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Cosa pensa del futuro connesso chi fa la rete per i dati in Italia

A margine dell’evento annuale del MIX, il Salotto del MIX, tenutosi a Milano a fine novembre, abbiamo coinvolto il presidente, Joy Marino, su una serie di considerazioni sullo stato della community di chi fa Rete in Italia.

Il Salotto, infatti, mette ogni anno attorno a un tavolo di discussione gli attori del networking di base italiano, chi fa rete dai carrier ai system integrator, dai datacenter e ISP provider ai fornitori di tecnologia abilitante.

Scarica il manifesto del salotto MIX 2019

Il presidente del MIX, Joy Marino

Quali sono i reali bisogni che esprime oggi nell’immediato la community MIX?

Le organizzazioni che afferiscono a MIX appartengono a tipologie diverse, come internet service provider, carrier, piattaforme per la distribuzione di contenuti, e sono portatrici di differenti bisogni. Il principale è, probabilmente, la stabilità, intesa sia come garanzia di affidabilità del servizio che MIX eroga attualmente sia, soprattutto, come continuità nel tempo delle buone caratteristiche che ci contraddistinguono: neutralità, apertura, presenza in tutti i data center carrier-neutral della regione, prezzi orientati al cost recovery.
La stabilità è senza dubbio un’esigenza per tutti quei soggetti che decidono di investire significativamente in infrastrutture di rete e che ragionano dunque con un orizzonte temporale lungo. Immediatamente dopo viene la libertà di scegliere: dove terminare la propria connessione, quali soluzioni di colocation adottare e presso quali datacenter, da quali operatori di TLC affittare connessioni geografiche o da quali operatori Internet acquistare accesso alla big Internet.

A quale mondo sta guardando questa community per costruire e alimentare il futuro connesso?

Che il futuro sia connesso è ormai inevitabile, non si torna sicuramente indietro. Quanto sarà connesso e, soprattutto, quanto sarà interoperante e aperto è la domanda chiave. Far funzionare una congerie di soggetti diversissimi, e sempre più differenziati, è stato il miracolo che ha contraddistinto la Rete, e mi sento di dire che gli Internet Exchange Point (IXP) come MIX hanno dato un grande contributo.
Il mondo che immaginiamo vede l’interazione di tanti soggetti che fanno sempre meglio il loro mestiere, senza distorsioni di mercato dovute a posizioni di forza in settori continui, con i minimi interventi regolatori necessari quando abbiamo a che fare con monopoli naturali.
Un mondo dove anche l’idea più balzana di servizio o prodotto immateriale abbia l’opportunità di svilupparsi e arrivare ai suoi potenziali e innumerevoli utenti.

Come si rapporta questa community con una politica, che a tutte le latitudini pare voler entrare sempre più nel quotidiano della tecnologia con decisioni contrastanti, che vanno dalla web tax ai blocchi preventivi?

