L’intelligenza artificiale sta riducendo il costo e il tempo necessari per organizzare un attacco informatico, ma non quelli sostenuti dalle aziende per scoprirlo e contenerlo. Secondo il Cost of a Data Breach Report 2026 di IBM, più di una violazione su quattro tra quelle esaminate è stata abilitata dall’AI, con un aumento del 56% rispetto all’edizione precedente.
Questi incidenti, nei quali ricorrono soprattutto deepfake, impersonificazione e malware basato sull’AI, sono costati in media 6 milioni di dollari. La media globale di tutte le violazioni è salita del 12% in un anno, raggiungendo il nuovo massimo di 4,99 milioni di dollari.
L’AI, però, riduce anche l’impatto degli attacchi quando viene impiegata nella difesa. Le organizzazioni che utilizzano estesamente AI e automazione nelle operazioni di sicurezza hanno speso in media 1,93 milioni di dollari in meno e hanno abbreviato di 65 giorni il ciclo di una violazione. Solo il 36% del campione adotta queste tecnologie in modo esteso nelle attività di prevenzione, rilevamento, indagine e risposta.
Gli attacchi si spostano alla velocità delle macchine
L’automazione consente agli aggressori di aumentare velocità, scala e sofisticazione delle operazioni. Per le aziende, i costi si concentrano nel rilevamento, nell’escalation e nella perdita di business: queste voci rappresentano insieme il 63% della spesa associata a una violazione e comprendono la gestione della crisi, il fermo delle attività e l’abbandono dei clienti.

Suja Viswesan
Vice President, Security and Runtime Products di IBM
”Ciò che sta cambiando è l’economia degli attacchi informatici. L’intelligenza artificiale sta rendendo gli attacchi più rapidi ed economici, mentre le violazioni continuano a diventare sempre più costose”, ha spiegato Suja Viswesan, vicepresidente di IBM Security Software. ”Quando le organizzazioni registrano un lungo intervallo tra l’individuazione e la risoluzione, tale squilibrio si riflette direttamente sui costi delle violazioni. La priorità ora è eliminare tale ritardo: integrare le misure correttive nei flussi di lavoro di sviluppo, proteggere le identità durante l’esecuzione e risolvere i rischi alla stessa velocità con cui agiscono gli aggressori”.
L’adozione difensiva resta sbilanciata verso la parte finale del processo. Metà delle organizzazioni colpite ha introdotto agenti AI nel proprio Security Operations Center e oltre il 50% di questi impieghi riguarda rilevamento, risposta e contenimento. Solo il 18% usa gli agenti per la scansione e la gestione delle vulnerabilità, attività necessarie per chiudere le esposizioni prima che vengano sfruttate.
Modelli e applicazioni AI sono diventati bersagli
Oltre il 20% delle organizzazioni ha segnalato una violazione che ha interessato modelli o applicazioni di intelligenza artificiale. Nel 27% dei casi la causa è stata la compromissione di API, applicazioni o plug-in collegati; un altro 27% è stato ricondotto a configurazioni cloud errate che coinvolgevano workload AI.
Molte violazioni legate all’AI sfruttano quindi debolezze già note nella gestione degli accessi, nelle integrazioni software e nella configurazione dell’infrastruttura. Tra le organizzazioni che hanno subito uno di questi incidenti, il 92% non disponeva di controlli di accesso adeguati e solo il 40% applicava controlli ai modelli e ai relativi dati.
Quando l’attacco interviene direttamente sul comportamento del modello, l’impatto economico cresce. Gli attacchi di model inversion, che tentano di ricostruire informazioni sensibili partendo dagli output, sono costati in media 6,07 milioni di dollari. Le prompt injection hanno raggiunto 5,89 milioni. La risposta deve riguardare non solo i sistemi compromessi, ma anche l’affidabilità del modello, i dati di addestramento e la governance degli output.
