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Prysmian, anche un cavo smart fa trasformazione digitale

Per quanto possa sembrare banale, in Italia la digitalizzazione si limita troppo spesso al semplice investimento in tecnologie, all’installazione di sensori e all’estrazione di dati dai quali non si riesce estrarre informazioni. Una situazione messa in luce dal recente lavoro di ricerca Workday, dove però è possibile trovare anche realtà al livello di Prysmian, capaci cioè di dimostrare esattamente il contrario.

L’importanza del produttore di cavi cresciuto nella galassia Pirelli è significativo per diverse ragioni. Dalla lunga storia prima di tutto, spesso freno al cambiamento, alla capacità di mettere in atto le azioni necessarie a trasformarsi non solo in azienda digitale ma in realtà agile, il vero obiettivo della transizione in corso.

«Ci consideriamo un’azienda di successo soprattutto perché in 150 anni di storia la parola chiave è sempre stata innovazione – afferma Stefano Brandinali, chief digital officier di Prysmian Group  -.Se il nostro elemento distintivo è sostanzialmente hardware, un cavo, puntare a una soluzione smart significa sfruttare il digitale per inserire in un cavo qualcosa che oggi non esiste. Prendere un materiale passivo e renderlo attivo, per aprire nuove opportunità e raggiungere nuovi ricavi».

Il sensore fatto in casa

L’esempio più significativo, aggiungere un sensore a un cavo. Fino a qui, niente di rivoluzionario, se non che il sensore è letteralmente fatto in casa, senza neppure grandi sforzi.

«La fibra ottica stessa è un sensore – sottolinea il CDO -. Quindi, un cavo attivo è semplicemente un cavo in rame con una fibra ottica usata non per trasportare dati ma per ricoprire il ruolo di sensore».

Immediati i riscontri positivi. Un sistema in grado di inviare segnali utili sulla presenza di cavi interrati in caso di lavori. Oppure, rilevare scosse telluriche e verificare la tenuta del conduttore. Se si pensa ai grandi assi di trasposto digitale sottomarini, l’aspetto diventa subito molto rilevante. Ancora, raccogliere informazioni sull’utilizzo del supporto, utili per migliorare qualità e affidabilità dei prodotti.

Casi come Prysmian confermano quanto la trasformazione digitale non significhi solo investire in tecnologie. Queste servono a imprimere la spinta, ma il vero problema è scegliere quelle adatte alla propria organizzazione.

«La nostra ambizione si è tradotta in un manifesto. Abbiamo inquadrato gli obiettivi e se vogliamo esser un’azienda di successo anche tra dieci anni, dobbiamo iniziare subito a trasformarci. Sfruttare il digitale, ma non solo. Dobbiamo ragionare sull’arco di dieci anni quando ci troviamo di fronte a tecnologie destinate a durare non più di tre».

Trasformazione non solo digitale

Per quanto imponente, la sfida non deve far paura. Passare da semplice produttore alla figura ambita di provider di soluzioni comporta certamente rischi e investimenti. Proseguire sulla strada battuta da anni senza cambiamenti però, potrebbe essere il vero pericolo.

«È molto importante saper come sfruttare i dati. L’economia del dato deve essere una priorità nell’agenda di un CIO. Gli ERP ci hanno insegnato a ragionare per processi e definire best practice. Oggi servono next practice, costruire qualcosa che ancora non c’è, partendo dal dato».

Nelle idee Prysmian, stanno già prendendo forma alcune idee utili a inquadrare le potenzialità della trasformazione digitale. Sistema GPS e IoT integrati nelle bobine permettono di leggere eventi come urti e spostamenti durante il trasporto e l’uso, o semplicemente conoscere quantità utilizzata e restanti. Una volta posato, un tag RFID integrato nel cavo permette invece di rilevarne la presenza in un muro, conoscerne i dettagli tecnici senza dover rompere e seguirne il percorso.

«Se guardiamo all’efficienza, si può migliorare l’interfaccia messa a disposizione di un operaio. Oggi si utilizzano in genere strumenti da ufficio, scelti da chi fa un lavoro diverso. Penso invece a un’interfaccia vocale con un macchinario, più naturale e secondo me più gradita».

Un pensiero ricco e al tempo stesso articolato, sicuramente non facile da tradurre in pratica. La portata della sfida però non sembra spaventare Prysmian. Anzi, nel rispetto di una visione certamente non scontata, viene trasformata in motivazione.

«Definisco il nostro modo di aiutare le persone ad adattarsi alla trasformazione Digital Plankton – conclude Brandinali -. Un nutriente naturale, quasi invisibile, del quale attingere senza rendersene conto. Per avere successo, il digitale deve affermarsi in modo spontaneo, con la leadership trasmessa alle persone e permettere a ciascuno di provarci. Non bisogna diventare dipendenti dalle tecnologie, ma flirtarci, e portare pensieri divergenti; di quelli convergenti ne abbiamo fin troppi. Infine, sposare il principio della condivisione a livello organizzativo. Anche tra aziende diverse, in una sorta open source della conoscenza».

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