Le partite di calcio live, un uragano sull’Internet TV italiana

Joy Marino

IPTV? “L’ultima volta che ho usato il termine IPTV era a un workshop organizzato da Leonardo Chiariglione a Torino, nel 2005 e fui redarguito perché quello di cui parlavo “non era IPTV, era TV via Internet”. Mi permetto quindi di fare mia la frase: parliamo di Internet e TV, IPTV ormai fa parte del passato”.

Con questa precisazione inizia la nostra chiacchierata sulla internet TV con uno dei maggiori esperti di traffico internet in Italia, ovvero Joy Marino, presidente del MIX. Per chi non lo sapesse, precisiamo che il Milan Internet Exchange (MIX) è il punto di “interconnessione multipla” a cui le reti degli operatori Internet in Italia (service provider, carrier, content provider e così via), nazionali o esteri, si collegano per scambiare il traffico internet fra loro. Quindi un punto di osservazione “privilegiato” per sapere cosa accade in Italia in termini di traffico sul web. Ecco cosa siamo riusciti a sapere.

In generale, la TV via internet sta impattando sul traffico internet in Italia? E, ipotizzando uno sguardo al futuro, cosa potrebbe accadere?

Netflix è stata il grimaldello che ha fatto saltare tutti gli equilibri che si erano stabiliti nell’ecosistema di Internet. A partire dagli Stati Uniti, dove nel 2013 il 50% del traffico complessivo era dato da Netflix e YouTube, con un 70-90% del totale del traffico serale dovuto a Netflix, per poi sbarcare in Europa a partire dal 2014/15 e, infine, entrare nella consuetudine degli italiani, dove, dopo un primo anno incerto, la TV via Internet ha cominciato a crescere esponenzialmente. Ormai è una crescita inarrestabile, di cui ha preso atto anche SKY; per esempio, ogni volta che voglio vedere un film su NOW-TV e mi viene proposta la scelta “Vuoi vedere il film già iniziato o dall’inizio?” mi viene da sorridere: ma chi preferisce un film a metà?

Gli scenari futuri su cui ragionare non sono tanto sulle modalità di fruizione, quanto sugli impatti sull’infrastruttura di Internet nella sua globalità che questo cambiamento epocale sta provocando.

L’esordio di DAZN ha comportato una serie di malfunzionamenti in ricezione per via del congestionamento della rete in alcune zone. Non siamo ancora pronti a gestire una trasmissione live verso milioni di persone? O forse è perché chi trasmette questi programmi non è un carrier?

In genere gli operatori di telefonia (o “carrier”) ragionano in termini di ottimizzazione delle risorse, e quindi un uso dell’infrastruttura di distribuzione di internet concentrata in poche ore serali o, addirittura, in pochissime ore nel week-end, come nel caso delle partite del campionato, li manda in crisi. “Chi pagherà gli investimenti che servono?” “Dove andremo a finire di questo passo?” E così via.

Se il boom di YouTube e Netflix è andato crescendo nell’arco di mesi e anni, distribuendo contenuti multimediali, pre-registrati e quindi facilmente replicabili, in snodi strategici della Rete, l’impatto della TV lineare (“Vuoi vedere la partita adesso o dall’inizio?!?”) è stato pesantissimo.

Ci sono ulteriori differenze tra il caso Netflix e quello DAZN. Per distribuire film o serie TV si può partire in piccolo e crescere con gradualità; l’impatto sulle infrastrutture è inizialmente trascurabile, cresce nel tempo, può essere affrontato in corso d’opera con soluzioni diverse, appoggiandosi sui servizi di “Content Delivery Networks” (CDN) che già esistono e servono molti degli OTT, per poi costruire gradualmente una propria infrastruttura di cache (leggi: “repliche locali del catalogo dei contenuti”) distribuite in giro per il mondo. Si può avere, come in effetti ha Netflix, un approccio differenziato a seconda delle dimensioni – e direi del potere contrattuale – dell’operatore di accesso Internet con cui ci si relaziona (come sanno bene TIM, Fastweb e gli altri grandi da un lato e gli operatori medio-piccoli dall’altro). In ogni caso, una Google/YouTube, una Amazon, una Netflix possiedono il know-how, le risorse umane e l’infrastruttura materiale per gestire in proprio tutto il processo.

