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Citrix, il cloud come paradigma della trasformazione digitale

Lo speciale dedicato alla trasformazione digitale di 01net svela i punti di vista dei più importanti vendor internazionali operanti in Italia e Citrix è senza dubbio uno di essi.
A rispondere alle nostre cinque domande è Fabio Luinetti, Country Manager Citrix Italia.

Secondo Citrix, quali sono le tecnologie oggi alla base della trasformazione digitale dell’economia italiana?

L’economia italiana ha bisogno di una forte accelerazione sul tema del digitale, soprattutto per quel tessuto di piccole e medie aziende che è assolutamente rilevante per il Paese, in cui i processi di digitalizzazione sono ancora a un livello embrionale e ancora si fatica a superare la classica visione dell’informatica come un costo di esercizio. Negli ultimi anni è diventato chiaro invece che la tecnologia e il digitale sono sempre più driver di business e, in quest’ottica, il cloud è senza dubbio un tema abilitante e sicuramente un fattore di accelerazione per l’economia del nostro Paese, soprattutto se interpretato come un modello di sourcing e un nuovo modo per vedere l’IT. Per Citrix questa tecnologia rappresenta infatti un nuovo paradigma per l’IT e permette di usufruire di servizi a seconda delle proprie esigenze – e quindi con un tempo di implementazione e go to market molto veloce –  e di potersi assumere il rischio di sviluppare nuovi progetti aggiustando eventualmente  il tiro in corso d’opera, cosa impossibile prima, perché quando si facevano investimenti “one shot” l’investimento andava in qualche modo ammortizzato. Infine, ultimo ma non meno importante, il cloud permette in modo semplice e immediato di usufruire di funzionalità di sicurezza, disaster recovery, presenza geografica ecc. ed è l’elemento abilitante di nuove tecnologie quali il machine learning e l’intelligenza artificiale. Queste ultime “sconvolgeranno” sicuramente il nostro modo di vivere e di fare impresa.

Fabio Luinetti
Fabio Luinetti

Ad avviso di Citrix, in che modo si costruiscono le competenze per metterle in azione e per gestirle?

Sicuramente esiste in Italia una mancanza di competenze soprattutto in ambito digitale, innanzi tutto perché il mondo dell’informatica è – per fortuna – in continua evoluzione e quindi le conoscenze che si avevano anche solo 10 anni fa possono essere considerate obsolete o quasi, basti pensare all’intelligenza artificiale e all’internet delle cose. Quindi un primo tema è legato proprio all’evoluzione delle tecnologie e alla velocità con cui avviene, con la necessità da parte di tutti di stare al passo tenendosi sempre aggiornati. Da un punto di vista più generale, la scuola italiana, in questo momento, non è particolarmente vocata ad aiutare gli studenti a eccellere in materie tecnico scientifiche, e soprattutto non incoraggia abbastanza le donne a seguire questa strada. Questo dovrebbe già avvenire nei primi anni di scuola, non solo e non tanto negli ordinamenti superiori. Inoltre, anche nel mondo aziendale esistono diverse opportunità di formazione che possono avvenire o con la collaborazione con il mondo universitario o con iniziative di open innovation. Oggi in ogni caso le aziende stanno muovendosi per colmare il gap sia di conoscenze sia di atteggiamento culturale e di mindset rispetto al mondo del digitale.

Come possono trasformare in valore l’investimento tecnologico le aziende italiane?

Come si diceva, è necessario vedere la tecnologia come qualcosa di abilitante per il business e non solo come qualcosa che serva per la gestione. Oggi il digitale consente di avere modelli di business nuovi e diversi ed è importante che le aziende capiscano e colgano questa opportunità. La digitalizzazione, se ci pensiamo, ha un livello di pervasività mai raggiunto prima ed ogni volta che le aziende pensano a un nuovo progetto devono chiedersi come e cosa serva da un punto di vista tecnologico per fare di questo progetto un successo. La grande differenza rispetto al passato è che diventa possibile addirittura partire dalla tecnologia per capire come lanciare sul mercato nuovi prodotti o servizi. Infine, la tecnologia oggi, è anche l’elemento abilitante a supporto di una vera e propria rivoluzione del nostro modo di lavorare, penso ad esempio allo smart working ed all’impatto sull’ambiente e sul modo con cui ci muoviamo.

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Che connotati deve avere chi prende in carico la regia della trasformazione tecnologica nelle aziende, ossia il system integrator?

Qualsiasi progetto di trasformazione digitale deve nascere per una precisa volontà del top management e dalla capacità di riconoscerne il valore. Una volta che questa consapevolezza esiste ed è condivisa, è sicuramente necessaria la presenza di chi riesce ad implementare l’innovazione grazie alla sua conoscenza della tecnologia e del suo valore. Un buon SI avrà inoltre una visione a 360 gradi dell’azienda cliente, indispensabile per capire come la tecnologia possa effettivamente essere d’aiuto in diversi ambiti dell’organizzazione e prevedere flussi di comunicazione e soluzioni che siano per l’appunto cross organizzazione. Non meno importante è la capacità del SI di portare in azienda nuovi stimoli legati alle esperienze realizzate in contesti e magari in Paesi diversi. Infine, serve la capacità di aiutare a capire il valore dell’innovazione utilizzando un linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai lavori, abbandonando l’autoreferenzialità a favore di un linguaggio comprensibile al business che faccia capire come la tecnologia sia un fattore abilitante.

Che ruolo riveste il system integrator nella trasformazione digitale delle piccole e medie imprese, spesso prive di specifiche competenze nella information technology?

Sicuramente in simili contesti il ruolo del SI è ancora più importante a livello di implementazione e progettualità, proprio perché in un contesto di piccola media impresa possono mancare competenze IT forti all’interno. Spesso, queste aziende sono di tipo “padronale”, organizzazioni in cui la catena del controllo è molto corta e se ciò da una parte può permettere di implementare tecnologia e processi in modo molto rapido, dall’altra c’è il rischio che manchi la piena consapevolezza del valore di questo tipo di progettualità, non tanto nel breve termine ma nel medio e lungo periodo. In questo caso il rischio che si corre è fare operazioni importanti che poi, però, non riescono a creare valore nel tempo. È importante invece che, a fronte di un progetto IT di una certa importanza ci sia endorsement e consapevolezza da parte della dirigenza.

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