Il Papa e i big data

Anche la prima volta dell’Ict sulla loggia di San Pietro pare segnare l’inizio di una nuova era.

Ha certamente suscitato sorpresa il fatto che la benedizione e l’indulgenza plenaria di Papa Francesco, oltre che essere impartite ai presenti in Piazza San Pietro, a chi era all’ascolto di una radio e a chi era presente davanti a una televisione, siano state estese a chi stava utilizzando le“nuove forme di comunicazione”rese possibili dalla tecnologia.
A quanto ne sappiamo è la prima volta che l’Ict fa ingresso in una formula religiosa. E tutto lascia presumere che sia un viaggio di sola andata.
L’evento è il suggello di un anno in cui la Chiesa si è dovuta confrontare con l’information management.

Poniamo idealmente l’inizio del percorso di trasformazione con la vicenda conosciuta come Vatileaks, che di fatto ha perimetrato il tema della gestione sicura delle informazioni.
Sfuggite al controllo, hanno generato un caso che la giurisprudenza vaticana ha trattato e risolto con le proprie procedure. Ma rimane l’essenza di un paragone con quanto accade nel mondo laico, a livello politico ed economico.

Poi c’è stato l’esordio di Benedetto XVI su Twitter, che ha generato interesse, polemiche, gradimenti e livori.

Durante il percorso cardinalizio Jorge Mario Bergoglio ha esplorato e fruito di quelle “nuove forme di comunicazione” citate dal camerlengo, nella fattispecie i social network.
Il suo profilo su Facebook
è seguito da circa 150mila persone, forse non necessariamente fedeli. Quello su Twitter contava 5.000 follower, divenuti 20.000 nello spazio di qualche ora.

Fa da collante a questi eventi un filone tecnologico del Vaticano, peraltro mai avulso all’aggiornamento (pensiamo alla digitalizzazione del patrimonio artistico ed ecclesiastico) ma che, a quanto si intravede, potrebbe accelerare.
C’è modo (o speranza) di intuire che il networking sociale e l’utilizzo dei dispositivi che consentono di praticarlo possano diventare pane quotidiano a San Pietro, perché sono di tutti. Con ciò che ne conseguirà, ovviamente, dal lato della gestione dei dati generati.
E con una consapevolezza non trascurabile e significativa anche sotto il profilo evangelico, che poi è la “core competence” della Chiesa: i big data siamo noi.

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