Università e industria: così nacque Industry 4.0

Prende il via con questo articolo la pubblicazione di una serie di contributi dedicati a Industry 4.0. Che cosa è, perché se ne parla, come si adatta al nostro contesto economico, quali sono le tecnologie la definiscono, quali i player coinvolti. Intanto partiamo da dove tutto è cominciato.

 

Germania, 2011. La scena è quella della fiera di Hannover dove per la prima volta si parla di Industry 4.0. Qualcuno può pensare alla solita iniziativa di marketing, invece la faccenda è serissima. Con determinazione tutta teutonica nel 2012 un gruppo di lavoro presenta le sue analisi al governo tedesco. Il gruppo è presieduto da Siegfried Dais della Robert Bosch GmbH e da Henning Kagermann della Acatech (Accademia tedesca delle Scienze e dell'Ingegneria). L’industria, insieme con le migliori menti accademiche del paese, fornisce le sue indicazioni al governo. Il report è pubblicato sempre ad Hannover l’anno successivo.
Qui il sito di riferimento, consultabile sia in tedesco, sia in inglese.

Prende così il via, almeno a livello europeo, la quarta rivoluzione industriale che dopo l’utilizzo di acqua e vapore per la meccanizzazione della produzione, l’elettricità e la produzione di massa e l’informatica vede adesso una consistente digitalizzazione delle attività collegata con le unità produttive.

Nulla è gratis

Gianni Potti, presidente di Confindustria servizi innovativi e tecnologici, spiega la rivoluzione: “Nella produzione non basterà più solo parlare di It, ma di sistemi complessi che interagiscono continuamente con il mercato grazie a un massiccio utilizzo della rete. Saranno sempre più connessi ai sotto sistemi con controlli in tempo reale”. Smart robot e nuove macchine interagiscono tra loro e i farà ampio utilizzo dei big con grande velocità di lettura dei dati per apportare cambiamenti in tempo reale.

La faccenda non sarà indolore. L’indagine "The Future of the Jobs" presentata al World economic forum dice che nei prossimi anni una serie di fattori permetteranno di creare due milioni di posti di lavoro facendone sparire sette. L’Italia dovrebbe avere un saldo zero, un dato positivo da leggere forse anche come conferma del costante ritardo della Penisola nell’adozione di nuove tecnologie. Il problema è che proprio noi in Europa non possiamo permetterci di perdere altro terreno.

La produttività italiana, tecnicamente il rapporto tra la quantità di prodotto derivante da un processo produttivo e la quantità di risorse impiegate e quindi capitale e lavoro, e più in generale la capacità di crescere, langue da anni. Secondo Istat complessivamente, nel periodo 1995-2014, la produttività del lavoro è aumentata ad un tasso medio annuo dello 0,3%, mentre la produttività totale dei fattori è diminuita dello 0,3% medio annuo. Anche per tutto questo se l’Europa accelera sotto la spinta di Industry 4.0 non possiamo stare a guardare.

La centralità del manifatturiero

Luca Paolazzi, direttore del Centro studi Confindustria ricorda la centralità di un settore manifatturiero che oltre a produrre sviluppa servizi per oltre il 6% totale della produzione. Stiamo parlando di servizi pre e post vendita “che devono essere efficienti e innovativi per vincere la sfida”. Il terziario però deve essere al servizio del manifatturiero con il quale ha un dialogo costante in tempo reale.

Per anni abbiamo visto un bel pezzo dell’industria andare a produrre dove costava meno. Oggi non è più così tanto è vero che si parla molto più di reshoring (tornano a casa le produzioni delocalizzate) che di offshoring. E’ quello che ha fatto Adidas ce dopo vent’anni di Asia ha deciso di tornare a produrre in Germania ad Ansbach in Baviera. Qui nasce la Speed factory che in 4.600 mq inzierà a produrre i primi cinquecento paia di scarpe come test. “Speedfactory – ha spiegato Herbert Hainer, ceo di adidas Group -, combina progettazione e sviluppo di articoli sportivi con un processo di produzione automatizzato, decentrato e flessibile. Questa flessibilità ci permette di essere più vicino al mercato”.

Industry 4.0C’è poi un problema lavoro. Piazzando in fabbrica sensori, utilizzando robot, big data e cloud è evidente che gli skill dei lavoratori devono essere maggiori. Per questo Francesco Segheze, direttore Adapt University Press, l’associazione per gli studi sul diritto del lavoro e le relazioni industriali, aggiunge che “Investire nell’Industry 4.0, detassando le spese per innovazione, o favorendo fiscalmente il back-shoring delle imprese ora delocalizzate serve a poco se non si procede parallelamente allo sviluppo di un sistema formativo che colmi lo skills gap che caratterizza molti paesi Occidentali, Usa in primi, ma anche l’Italia. Misure come l’apprendistato scolastico, l’apprendistato di ricerca, lo sviluppo degli Istituti tecnici superiori non sono quindi meno importanti di politiche volte alla riduzione del costo dell’energia, del costo del lavoro o della burocrazia”.

 

 

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