Riuscire a cambiare nel giro di pochi mesi le abitudini consolidate degli italiani calciofili con un offerta di internet TV in tempo reale è un’impresa molto ardua, fuori della portata perfino di qualsiasi operatore di accesso preso singolarmente, figuriamoci per un nuovo entrante che ha esperienza e competenza nella gestione dei diritti TV, ma che si affida a consulenti esterni per la parte tecnologica. Da addetto ai lavori sono ammirato di quanto siano riusciti a fare in un tempo così breve. Ho anche l’impressione che ci sia un coinvolgimento fattivo da parte degli operatori di accesso, contrariamente a quanto avevano fatto in passato, quando avevano ingaggiato contrapposizioni feroci con gli operatori di CDN (Akamai per esempio) prima, e con i fornitori di contenuti TV poi (per esempio in tutte le regolamentazioni della Network Neutrality si fa riferimento al caso “Netflix vs Comcast”).

Che l’occhio di riguardo degli operatori sia dovuto alla cultura calcistica nazionale o al desiderio di cavalcare una potenziale nuova “killer application” di internet, si vedrà.

Quale potrebbe essere la soluzione? I provider di telecomunicazioni potrebbero intervenire in qualche modo per favorire la fruizione della IPTV?

Se fossi ancora un ingegnere, potrei dire che ci sono soluzioni tecnologiche. Per esempio, quanto internet era giovane (e lenta) ci fu per lungo tempo “mbone”, un esperimento globale di trasmissione multicast, la cosa più prossima alla trasmissione lineare della TV. Con le velocità che hanno oggi le reti geografiche (i backbone) dei singoli operatori sarebbe plausibile addirittura riservare sopra questi e a livello di interscambio (“Internet Exchange”) alcuni Gbit/sec, dell’ordine di grandezza della banda complessiva dei canali satellitari, senza un significativo impatto sull’infrastruttura di rete nel suo complesso. Con accessi casalinghi a 1 Gbit/sec, poi, qualcosa di simile potrebbe essere fatto a livello terminale, e il problema sarebbe risolto alla radice.

Ma non credo che accadrà mai: nessuno ha davvero interesse a realizzare una soluzione del genere, e non sarà una DAZN a convincere i grandi di internet, nemmeno nel nostro Paese.

Le soluzioni che vedo sono di tipo incrementale: un po’ di investimenti da parte dei vari operatori di accesso per intrappolare i contenuti di tipo “TV lineare” quando cominciano a pesare troppo e meccanismi di distribuzione che bypassano in modo trasparente i protocolli IP. E le domande sono sempre le stesse: “Chi paga gli investimenti?” “Dove andremo a finire di questo passo?”

Fintantoché i grandi operatori vedranno questo come un’operazione marketing che fa crescere la loro base di clienti (e abbiamo una lunghissima tradizione di quanto sia trainante il calcio nei destini della Nazione) continuerà la corsa agli investimenti. Ma prima o poi, sia per la TV lineare sia per la distribuzione di contenuti video pre-registrati dovranno essere trovate strategie condivise tra tutti i soggetti, perché nessuno, sia sul lato dell’accesso sia su quello dei contenuti, può pensare di arrivare ad essere vincitore assoluto.

Che lei sappia, all’estero hanno problemi simili?

Non ancora, o forse non li avranno mai. Mi spiego meglio. Ci sono due specificità italiane che hanno creato la “tempesta perfetta”.

Da un lato siamo l’unico paese dell’area OCSE che ha – da sempre – uno 0 (ZERO) alla voce “distribuzione TV via cavo”; altrove la CATV è stata ed è ancora, almeno in parte, un canale alternativo all’ADSL o alla fibra ottica per la distribuzione di Internet.

Dall’altro, non mi risulta che in altri Paesi, anche quelli dove la fruizione del calcio tramite la TV sia alta come da noi, ci sono stati cambiamenti nell’assegnazioni dei diritti così repentini e radicalmente nuovi.

Possiamo vivere questa tempesta perfetta come un problema di cui lamentarci, oppure come un’opportunità per essere, per una volta, all’avanguardia nella tecnologia.

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