Francesco Iervolino, Deloitte: l’IA è un’opportunità eccezionale, da sfruttare con la giusta regolamentazione

Francesco Iervolino Deloitte

Pochi altri argomenti hanno fatto irruzione in passato come sta succedendo attualmente con l’Intelligenza Artificiale. Una rivoluzione ormai annunciata, ma per tanti è fonte di preoccupazioni. In occasione della fine dell’anno, situazione ideale per provare ad analizzare il pensiero corrente e ricavarne tendenze e spunti. Un compito di fronte al quale Deloitte non ha esitato a cimentarsi e che ha prontamente tradotto in pratica con l’Innovation Summit dello scorso 28 novembre, al Maxxi di Roma

Considerate le forti implicazioni sulle abitudini e sull’innovazione, una questione molto delicata. «Soprattutto in Italia e in Europa, stiamo vivendo una sorta di combinazione tra discussioni e fatti concreti – spiega Francesco Iervolino, partner di Deloitte Italia -. Non si tratta però di timore o diffidenza, quanto invece di volontà di porre le basi prima di passare alla realizzazione dei progetti».

Il gran parlare di IA a tutti i livelli segna infatti un’evoluzione nel campo delle tecnologie molto diversada quelle del passato, dove la fase pioneristica è stata praticamente a carico delle aziende guida del settore e poi, una volta consolidata, proposta al grande pubblico. Grande dibattito significa però inevitabilmente anche grande divergenza di posizioni, non sempre sufficientemente documentate. «In parte, è anche una questione culturale  sottolinea Iervolino -. Rispetto a Paesi come gli USA, siamo portati a essere più prudenti, c’è più la volontà di toccare con mano prima di investire o cambiare, ma parliamo comunque di un processo ormai irreversibile».

Indietro non si torna, Deloitte ne è certa

Questo è probabilmente uno degli aspetti più importanti, soprattutto per le aziende, il settore dove nell’occasione si è concentrata maggiormente l’attenzione Deloitte. Dello stesso parere di direzione ormai obbligata sono infatti il 52% delle organizzazioni, mentre il 43% si spinge anche oltre, considerando l’IA una strategia prioritaria.

Ancora più interessante, il 40% delle aziende afferma di utilizzare già strumenti di IA«Per il 41% dei casi si parla di automazione, mentre per quanto riguarda l’ottimizzazione dei processi c’è una maggiore attesa».

Sul fronte dei rapporti con in clienti finali, il 38% ha già iniziato ad applicarla nel campo dell’analisi, segnando di fatto un nuovo salto generazionale rispetto agli analytics. Una tendenza in crescita, stimata per il prossimo anno in salita al 50%.

Anche sul fronte interno, l’attenzione è già piuttosto alta. Il 49% utilizza strumenti di IA nel data management, soprattutto nel mondo finanziario, a supporto dei gestionali ma nel 45% anche nello sviluppo di nuovi prodotti o servizi.

«In sintesi, una sorta di mix tra sperimentazione e applicazione concreta. In alcuni casi si è già capito come possa funzionare e si sta già andando a regime. Altrimenti, si cerca come migliorare l’applicazione e nel frattempo si va anche alla ricerca di nuovi ambiti».

Come prevedibile, un’operazione guidata in particolare da chi ha in genere una visione più ampia ma anche maggiori risorse a disposizione. Se si entra nel merito della dimensione, tra le grandi aziende la consapevolezza di dover affrontare un passaggio epocale sale dal 52% al 70%. Dove in genere è anche più facile trovare il contesto giusto per un’applicazione di successo.

Per i meno reattivi, secondo Deloitte è comunque importante osservare ma senza stare a guardare. Partire cioè dalla convinzione di dover affrontare un cambiamento il cui unico dubbio possono essere i tempi, non il verificarsi. «Una delle sfide decisive sarà immaginare per tempo nuovi modelli di business. Se oggi oltre un terzo delle applicazioni sono per molto orientate al pratico, a risposte tempestive in situazioni come traduzioni istantanee, assistenti vocali o evoluzioni del traffico, con il tempo si passerà maggiormente nuovi modelli organizzativi o sistemi di ottimizzazione, oggi già presi in considerazione dal 10% nel settore finanziario».

Come capita spesso in situazioni del genere, tra i più entusiasti e quelli invece prudenti, sarà importante individuare il punto di equilibrio decisionale in linea con le proprie esigenze, stabilire i vali livelli dei compiti da affidare all’IA.