Il problema della politica è che non capisce, ha un’esperienza del mondo digitale di un livello pari a quello dell’uomo della strada (nel nostro Parlamento, ad esempio, le persone con competenze ICT si contano sulle dita di due mani), cerca di ricondurre tutto a paradigmi che le sono familiari. E talvolta i risultati pessimi.
Non sempre: persone come Larry Lessig o il nostro Stefano Rodotà, giuristi, hanno capito i meccanismi e le patologie della Rete prima e meglio dei tecnologi, ma rimane il fatto che quando si cerca di regolare Internet attraverso le leggi nazionali nascono problemi.
Intanto quello dei vasi comunicanti. Non si può regolamentare Internet in un singolo Paese: le frontiere sono comunque permeabili, qualunque cosa credano la Russia, la Cina, l’Iran o la Turchia. Il secondo problema è l’eccesso di regolazione, dato che l’ecosistema di Internet ha dimostrato di mantenere un certo equilibrio e una certa dose di apertura alla concorrenza, nonostante tutti gli sconvolgimenti che ci sono stati.
Tralascio i blocchi preventivi, sui quali ci sarebbe da parlare a lungo, ma la web tax richiede qualche considerazione in più, possibilmente senza assumere atteggiamenti manichei: buoni versus cattivi, noi versu loro, US versus EU.
Basta dare uno sguardo a come sono cambiate, solo negli ultimi cinque anni, le aziende maggiormente capitalizzate al mondo, per capire che la trasformazione digitale ha prodotto una nuova gerarchia del business, con giganti come Amazon, Alphabet, Apple, Microsoft dove prima c’erano le multinazionali del petrolio, della finanza, della farmaceutica, e prima di loro le corporation del carbone e dell’acciaio. Due secoli di esperienze hanno permesso di mettere a punto gli strumenti regolatori per limitare lo strapotere delle grandi aziende che in tutte le successive Rivoluzioni industriali (quelle basate sul mondo materiale e i beni fisici) si sono affermate a livello globale.
Non abbiamo altrettanta esperienza di come regolare le industrie immateriali e di questo dovremmo preoccuparci tutti noi ma, soprattutto, chi governa. La web tax mi sembra una specie di scorciatoia per provare a tassare questi hypergiant del mondo digitale, visto che la loro immaterialità consente di eludere legalmente la maggior parte delle tasse sul valore aggiunto prodotto. Ma come molte scorciatoie rischia di non portare i risultati attesi, “peso il tacòn del buso” come dicono in Veneto. Quello che preoccupa è l’arbitrarietà delle soglie e della percentuale di prelievo, per non parlare dell’incapacità di declinare un decreto attuativo sensato, incapacità che ha invalidato già per ben due anni le promesse fatte. Credo che si debba pensare a interventi più strutturali ed efficaci nel medio periodo, interventi che dovrebbero – e potrebbero –essere concertati almeno tra le due sponde atlantiche, se non all’interno del WTO intero. E la parola magica da usare, una parola che in US era ed è molto temuta, è antitrust.

Innovazione che è frutto della formazione o formazione che produce innovazione: secondo il sentire della community della Rete italiana, qual è la direzione migliore?

Innovazione è un’attitudine mentale, sia degli individui che delle comunità e delle imprese. Formazione è la pre-condizione indispensabile, e una volta si sarebbe detto conditio sine qua non per ogni progresso, in qualunque forma si manifesti.
La formazione, così come la ricerca, non può essere finalizzata in modo miope, asservita a uno scopo: chi stabilisce quale obiettivo di dopodomani deve orientare la formazione di oggi? Ma senza una formazione scientifica e tecnologica non è possibile produrre nulla di nuovo nel mondo complicato (e immateriale) che abbiamo creato. Da “professore di ritorno” (ho ripreso a insegnare da qualche anno) aggiungerei che la formazione deve anche aprire le menti ed educare a mettere in discussione qualsiasi dogma o paradigma scientifico o tecnologico consolidato. Il progresso avviene per salti, sempre.
Innovazione significa declinare la conoscenza in nuovi servizi o prodotti, nasce quindi alla frontiera tra conoscenza e impresa, e dall’intraprendere eredita tutti i rischi, compresa una feroce selezione darwiniana.
L’innovazione è come una pianta che germoglia dove il terreno è fertile: là dove c’è una comunità di giovani menti ben formate, dove ci sono le risorse materiali e finanziarie necessarie e, soprattutto, dove c’è il desiderio di trasferire la conoscenza pura in qualcosa di concreto, che sia utile o anche solo bello, che possa cambiare la vita di tanti e che, possibilmente, si possa monetizzare in qualche modo.
Non si può programmare a tavolino o pianificare l’innovazione. Si possono solo mettere insieme gli elementi, creare i presupposti e poi sperare che scocchi la scintilla.
Le considerazioni che ho messo in riga, ossia che la formazione deve essere ad amplissimo spettro, l’innovazione implica rischi e fallimenti e non si può pianificare a priori, dovrebbero rendere evidente che c’è bisogno di risorse economiche a fondo perduto, di investimenti pubblici che non possono avere un ritorno immediato né certo.
Quello che è sicuro, invece, è che, se le opportunità sono tante, se le giovani menti sono brillanti come spesso succede, e aggiungo se il mondo messo in Rete continua a essere aperto per tutti, allora la lotteria dell’innovazione è una scommessa sicuramente vincente, che può ripagare qualsiasi investimento.

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