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Workday, la trasformazione digitale in Italia fra luci e ombre

Capire come e quanto proceda la trasformazione digitale in Italia è compito altrettanto importante di avviare l’evoluzione.

Un compito del quale di recente ha voluto farsi carico anche Workday con Organizational agility at scale: the key to driving digital growth, un impegnativo lavoro di ricerca affidato a Longitude, nel quale sono state coinvolte quasi mille aziende distribuite tra Nord America, Europa e Asia.

Come facile prevedere, un quadro per certi versi rassicurante, soprattutto per la percezione del problema. Un po’ meno per la capacità di agire, dove l’Italia inizia ad accusare qualche colpo, come sottolinea anche l’analisi offerta dal Politecnico di Milano. Per arrivare ai veri ostacoli nella capacità di mettere in campo l’indispensabile agilità organizzativa.

«Una ventina di anni fa raccomandavamo ai nostri figli di non salire nell’auto di sconosciuti e stare attenti a usare Internet – ricorda Pierre Gousset, VP EMEA di Workday -. Oggi, uscito dall’aeroporto ho usato un’app per farmi portare qua sull’auto di qualcun altro. Credo sia una delle situazioni in grado di rappresentare al meglio la trasformazione digitale».

Qualcosa di nuovo, siano prodotti o servizi, per i quali è necessario avviare una trasformazione della propria organizzazione. Solo così, dalla visuale dell’azienda americana, sarà possibile ambire ad allargare i ricavi.

L’attenzione di conseguenza è elevata. Per il 2019, IDC ha stimato in 200 miliardi di dollari la spesa europea in digitalizzazione. Il problema semmai, è capire se e quanto siano spesi bene. Se non più di tre anni fa, quando si è iniziato a parlarne, l’attenzione era rivolta a ottimizzare processi esistenti, oggi si parla invece di nuovi modelli per nuove opportunità.

A sinistra, Pierre Gousset, di workday; a destra Mariano Corso, del Politecnico di Milano

Ottimismo quasi sempre giustificato

Dal punto di vista dei diretti interessati, regna un certo ottimismo. 88% ritiene infatti la propria azienda in possesso di una chiara strategia digitale. Non a caso, il 56% degli intervistati, per il 51% aziende sopra i 3-500 dipendenti, si dice convinto di come nel giro di tre anni oltre la metà degli introiti sia correlato a nuovi flussi. In Italia, qualcosa di meno, il 53%. In ogni caso, già oggi l’83% conferma di ricavarne benefici significativi.

«Sarà fondamentale saper creare questi flussi – avverte Gousset -. Bisognerà essere pronti a capire quando si presenta una nuova opportunità e soprattutto la velocità nel sapersi adattare ai cambiamenti. Non si tratterà più di un’ondata per arrivare a una situazione stabile, il cambiamento sarà continuo e variegato».

La fiducia in se stessi appare come un fattore diffuso. In Italia, Il 77% si reputa infatti convinto di poter contare su manager in possesso della necessaria agilità operativa, pronta a sposare e cavalcare l’onda digitale. Il 59% si spinge oltre, considerando superati troppi passaggi burocratici interni retaggio del passato. D’altra parte, sull’argomento un 30% accusa ancora progressi limitati. Importante comunque sottolineare, la presa di coscienza su un argomento tanto delicato quanto potenzialmente pericoloso in prospettiva.

Grande ottimismo anche sulla consapevolezza riferita all’importanza dei dati. L’86% dichiara di aver compiuto progressi significatici sulla fluidità di circolazione, favorendo quindi i processi decisionali interni. Probabilmente anche per questo, la sicurezza (insieme a privacy e conformità) resta la barriera più sentita alla digitalizzazione, per il 49% degli intervistati. Meno scontato il 33% pronto a individuare ancora un problema nei sistemi legacy radicati in tante architetture IT.