In Italia il costo medio torna a salire
Il costo medio di una violazione in Italia ha raggiunto 3,55 milioni di euro, contro i 3,31 milioni dell’anno precedente. L’energia è il settore più esposto sul piano economico, con una media di 4,65 milioni di euro, seguito dai servizi finanziari con 4,5 milioni e dal comparto tecnologico con 4,43 milioni.
La compromissione della supply chain è la causa iniziale più frequente: riguarda il 18% degli incidenti italiani e comporta un costo medio di 3,56 milioni di euro. I servizi remoti esternalizzati, il social engineering e i drive-by compromise rappresentano ciascuno il 15% dei casi, con costi medi rispettivamente di 4,25 milioni, 4,16 milioni e 2,98 milioni di euro.
La carenza di personale qualificato aggiunge in media 199.100 euro al costo di una violazione. La compromissione di un partner della supply chain pesa per 165.122 euro, mentre la scarsa visibilità sul numero e sulla collocazione delle applicazioni, cioè lo shadow IT, incide per 162.544 euro.
Il 39% delle aziende italiane intervistate dichiara un uso esteso di AI e automazione nella sicurezza, il 40% un uso limitato e il 21% nessun utilizzo. L’identificazione richiede in media 123 giorni con un impiego esteso dell’AI, contro 145 giorni senza queste tecnologie. Il contenimento passa da 65 a 44 giorni: complessivamente, la differenza è di 43 giorni.
L’AI agentica è meno diffusa. Tra le aziende dotate di un SOC, il 51% non utilizza soluzioni agentiche e un altro 5% non sa se siano presenti. Dopo una violazione, il 71% delle organizzazioni italiane prevede di aumentare la spesa in cybersecurity, concentrandola su risposta agli incidenti, assunzione di specialisti, rilevamento delle minacce e gestione delle identità.
Ransomware e infrastrutture critiche
Il 62% degli attacchi abilitati dall’AI analizzati a livello globale ha interessato infrastrutture critiche. Servizi finanziari ed energia presentano la concentrazione più elevata, con un costo medio per violazione rispettivamente di 6,29 e 5,2 milioni di dollari. La dipendenza tra questi settori aumenta il rischio che un’interruzione si propaghi ai pagamenti, alle filiere produttive e ai servizi essenziali.
Gli incidenti ransomware sono saliti dal 34% al 39% del campione. La cifratura dei sistemi resta una leva importante, ma non è più l’unica: nel 41% dei casi gli aggressori hanno minacciato la reputazione del marchio, nel 35% i dati dei dipendenti e nel 31% la proprietà intellettuale. L’estorsione si estende così dal blocco tecnico alla pressione sul valore e sulla credibilità dell’impresa.
Identità, crittografia e prevenzione
IBM indica come priorità i controlli continui sulle identità umane e non umane, le autorizzazioni temporanee e basate sul rischio, la visibilità sui flussi di dati e l’estensione dell’automazione alla gestione delle vulnerabilità.
Resta aperto anche il fronte della crittografia. Solo il 37% delle organizzazioni colpite proteggeva i dati sensibili sia a riposo sia in transito e appena il 34% disponeva di visibilità su chiavi, certificati e altri asset crittografici. La preparazione alla crittografia post-quantistica deve quindi partire dal censimento degli asset e dalla capacità di sostituire rapidamente algoritmi e chiavi vulnerabili.
Nello studio di follow-up, l’85% delle organizzazioni ha dichiarato di voler aumentare la spesa per sicurezza e governance dopo aver appreso delle capacità dei modelli di frontiera, contro il 67% che inizialmente prevedeva maggiori investimenti in seguito alla violazione subita.
La ricerca è stata condotta dal Ponemon Institute, sponsorizzata e analizzata da IBM. Ha esaminato 602 organizzazioni già colpite da una violazione tra marzo 2025 e febbraio 2026, in 17 settori e 16 Paesi e regioni, intervistando 3.558 responsabili aziendali e della sicurezza. Le percentuali descrivono quindi gli incidenti osservati nel campione e non la probabilità generale che una qualsiasi impresa subisca un attacco.






