Sì, la tecnologia può aiutare a comprimere i costi di esercizio

Il Return on investment è un concetto che sta vivendo una straordinaria popolarità in ambito It. Tutte le aziende fornitrici ne parlano e vorrebbero parlarne con i clienti. Con licenza, però: non si tratta del classico indice finanziario, ma di una revisione a uso progettuale.

 


Vi parlano di Roi (Reddito operativo/Capitale investito), ma in realtà si tratterebbe di Sci (Savings/Capital invested), o anche di Rcp (Risparmi/Costo del Progetto). Il reddito operativo, breviario economico alla mano, in un bilancio riclassificato è dato dal fatturato, tolto il costo del venduto e affrancato dagli ammortamenti.


Per aumentare una grandezza che dipende essenzialmente da quanto si vende (converrebbe, lapalissianamente, farlo il più possibile), si può agire sul contenimento dei costi, intesi in varia proporzione, ma la prassi insegna che si riesce ad agire meglio su quelli variabili, e adoperando al meglio quel potente strumento contabile dato dal periodo di ammortamento.


Già qui s’incontra uno scoglio: per parlare di Roi in maniera ortodossa con le aziende committenti il progetto, cioè per parlare la stessa lingua del responsabile finanziario, il vendor di It dovrebbe entrare nell’ufficio contabile e condividere i principi di interpretazione del bilancio che hanno i controller di quell’azienda. Facile a dirsi, molto difficile e impegnativo a praticarsi, come hanno confermato alcune testimonianze raccolte.


Tutti i calcoli che i vendor possono sottoporre agli utenti, non potendo esercitarsi su grandezze economiche acclarate, da desumersi cioè a posteriori su dati di bilancio, devono vertere sulle entità di budget, soggette a variabilità data dal fatto che sono solamente presunte.


Ergo, si stimano dei risparmi che sono la risultante del differenziale che esiste fra costi sostenuti (questi sì, certi e verificabili) con quelli, inferiori, che si dovrebbero sostenere con l’adozione della soluzione informatica proposta. Questi ultimi sono ufficiosi e non ufficiali, nel senso che nell’ottica della realizzazione di un progetto, possono essere garantiti dal proponente, ma solo dopo la realizzazione si può verificarne l’attinenza al budget.


Sfruttando un "escamotage", il vendor si può impegnare con il committente, come garanzia, a farsi carico degli eventuali costi in più che l’implementazione richiederebbe. In questo caso, però, si va a stravolgere il sistema, in quanto il rischio economico non sarebbe più a carico dell’imprenditore che commissiona il progetto It, ma del vendor.


Essendo il fatto economico un gioco a somma zero, questi costi non scompaiono dal sistema economico: vengono solo indirizzati a carico di un’altra realtà (la società It), che li dovrà soffrire, a scapito della propria redditività (con conseguenze immaginabili riguardanti la propria profittabilità).


L’unica grandezza certa, quindi, è il capitale che si richiede all’azienda di immobilizzare per la realizzazione del progetto It.

Un tema in linea con i tempi


Il buon esito del Roi, chiamiamolo pure sempre così, va ricercato nella capacità di pianificare esattamente, in economia, le attività di progetto e implementazione, nel rispetto dei tempi e nell’aderenza del risultato alle esigenze aziendali, il tutto condito dalla capacità di adeguare strada facendo il progetto alle mutevoli condizioni di mercato.


Quindi il Roi richiama i concetti di efficacia e di efficienza gestionale a tutto tondo, coinvolgendo nella redditività aziendale anche il partner, deputato alla realizzazione del progetto It.


Questa apertura del campo delle responsabilità aziendalistiche è specchio dei tempi: è la materializzazione, anche in campo contabile, dell’azienda estesa e della catena di costruzione del valore-azienda, che Internet ha imposto anche ai più riluttanti. E qual è, allora il vero valore che una pratica di Roi deve avere nel caso di un progetto It? È proprio quello di dare pregnanza alle cose che si fanno, in ottica tecnologica, molto più di ieri, proprio perché si è consapevoli che l’It è la leva che può sollevare l’economia.


L’imprenditore moderno, insomma, non può più vivere il rapporto con l’informatica come se questa fosse un male necessario.


I vendor che parlano di Roi ai propri clienti sono animati dal più nobile degli intenti: far vedere quanto la propria tecnologia vale per il business reale. Per farlo, usano una metodologia meno ortodossa, con qualche licenza sintattica che, alla fine di tutto, riesce comunque a dare il senso di quello che si sta intraprendendo.


L’allarme "misunderstanding", se uno ce ne deve essere, quindi, non riguarda tanto i vendor o le aziende che fanno partire i progetti di investimento, quanto il mercato finanziario, che non deve interpretare per Roi ciò che non è, almeno direttamente. È probabile che un risparmio si traduca in un miglioramento della redditività. A patto, però, che le vendite crescano o quantomeno rimangano pari. Questo lo si dice per sostenere il fatto che, se alla fine dell’anno finanziario un’azienda non raggiunge il Roi stimato, non è colpa dell’It: la tecnologia che da sola assicura maggiori vendite non l’hanno ancora inventata.


Il fatturato, unico "principe del Roi", lo fanno gli uomini.

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