Una lobby per Internet in Italia

Dodici le proposte messe a punto dal Digital Advisory Group, lobby per Internet promossa dall’American Chamber of Commerce in Italy e composta (per ora) da oltre 30 aziende private, realtà pubbliche e università di casa nostra.

«A oggi, in Italia, l'economia Web costituisce solo il 2% del Pil nazionale, ma con adeguate iniziative, da qui al 2015, si potrebbe raddoppiare la crescita annua portandola al 4%». Sono chiare le stime di Vittorio Terzi che, ieri, nella duplice veste di senior director di McKinsey & Company, Italy, e di presidente dell'AmCham, ha ufficializzato la nascita di DAG.

Ideato poco meno di sei mesi fa ma già determinato a contribuire allo sviluppo dell'economia digitale in Italia, il Digital Advisory Group ha prima individuato cinque ostacoli oggettivi, «che oggi non consentono di sfruttare appieno nel nostro Paese il potenziale del digitale», e poi stilato, nero su bianco, 12 proposte «portate avanti da altrettanti gruppi di lavoro per consentire all'Italia di colmare, nel medio periodo, il gap attualmente esistente».

E le premesse perché non rimangano solo sulla carta ci sarebbero tutte, considerato che dell'iniziativa fanno parte Akamai, Cisco, Emc, Fastweb, Google Italy, Microsoft, TeamSystem e Telecom Italia, ma anche ContactLab, dPixel, eZecute, InnovActionLab, Annapurna Ventures, Banzai, Casa.it, Cattaneo Zanetto & Co., Quantica SGR, Speakage, Federazione Industria Musicale, Gruppo 24ORE, RCS Media Group, Gruppo Banca Sella, MasterCard, PayPal, McKinsey & Company, Politecnico di Torino, Università Bocconi, Iulm, UPS e, da pochissimo, anche da Poste Italiane.

Le stesse per le quali dare impulso allo sviluppo economico nazionale passa dal migliorare, in primis, l'accesso alle infrastrutture pianificando reti di nuova generazione che, per realizzarsi, non può non puntare a un'armonizzazione della normativa digitale a livello europeo. A questo punta la proposta di creare un advisory board strategico per le politiche digitali mentre lo stimolo della domanda dei consumatori passa da una serie di mosse concrete per incoraggiare l'utilizzo di Internet, anche promuovendo modalità innovative di consegna degli acquisti online.

Obiettivi del tutto inutili se non si opera concretamente anche per ampliare l'offerta digitale lanciando veri e propri roadshow a livello regionale per le Pmi che, anche in termini di export, hanno tutto da guadagnare dallo sviluppo concreto di un'economia che passa anche dal Web. Anche per questo va sostenuta l'attività e-commerce delle Pmi, senza dimenticare la promozione dei servizi di e-government «che esistono ma di cui va migliorata la fruibilità».

Infine, accrescere le professionalità e le competenze digitali passa dal pianificare lo sviluppo di una formazione digitale di qualità e dal costituire progetti concreti come la Digital Experience Company, a cui Terzi guarda con forte interesse «per far toccare con mano, in un ambiente reale ma simulato, cosa può voler dire per una piccola e media impresa essere nel mondo digitale, anche dal punto di vista della produttività interna».

Infine, va da sé che, senza incentivare le start up digitali non c'è alcun futuro a cui guardare.

Ma gli ostacoli non mancano. A remare contro, in Italia, ci sono una banda larga insufficiente, una scarsa propensione all'utilizzo dell'e-commerce, una limitata divulgazione dei servizi online messi a punto dalla Pa nonostante il Piano e-Gov 2015. «Per non parlare - conclude Terzi - dei limiti di un quadro normativo che, da noi, soffre di territorialità di un approccio che diventa restrittivo, come il Decreto legge 144/2005 che, fino a gennaio di quest'anno, ha penalizzato il Wi-fi imponendo ai titolari di Internet Point di registrare i propri utenti».

Senza contare, «che senza metter mano al tema delle competenze, l'Italia non va da nessuna parte».

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