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Net neutrality, perchè se ne parla e cosa succede sulla rete

La Federal Communications Commission, guidata dal presidente repubblicano Ajit Pai, ha votato per abrogare il regolamento approvato nel 2015 che ha impedito alle aziende a banda larga di bloccare o rallentare l’accesso a siti web o servizi.

Le norme vietavano anche alle imprese che operano nel settore della banda larga di offrire servizi a pagamento prioritari che potrebbero portare alla creazione di “corsie veloci” su Internet.

In questo modo l’amministrazione Trump ha sancito la fine della net neutrality. All’epoca dell’amministrazione Obama nel 2015 la Fcc aveva riclassificato le reti a banda larga in modo che cadessero sotto le stesse norme severe che regolano le reti telefoniche.

Pai, ha definito queste regole “pesanti,” sostenendo che hanno scoraggiato l’innovazione e depresso gli investimenti nella costruzione e nell’espansione delle reti a banda larga. Per questo la Fcc ha scelto un approccio leggero alla regolamentazione.

Con la net neutrality tutti sono uguali

La net neutrality è il principio secondo cui tutto il traffico su Internet deve essere trattato allo stesso modo, indipendentemente dal fatto che l’utente utilizzi Facebook, pubblichi foto su Instagram o veda film in streaming di film da Netflix o Amazon.

Significa anche che aziende come AT&T o Verizon (che valgono il 70% del mercato Usa) non possono privilegiare i propri contenuti rispetto a quelli di un concorrente.

Oltre alle norme che impediscono alle aziende a banda larga di bloccare o strozzare l’accesso a Internet, la FCC nel 2015 includeva una norma che vietava ai fornitori di banda larga di addebitare a un’azienda, come Netflix, un costo aggiuntivo per servire i propri clienti più velocemente di un concorrente.

I sostenitori della net neutrality dicono che tali tasse potrebbero portare a un internet pay-to-play, con grandi aziende come Netflix, Google o Facebook che pagano per un accesso più veloce, mentre le startup, che non possono permettersi il costo aggiuntivo, potrebbero essere tralasciate. In ultima analisi, ciò potrebbe tradursi in una minore scelta per i consumatori e in una minore innovazione.

Le società che operano nella banda larga invece sostenevano che le norme del 2015 erano troppo restrittive. Inoltre affermano di essersi volontariamente impegnate a non bloccare o rallentare l’accesso a Internet, per cui non sono necessarie regole esplicite.

Anche se nessun Internet service provider ha annunciato piani specifici per offrire servizi a pagamento prioritari, molti affermano di poterlo fare in futuro.

Per esempio sostengono che ci sono alcune applicazioni – in medicina o nello sviluppo di veicoli autonomi – che richiedono connessioni Internet veloce e a bassa latenza che un servizio a pagamento prioritario sarebbe fornire.

Il problema è che un conto è che ci sia una norma che obbliga le aziende a rispettare la net neutrality e un conto è che sia invece una gentile concessione dei colossi delle reti.

D’altronde non sembra ci sia stato un crollo dei profitti delle aziende dopo l’entrata in vigore della net neutrality e nessuno ha dichiarato di avere ridotto gli investimenti.

Negli Usa poi alcuni grandi provider creano anche contenuti per cui potrebbero essere tentati di farli viaggiare con maggiore velocità rispetto a un concorrente come Netflix che, soprattutto in cete fasce orarie, occupa grandi percentuali della banda a disposizione.

E poi alcuni mercati regionali e rurali dispongono di un solo fornitore di servizi a banda larga, il che mina l’argomentazione secondo cui il libero mercato proteggerà i consumatori.

Difficile vedere cambiamenti repentini. Il mutamento sarà lento man mano che le compagnie telefoniche e cablo distribuiranno i loro servizi e cambieranno i modelli di business.

C’è da aspettarsi qualcosa anche in Europa? Visto il vento che spira nel Vecchio continente e considerato il fatto che l’Europa ha deciso la sua strada dopo che gli Usa avenvano detto no alla net neutrality, qualcuno potrebbe essere tentato di tornare alla carica per imitare Trump. Al momento però non cambia nulla visto che in Europa e in Gran Bretagna è in vigore un regolamento, approvato dal Parlamento nel 2015 ulteriormente definito dalle linee guida approvate alla fine del 2016 dal board che riunisce tutte le authority delle comunicazioni europee.

Il principio fondamentale stabilisce che gli operatori non possono in alcun modo discriminare il traffico se non su servizi speciali, come la salute e le auto che si guidano da sole, che avranno bisogno di altissima connettivita. In Europa però non possono essere fatte offerte zero rating, l’offerta di connettività gratuita per accedere a certi servizi.