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Oltre il cloud: le aziende sono chiamate all’organizzazione ibrida

Aggrapparsi solo al vecchio mondo dei datacenter aziendali è un percorso senza uscita, mentre spostare tutto sul cloud pubblico può cancellare via decine di milioni di dollari di investimenti in IT, interrompere i sistemi e le applicazioni critiche, ridurre il controllo e aggiungere costi imprevedibili.

Sono parole di Paul Cormier, il ceo di Red Hat, che negli ultimi tempi sta battendo un ferro caldo, volutamente e a ragione, vista anche l’accelerazione alla trasformazione digitale impressa dalla crisi pandemica.

Il tema battuto e ribattuto è quello del cloud ibrido, ma non tanto in sè, come aspetto eminentemente infrastrutturale, ma come attitudine mentale e imprenditoriale (alcuni usano dire digital mindset per esprimere questo, ma ce la possiamo cavare bene anche con l’italiano).

Sappiamo come la pensa Cormier: lo abbiamo incontrato a Milano sul finire dello scorso anno, e lo abbiamo sentito da remoto in queste ultime settimane.

Paul Cormier, ceo di Red Hat

Su cosa insiste Cormier? Sulla necessità, ormai ineludibile, di “appoggiarsi al cloud ibrido, unendo sistemi e applicazioni tradizionali on-premise con carichi di lavoro e infrastrutture nativi del cloud“.

Questa soluzione offre il meglio di entrambi i mondi, soprattutto se ci si basa su tecnologie aperte.

L’ibrido – dice Cormier – mette il controllo e la scelta nelle vostre mani fornendo massime agilità e resilienza – più di quanto io veda con qualsiasi altro approccio“.

Ma come ci dimostrano gli attuali eventi globali il concetto di ibrido non si limita solo alla tecnologia o a un reparto IT. Per Cormier le organizzazioni, le aziende, nel loro insieme, devono riconoscere l’importanza dell’ibrido in tutto il business.

Datacenter, cloud ibrido e smart working, che fare?

Le questioni aperte allora, riguardano come gestire il lavoro a distanza mantenendo l’impegno nei confronti di clienti e utenti finali; come mantenere in funzione i sistemi critici con risorse limitate; come scalare per soddisfare la crescente domanda di servizi a fronte di dinamiche mondiali incerte.

Secondo Cormier, proprio come nell’IT aziendale, non c’è una soluzione ideale per la situazione che stiamo affrontando: “nessuno avrebbe potuto prevedere o pianificare le conseguenze societarie, economiche e personali che si stanno verificando in tutto il mondo, ma possiamo scegliere di progredire o ripiegare. Ci adatteremo, e possiamo farlo abbracciando i concetti dell’organizzazione ibrida“.

Prima viene la trasformazione informatica

Questa evoluzione inizia con una storia di tecnologia, o almeno con una richiesta di tecnologia.

Chiunque sia l’utente finale di un’organizzazione, sia esso un cliente tradizionale o un’altra azienda, dice Cormiere, il modo in cui consuma servizi e applicazioni sta cambiando. “Vediamo l’esigenza di offerte on-demand, accessibili 24x7x365, indipendentemente dalla posizione geografica dell’utente. Si tratta di una domanda che non può essere soddisfatta solo da sistemi IT tradizionali come il CRM o l’ERP, anche se sono fondamentali per fornire il servizio richiesto”.

Anziché abbandonare gli asset esistenti per il cloud pubblico, le organizzazioni devono trasformare l’infrastruttura IT per sfruttare ciò che hanno già e allo stesso tempo si orientarsi verso asset nativi del cloud.

Ciò significa costruire sui sistemi legacy invece che scartarli, fornendo una base collaudata per le applicazioni ibride.

I servizi forniti da questi sistemi vengono inseriti nei flussi di lavoro degli sviluppatori che comprendono l’intelligenza artificiale, gli advanced analytics e altro, portando alla luce applicazioni che fondono il vecchio con il nuovo.

È l’esecuzione di queste applicazioni su larga scala che richiede un’infrastruttura cloud ibrida: i data center aziendali da soli non sono in grado di scalare, almeno entro un budget ragionevole, per soddisfare le esigenze degli utenti moderni.