Istruzioni per l’uso

Dall’insieme, Workday ha ricavato alcune indicazioni utili, le caratteristiche chiave per affrontare con successo la trasformazione digitale. «Prima di tutto, passare a una pianificazione continua e dinamica, adattando le strategie ai risultati – spiega Gousset -. Quindi, la capacità di gestire strutture  e processi più fluidi, evolversi per potersi adattare, misurando l’efficacia e poter riallocare risorse».

Aspetto veramente critico, soprattutto in Italia, creare la nuova forza lavoro. Nel momento in cui si adottano nuove tecnologie, le competenze devono essere già presenti in azienda, e diffuse. Aperte cioè allo scambio di idee, per sviluppare una cultura dell’innovazione.

Questo dipende anche da una nuova abilità nel coinvolgere i dipendenti nelle decisioni. A partire da un accesso ai dati più sollecito ed esteso, definito quasi una sorta di devolution del potere decisionale.

«Infine, sviluppare capacità di misurare l’impatto delle nuove iniziative e sviluppare, o acquisire gli strumenti di misurazione – aggiunge Gousset -. Le metriche saranno la chiave per i successi del futuro».

Digital Transformation IDC

Ansia da digitalizzazione

Nel quadro generale Workday, l’Italia non si discosta più di tanto dalla media. L’analisi parte comunque da un quadro generale, solo in un secondo tempo localizzato. Diventa allora interessante metterlo a confronto con un’analisi partita invece dal cuore dell’impresa nazionale.

«Il rapporto delle aziende italiane con la digitalizzazione non si può esattamente definire un flirt – osserva Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano –. Emerge soprattutto ansia, con settori dove effettivamente il digitale ha già cambiato le regole del gioco e altri invece più indietro. L’effetto immediato per molte di loro è una sensazione di incapacità nell’adeguarsi alla velocità richiesta dal cambiamento».

Alla base di tutto, l’urgenza di poter contare su un’organizzazione agile. Dove non creata su misura, da adattare senza esitazione. «Oggi è un fattore di sopravvivenza – allerta Corso -. Siamo in un vortice dove spesso una strategia corretta si scontra con effettiva capacità di eseguirla. Tante aziende scoprono di non essere in grado di procedere».

L’aspetto positivo è individuato nell’88% convinta di poter già contare su una strategia in ottica digitale. Un dato confermato dal Politecnico anche sulla base di budget raddoppiati nel corso dell’ultimo anno. «D’altra parte, un progetto su due fallisce – puntualizza Corso -. Guardando al livello di preparazione, emergono tutte le carenze. Mancano le condizioni adatte a trasformare un investimento in successo».

Il vero e proprio macigno, finisce per cadere su un punto debole ormai noto, la carenza di formazione e quindi di competenze di base. Non a caso, nella ricerca Workday, qua emerge la netta distanza dell’Italia rispetto al resto del campione. Un limite accusato in un caso su tre, contro il 28% complessivo. Con ripercussioni anche nella cruciale capacità di sfruttare nuovi strumenti, 39% contro 32%.

Anche nelle ragioni individuate, non si può certo parlare di novità. «Manca una cultura di fondo, restando ancorati a regole omologate – lamenta Corso -. Nelle aziende c’è ancora troppa burocrazia, puntando a proteggere aree di potere verticale, Una grande malattia delle organizzazioni tradizionali italiane, con la pria conseguenza di perdere le risorse umane per scarsa capacità di coinvolgerle».

Più ancora della trasformazione digitale, o almeno insieme, è questa la vera urgenza per il sistema produttivo nazionale. Se certamente non è facile cambiare in pochi mesi abitudini radicate da decenni, può comunque esser utile sapere come iniziare.

«Se non si riesce a fare bene tre cose, il rischio è di buttare soldi e tempo – conclude Corso -. Prima di tutto, investire in sistemi per abilitare integrazione e condivisione dei dati. Quindi, sviluppare competenze e aggiornamento continui rivolti a tutti, non solo a un gruppo ristretto di dirigenti. Infine, favorire la cultura del cambiamento, a partire da un nuovo modello di leadership».

 

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