Un segnale interessante arriva dal mondo delle startup, per definizione il più veloce a muoversi e il più attivo. Tra il 2019 e il 2022, gli investimenti legati all’intelligenza artificiale in Italia sono aumentato del 90%. Una cifra stimata intorno ai 110 milioni di euro. Ancora meglio, il quadro della situazione è descritto dai 21 miliardi di dollari investiti a livello globale nel 2023, a fronte di 5 miliardi di dollari nel 2022.

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Le regole della sfida

Uno scenario dove proprio in questi giorni con il primo provvedimento dedicato in ambito UE, è entrato ufficialmente in gioco un altro aspetto importante. Considerata la posta in palio, infatti, una regolamentazione è fondamentale. Come è altrettanto importante venga ritoccata e perfezionata tempestivamente di pari passo con l’evoluzione.

«Di per sé, la considero una presenza fondamentale. Però, non è facile trovare subito il giusto equilibrio, tirando troppo i freni si rischia di rallentare lo sviluppo. D’altra parte, è un contributo importante alla tranquillità. Una tecnologia a briglia sciolta può provocare forti incongruenze».

Tracciato il quadro comune di fondo, per Deloitte sarà quindi importante estendere la regolamentazione a seconda dei campi di applicazioni. Se per quanto riguarda l’intrattenimento una certa flessibilità può essere tollerata, quando si parla di dati riferiti alla salute, all’informazione o al mondo finanziario, serve sicuramente maggiore rigidità e specificità. L’improvvisa popolarità dell’intelligenza artificiale (a tutti i livelli) ha inevitabilmente sollevato anche un altro aspetto sul fronte sociale, forse il più temuto. Se il 40% delle persone si dice ottimista sul futuro occupazionale anche nell’era dell’IA, resta un 46% con un livello di preoccupazione.

Anche se prevale l’ottimismo di un terzo convinto di benefici superiori a potenziali rischi, una situazione da non sottovalutare. Rispetto al passato, infatti, questa volta non si parla di un’evoluzione delegabile ai soli CIO e gestibile da loro. Il coinvolgimento e lo stravolgimento potenziale sono tali, infatti, da rendere necessaria una transazione più condivisa e diffusa. «Non può essere una decisione limitata al CIO. Deve coinvolgere prima di tutto i CEO, ma anche responsabili delle risorse umane, della logistica, della supply chain e tutti i dirigenti, per capire i cambiamenti, dove e come applicarli».

Oltre all’incognita intrinseca di una novità, questa volta i timori sono anche conseguenza della necessità per molti di doversi riqualificare, o superare una fase di formazione su argomenti e con prospettive ancora non del tutto ben delineate. Nell’interesse di tutti, quindi, più è largo il confronto, prima si arriverà a dei risultati. «Serve molto lavoro anche in tema di open innovation. Vale a dire, fare sistema e dialogare con altre aziende, soprattutto se parliamo del mondo PMI. Confrontarsi e scambiarsi informazioni aiuta a capire dove stia andando il cambiamento e soprattutto creare quelle nuove mansioni che sicuramente si creeranno ma che sono ancora da scoprire».

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Nessun dubbio, l’IA conviene secondo Deloitte

Dietro la facciata popolare dell’IA legata soprattutto all’intrattenimento e relative discussioni, tra gli addetti ai lavori regna invece ormai la certezza di avere tra le mani uno strumento rivoluzionario. Come sempre in situazioni del genere, tanto utile quanto sfruttato con criterio. Le ragioni per essere ottimisti tuttavia non mancano. «Pensiamo al contributo per le grandi sfide dell’umanità. Per sfamare gli oltre nove miliardi di persone previste nel 2050 serve ottimizzare le catene produttive e distributive del cibo, aiutare ad alimentarci tutti meglio. Oppure, un nuovo modo per fare ricerca scientifica sui farmaci, grazie a nuovi processi di simulazione, per capire come le sostanze entrino e si comportino nell’organismo».

Al tempo stesso tranquillizzando anche i più attenti e preoccupati alle tematiche ambientali. «Secondo me non dobbiamo giudicare l’IA per i consumi di energia collegati alle attuali esigenze di calcolo – conclude Francesco Iervolino di Deloitte -. Dobbiamo considerare l’impatto a lungo termine, quando in futuro i benefici saranno certamente maggiori, grazie a risparmi importanti in altri settori, a partire da dove si potranno sostituire modelli reali con simulazioni o attraverso la maggiore efficienza nell’uso dell’energia».

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