Raffreddare bene il datacenter è un investimento

Stato dell’arte e virtù del cooling illustrati da Marco Matarazzo, operations manager di TelecityGroup Italia.

Dai primi mainfraime raffreddati ad acqua degli anni 60 ai datacenter con raffrescamento ibrido (aria e acqua) di oggi a quello immersivo in olio minerale. Le tecnologie per il cooling dei datacenter, elemento altrettanto strategico al pari della continuità elettrica e della sicurezza, continuano a evolvere.

E crescendo le esigenze dei clienti e la domanda di tutela dell’ambiente, il cooling diventa sempre più elemento cruciale sia in termini di marketing che di performance complessiva del servizio di datacenter.

Per Marco Matarazzo, operations manager di TelecityGroup Italia  oggi le aziende domandano potenze sempre più alte all’interno dei rack, fino a 20kW.
Ciò perché la disponibilità e necessità di dati hanno una crescita enorme e velocissima e i server di conseguenza sono sempre più potenti.
 In sostanza, secondo Matarazzo, da un lato c’è bisogno di continuo maggior spazio, dall’altro lato c’è una densità di macchine sempre maggiore.
Tutto questo, se parliamo di ambienti multitenant, determina sfide progettuali notevoli per consentire a tutti i clienti di avere il necessario raffreddamento al giusto prezzo.
È evidente che se l’hosting per un’utenza di 1kW e per un’altra di 10kW risiedono nella stessa stanza, è importante bilanciare tra tecnologie e costi per soddisfare le esigenze di tutti i clienti.

Riguardo la produzione del freddo, le tecnologie più attuali nei datacenter sono quelle dei cosiddetti gruppi frigo ibridi (hybrid dry cooler) che consentono ottime efficienze in qualsiasi condizione e con ridottissimi quantitativi d’acqua.
Va da sé, per Matarazzo, che la ricerca massima nella fattispecie si concentra sull’efficienza energetica e la tutela dell’ambiente.
Gli hybrid dry cooler consentono di sfruttare il cosiddetto free cooling, cioè la possibilità di utilizzare l’area esterna per raffreddare quando le condizioni ambientali lo permettono. Questa tecnologia può avere due modalità applicative: indiretta e diretta.
Nel primo caso l’aria fredda raffredda dell’acqua che a sua volta diffonde il freddo nell’ambiente tramite le Crac di sala; nel secondo il processo interno/esterno avviene direttamente, con miscelazione di aria dall’isola calda per mantenere una temperatura adeguata in tutte le situazioni.

Nella distribuzione del freddo, osserva Matarazzo, le ultime generazioni di radiatori Crac, Computer room air conditioning, permettono controlli precisi della temperatura dell’aria e della portata immettendo in sala esattamente il quantitativo d’aria necessario a raffreddare i server operanti in quel momento. Anche in questo caso è essenziale la questione dell’efficienza energetica.
Questi sistemi funzionano molto bene per i datacenter multitenant, per i carichi parziali. Ma dall’altra parte è decisivo il tema della modularità e della flessibilità da parte del provider.

Riguardo le certificazioni, a tutt’oggi non ne esistono in senso stretto per quanto riguarda il settore specifico del cooling. Tuttavia sono cogenti l’European of Conduct for Data Center, ossia il codice di condotta europeo mirato all’efficienza energetica e, in misura ancor maggiore per quanto riguarda il cooling, il Green Grid, un consorzio internazionale la cui mission è migliorare l’uso dell’energia nelle sale. Possiamo citare poi anche la certificazione Iso 50001 Energy Management, che assicura un corretto monitoraggio dell’energia a tutti i livelli.

Sulla questione di come sarà il cooling domani, Matarazzo osserva che per le aziende che hanno un datacenter di proprietà, la tendenza sarà il raffreddamento immersivo in olio minerale o in altri liquidi dielettrici come il Novec di 3M.
Questa è però una soluzione taylor made, fatta su misura, di nicchia e più costosa che esclude i data center multitenant, i più diffusi, quelli cioè scelti dalle aziende che chiedono outsourching e una complessità di servizi.
La soluzione attuale è l’ibrido con distribuzione del freddo tramite Crac, ma personalmente vedo un ritorno alle origini, all’acqua, cosa che sta già avvenendo.
Ovviamente ci sarà un’evoluzione tecnologia, come server già predisposti con appositi ingressi per l’acqua di raffreddamento e per quella di ritorno, che trasformeranno una soluzione taylor-made in una soluzione per la produzione in scala.
Intervenire sull’umidità relativa per evitare la formazione di elettricità statica è facilmente risolvibile con umidificatori adiabatici. Questi spruzzano micro particelle d’acqua per umidificare l’ambiente, acqua che viene quasi totalmente riciclata. Piuttosto è altrettanto importante “incanalare” i flussi d’aria nell’ambiente, gestire l’aria, tener ben separati caldo e freddo. Di qui il ricorso a sistemi di contenimento dell’isola fredda o calda.

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