Antitrust: da Google alla UE una lezione sull’ecommerce

Non si è imitata a respingere le accuse alla Commissione Europea, giudicandole infondate: per Google le indagini avviate a Bruxelles in merito a un possibile abuso di posizione dominante, con l’accusa di promuovere la propria piattaforma Shopping a discapito della concorrenza dimostrano una visione del commercio online totalmente distante dalla realtà.
Lo ha scritto in un lungo post sul blog ufficiale della società Kent Walker, senior vice president di Google, sottolineando che i consumatori non raggiungono i siti commerciali semplicemente attraverso al ricerca di prodotti: è una visione datata, che non tiene conto dello sviluppo dei siti di ecommerce, dei social media, delle App dedicate.

Walker cita uno studio, recentemente pubblicato in Germania, nel quale si dimostra, dati alla mano, che quando si tratta di ecommerce il punto di partenza dei consumatori è semmai Amazon. È questo il sito dal quale parte un terzo degli utenti; solo il 14,3 per cento parte da Google e sono ancora meno, il 6,7 per cento, quelli che si rivolgono ai siti di comparazione prezzi, vale a dire ai siti che la Commissione vorrebbe comparissero per primi nei risultati delle ricerche.
Anche l’affermazione fatta dall'antitrust nella sua istanza, secondo la quale i consumatori non utilizzerebbero Amazon per la comparazione di prodotti e prezzi pare a Google priva di fondamento, dal momento che Amazon ha gli strumenti per fare esattamente questo tipo di confronto. E non è un caso che la popolarità dei siti di comparazione pressi sia crollata con l’arrivo sul mercato europeo di player come Amazon e i suoi competitor.
“Riteniamo che le conclusioni preliminari [della Commissione] siano errate in termini di fatto, di legge e in termini economici”, si legge.

Nel mirino dell'Antitrust anche AdSense e Android

Similmente Walker respinge le accuse dell'Antitrust in merito ad AdSense.
Se un utente cerca, ad esempio, una macchina per il caffè, obiettivo di Google è metterlo direttamente in contatto con i merchant che la vendono, piuttosto che accompagnarlo atravberso un viaggio fatto di link organici o di messaggi pubblicitari. Negli ultimi anni, si legge, “abbiamo migliorato il formato delle nostre inserzioni pubblicitarie per includere messaggi maggiormente informativi, con immagini, prezzi, link, con l’obiettivo di offrire maggiori vantaggi ai nostri inserzionisti e soprattutto ai nostri utenti”.
Per questo le considerazioni della UE sono da respingere in toto.

Resta ancora aperta la questione Android.
Google ha ancora una settimana di tempo per rispondere alle accuse in merito.
E se non sarà convincente su tutte e tre i punti, le multe previste saranno milairdarie.

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