale, ma la capacità delle organizzazioni di integrarla efficacemente nei processi aziendali. La cybersecurity (52%), la disponibilità di competenze e talenti adeguati (49%) e la qualità dei dati (47%) sono le criticità citate più frequentemente.
Il 94% degli intervistati ritiene preferibile investire nell’aggiornamento dei dipendenti già presenti in azienda piuttosto che ricercare nuove figure professionali sul mercato.
Nonostante questa consapevolezza, poche organizzazioni hanno già costruito gli strumenti necessari per accompagnare la trasformazione: il 34% dispone di una mappatura completa delle competenze interne, il 31% ha definito una strategia strutturata di aggiornamento professionale e soltanto il 25% ha predisposto percorsi di transizione per i ruoli maggiormente interessati dall’automazione.
Le differenze emergono anche tra i diversi settori. Le aziende delle telecomunicazioni (29%) risultano quelle che si considerano maggiormente preparate all’adozione dell’AI, seguite da energia e utility (26%) e manifattura (25%). Più indietro si collocano assicurazioni (18%), servizi bancari e finanziari (17%) e sanità (16%).
L’AI ridisegna i ruoli più che sostituire il lavoro
La trasformazione in corso riguarda soprattutto il modo in cui viene organizzato il lavoro.
Il 61% delle organizzazioni ha già iniziato a riprogettare ruoli e funzioni in funzione dell’intelligenza artificiale, mentre il 24% sta creando nuove figure professionali dedicate alla gestione, alla supervisione e al coordinamento dei sistemi AI. Per il 95% dei dirigenti i ruoli evolveranno verso una collaborazione tra persone e AI piuttosto che verso la sostituzione del lavoro umano.
L’82% ritiene che il processo decisionale sarà sempre più condiviso tra persone e sistemi di intelligenza artificiale, mentre il 68% dichiara di aver introdotto meccanismi di feedback continui per migliorare contemporaneamente le prestazioni dei dipendenti e quelle dei sistemi AI.
Agenti AI: cresce l’autonomia, ma non la fiducia
L’arrivo degli agenti AI rende ancora più evidente il ritardo organizzativo.
L’81% delle organizzazioni prevede che entro i prossimi dodici mesi agenti autonomi prenderanno decisioni con un impatto significativo sul business. Tuttavia, solo il 25% dichiara di avere piena fiducia nei sistemi di intelligenza artificiale che operano senza supervisione umana e appena il 24% estende questo livello di fiducia agli agenti che interagiscono direttamente con i clienti.
L’autonomia dei sistemi non elimina però la responsabilità umana. Per il 47% degli intervistati l’accountability resterà in capo alle persone, spostandosi progressivamente dall’esecuzione operativa alla supervisione e alla validazione delle decisioni prese dall’AI. Un ulteriore 32% ritiene addirittura che la responsabilità aumenterà, perché sarà necessario verificare e approvare gli output prodotti dai sistemi intelligenti.
Parallelamente, la governance fatica a tenere il passo. Solo il 23% considera adeguati gli attuali meccanismi di governance e compliance per sostenere l’adozione dell’AI. Il 33% dispone di policy che definiscono chiaramente quali decisioni non possano essere delegate all’intelligenza artificiale, mentre il 27% ha implementato un registro centralizzato dei sistemi AI utilizzati all’interno dell’organizzazione.
Il modello dei “Pacesetters”
Nel campione emerge un ristretto gruppo di organizzazioni, pari al 9%, che Kyndryl definisce Pacesetters. Si tratta delle aziende che hanno già completato tre passaggi fondamentali: ridisegno dei ruoli, programmi strutturati di change management e preparazione della forza lavoro all’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
Rispetto al resto del campione, queste organizzazioni ottengono risultati significativamente migliori. Hanno una probabilità 1,5 volte maggiore di registrare una crescita dei ricavi attribuibile all’intelligenza artificiale e una probabilità 1,6 volte superiore di accelerare l’innovazione di prodotti e servizi. Si distinguono inoltre per livelli di governance più maturi e per una maggiore capacità di integrare persone e tecnologie nei processi aziendali.
Questa differenza emerge anche sul fronte della fiducia. Nelle organizzazioni che hanno implementato framework di governance completi, la fiducia nell’affidabilità degli output generati dall’AI raggiunge il 45%, contro il 24% delle altre aziende. La fiducia nei sistemi autonomi che operano senza supervisione umana sale invece dal 20% al 38%.






