Home Lavoro Smart working negli studi professionali: luci ed ombre di una realtà

Smart working negli studi professionali: luci ed ombre di una realtà

Nella maggior parte degli studi pofessionali lo smart working era una realtà già prima del Covid-19, con ore di lavoro flessibili nell’80% dei casi.

A fotografare nel dettaglio lo scenario italiano è l’Osservatorio Professionisti PoliMi, che rileva come nei grandi studi siano molto diffuse anche le tecnologie per il lavoro agile (88%), lavoro da casa (97%) e lavoro per obiettivi (69%).
Fra i lati negativi emerge come le piccole e micro strutture siano in forte ritardo, e a rischio di emarginazione.

Gli studi multidisciplinari risultano essere i più evoluti; quelli legali hanno messo in progetto numerosi piani ma senza finalizzarli in azioni concrete. In generale, sono ancora pochi i dipendenti degli studi coinvolti nei progetti e con accesso a flessibilità e tecnologie.

Il Knowledge Management si affaccia negli studi ma meno di uno su dieci ha un sistema strutturato di raccolta, organizzazione e condivisione delle informazioni utili allo studio.
Di questi, solo il 40% lo affida a figure dedicate. In media oltre metà non rende pubbliche le informazioni raccolte, tre su quattro non valutano la conoscenza acquisita.

L’emergenza sanitaria legata al Covid-19 ha trasformato modalità di lavoro e interazione delle professioni giuridiche ed economiche, accelerando ulteriormente la diffusione del lavoro a distanza e la spinta a trovare nuove modalità per gestire la relazione con i clienti.

Trovarsi a buon punto nel percorso di innovazione, digitale e organizzativa, già prima del Coronavirus ha fatto la differenza fra gli studi che hanno incontrato più difficoltà nell’uso delle tecnologie digitali e nell’adattarsi a nuove forme di lavoro e collaborazione e quelli che hanno saputo reagire con più efficacia a una situazione straordinaria.

Per oltre due avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro su tre lo Smart Working è una realtà già da prima dell’emergenza, ma sono ancora pochi i dipendenti degli studi coinvolti nei progetti di lavoro agile e messi in condizioni di lavorare in modalità smart. Nel 2019 il 78% dei grandi studi, il 75% di quelli di medie dimensioni, il 65% dei piccoli e il 55% dei micro studi adotta iniziative strutturate o informali di lavoro agile. Quasi tutti gli studi garantiscono orari di lavoro flessibili ai propri professionisti (oltre l’80% in tutte le dimensioni). I grandi studi sono molto attrezzati anche in termini di tecnologie per lavorare in mobilità (88%), flessibilità di luogo di lavoro (il 97% permette di lavorare da casa, il 69% da altri luoghi), organizzazione del lavoro per obiettivi (69%) e ripensamento degli spazi (44%), mentre le piccole e micro realtà – a maggior ragione in questa situazione di emergenza – appaiono in difficoltà perché mediamente più arretrate nell’adozione di prassi lavorative e strumenti in grado di garantire maggiore flessibilità operativa. Gli studi multidisciplinari sono i più evoluti, con il 67% che ha avviato progetti strutturati o informali di smart working, seguiti da avvocati (62%), commercialisti (60%) e consulenti del lavoro (51%).

I professionisti appaiono molto meno avanzati sul fronte del Knowledge Management, la modalità con cui si raccolgono, organizzano e mettono a disposizione internamente ed esternamente le informazioni utili alle attività dello studio. Meno di uno su dieci presenta un sistema di gestione della conoscenza strutturato e formalizzato, e di questi in media solo quattro su dieci affidano queste attività a una figura dedicata, senza differenze marcate fra le categorie professionali e le dimensioni. Oltre metà degli studi non rende pubbliche le informazioni raccolte, con punte del 72% fra i micro studi e gli avvocati, mentre i più aperti sono gli studi multidisciplinari e di grandi dimensioni (rispettivamente il 19% e il 32% le pubblicano sui propri siti e social). Ad eccezione dei grandi studi, che lo fanno nel 50% dei casi, e degli studi multidisciplinari (26%), oltre tre professionisti su quattro non effettuano valutazioni della conoscenza acquisita perché non lo ritengono utile o non sono in grado di farlo.

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