Arriviamo all’edge computing

Pertanto per Cormier alcune risorse continueranno a esistere in ambienti fisici, virtuali o privati, altre sfrutteranno la scalabilità e la potenza del cloud pubblico, spesso più di uno.

Queste applicazioni trasformate che girano sul cloud ibrido hanno bisogno di elaborare grandi quantità di dati più vicino a dove vengono generati.

I costi e la latenza associati all’invio di ogni singola richiesta a un data center centrale o a un ambiente cloud localizzato chissà dove non sono fattibili o accettabili per gli utenti, esigenza che ha portato all’aumento dell’edge computing dove le risorse di elaborazione risiedono ai margini della rete.

Tutte richieste e tecnologie che devono poggiare su una base di standard aperti. Senza questa standardizzazione comune e un codice trasparente, ci troviamo di fronte a una minaccia molto reale di frammentazione o silos, che potrebbe facilmente far “deragliare” i vantaggi tecnologici che abbiamo visto nell’ultimo decennio. Quindi non si tratta solo di cloud ibrid, ma di cloud ibrido aperto.

Trasformiamo l’organizzazione

E anche le strutture organizzative tradizionali devono evolversi, affrontare la domanda di lavoro a distanza mantenendo i servizi critici. Per Cormier dobbiamo costruire l’organizzazione ibrida aperta sopra al cloud ibrido aperto.

La trasformazione digitale, in cui un’impresa si evolve utilizzando tecnologie native del cloud, è tipicamente associata a un ambito tecnico o informatico.

Un reparto IT può riconfigurarsi per utilizzare pratiche agili o avviare una strategia DevOps, abbattendo i tradizionali silos che esistono tra utenti, team operativi e sviluppatori. Ma questo per Cormier non basta.

Le dinamiche globali hanno cambiato il modo di gestire le aziende e la governance. I team IT sono remoti o, nella migliore delle ipotesi, lavorano in vari siti per mantenere i servizi in funzione.

La domanda sulle nostre reti, aziendali e non, è al massimo storico trainata da streaming video, videoconferenze, gaming e trasferimenti di dati. Tutto deve essere altamente disponibile e on-demand poiché i tempi di inattività sono più critici che mai.

Ecco perché per Cormier si deve fondere la nostra attuale capacità di business tradizionale con la prossima generazione di strategie: “le organizzazioni contrarie al lavoro a distanza sono ora costrette ad affrontare la realtà di una forza lavoro distribuita e questioni legate a sicurezza dei dati, collaborazione e produttività in un contesto non tradizionale. Le aziende che si affidavano alle interazioni di persona sono ora costrette a rivolgersi a servizi virtuali, come i concierge digitali o le consegne crowdsourced, con le nuove sfide che questi ambiti pongono“.

Ma per Cormier ci sono anche opportunità: “non possiamo guardare a ciò che sta accadendo e dire che possiamo avere successo solo se torniamo a lavorare come facevamo prima. E se guardassimo a quello che stiamo facendo ora e lo integrassimo a come lavoravamo in precedenza per migliorarci?“.

Cloud ibrido, mix di presente e futuro

Quello che capiamo da questa lezione di Cormiere è che il cloud ibrido è una miscela di tecnologie esistenti e di futuro; lo stesso vale per l’organizzazione ibrida. Prendiamo ciò che abbiamo già fatto e vi aggiungiamo nuove strategie per il business, sia che si tratti di lavoro a distanza, di servizi digitali ampliati o di nuove offerte per gli utenti finali: “È una miscela di vecchio e nuovo, che crea qualcosa di più grande della somma delle sue parti“.

Red Hat storicamente ha a portato il cloud ibrido nel mainstream della tecnologia aziendale, consentendo alle organizzazioni di adattare gli ambienti IT tradizionali alle applicazioni e alle infrastrutture native del cloud.

Ora – chiosa Cormier – di fronte alle dinamiche in continuo cambiamento in tutto il mondo, possiamo contribuire a fare lo stesso a livello organizzativo. Non si tratta di tornare alla normalità, ma di tornare a qualcosa di meglio“.

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