Il pericolo pensione dei manager Ict

Per mitigare l’ondata pensionistica di responsabili It e non, che fra qualche anno colpirà le grandi aziende, servono idee e servizi destinati a gestire le competenze

Per quelle imprese che, presto o tardi, avranno a che fare con il problema conosciuto presso gli ambienti dell’economia d’azienda come la quiescenza dei "baby boomers" (nati, cioè, nel primo periodo di benessere registrato dall’economia occidentale nel dopoguerra), stanno nascendo nuovi servizi di consulenza.


Tutto è riconducibile alla considerazione, che risale a qualche anno fa, relativa al pensionamento della prima generazione di tecnologi d’azienda, che poi sono quelli che hanno introdotto e gestito il mainframe nelle società di produzione.


Righe di Cobol scritte da sereni pensionati giacciono intoccate e intoccabili nei data center di banche, istituzioni e aziende, anche perché nessuno, o pochi, sono in grado di toccarle.


Il problema sta per riproporsi, non tanto per il fatto di detenere le competenze per modificare il Cobol, quanto per aggiornare il contributo dei sistemi informativi esistenti alle esigenze, attuali e future, di trasformazione dell’It, e coinvolge anche altri porzioni di management.


L’iniziativa dell’Ibm Business Consulting Services Human Capital Management Group, allora, si dirige verso quelle aziende che fra cinque anni avranno buona parte dello staff It nato fra il 1946 e il 1964 e, quindi, con una quota rilevante in età pensionabile. Persone che sono e saranno detentori di conoscenza e, quindi, di vantaggio competitivo e che andandosene, tout court, dalle aziende potrebbero diminuire proprio la competitività dell’azienda stessa.


Big Blue, da tempo, ha approntato un insieme di servizi, costruiti con il contributo di consulenti, antropologi, ricercatori e sociologi, tesi dapprima a comprendere l’impatto sul business della composizione della forza lavoro e, poi, orientati a elaborare strategie e metodologie per gestire le competenze. Non sono escluse azioni per il mantenimento in organico, il miglioramento della produttività, e, ovviamente, il trasferimento di competenze alle giovani generazioni di tecnici.


Il tutto per far imboccare un percorso, che non prevede marce indietro, sulla strada degli standard aperti.

Il problema dello skill shortage


L’allarme lo lancia anche Robert Rosen, presidente della Ibm Share, la più antica organizzazione indipendente degli utenti Ibm, che commentando l’azione deficitaria della Fema (Federal Emergency Management Agency), praticamente la protezione civile statunitense, in occasione degli uragani Katrina e Rita, ha ascritto parte delle colpe alla mancanza presso l’ente governativo di adeguate competenze informatiche. Ma il problema cosiddetto dello skill shortage di competenze informatiche riguarda non solo la Pubblica amministrazione, e non solo quella americana, ma un po’ tutto il mercato.


Rosen, che è uomo esperto, fa notare che la situazione potrebbe riverberarsi criticamente anche nel breve giro di un anno o due. Il presidente di Ibm Share porta, addirittura, alla luce il fatto che nel contesto delle agenzie federali, l’80% dei detentori di competenze chiave potrebbe andare in pensione anche da subito, se volesse. Se dovesse accadere, ovviamente, sarebbe un grave problema per tutta la struttura americana, e, per induzione di effetti, anche per il contesto politico economico globalizzato.


Anche perciò, Rosen chiama in causa tutta la comunità tecnologica, asserendo che il problema è generale.


Secondo il presidente, inoltre, la categoria dei programmatori dovrebbe essere quella che a breve risentirà del primo grande ciclo. Accanto all’automatizzazione delle strutture informatiche, c’è anche bisogno di chi sappia mettere le mani sul codice. Gente che il codice lo conosce, insomma. Per esempio, come fa notare Rosen, si registra una gran domanda di conoscenze del vecchio Cobol, mentre in giro le persone che lo sanno maneggiare sono numericamente scarse.


Come rimediare al problema? Per Rosen e per la sua associazione, la leva da azionare è quella del training e dei corsi per tenere vive le conoscenze.


Insomma, se una persona vuole andare in pensione ne ha tutto il diritto e ci mancherebbe che gli venga impedito. Così come è perdente, nel senso di sistema economico, pagare due volte (pensione, più stipendio di consulente) un tecnologo pensionato. Meglio sarebbe portare la conoscenza verso altre menti, sostenendo un costo adesso, per beneficiarne in futuro. A meno che non si voglia far fare tutto a Bangalore.

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