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Un Mac del cavolo

Di professione fotografa, specializzata nella fotografia di food, Sigrid Verbertè da qualche anno il punto di riferimento per il pubblico italiano delle ricette su Internet: il suo blog, www.cavolettodibruxelles.it, non solo è una fonte preziosa di succulenti piatti dai profili tanto invitanti quanto fantasiosi, ma è anche l’icona dell’eccellenza per gli addetti ai lavori grazie a quel modo delicato e prezioso di presentare ogni piatto.

Forse saranno i pregi della sua Canon 5D Mark II, oppure il sapiente quanto mai invasivo passaggio in post-produzione con Photoshop o Lightroom (“ancora troppo poco” ci confida, parlando di quest’ultimo), oppure della infinita comodità che le offre il suo insostituibile iMac che, tra l’altro, ha conosciuto da non molto: tre anni nei quali è passata da una esperienza tutta Windows a una, più confortevole, Mac. Da un primo modello acquistato “per provare” a un secondo, sino ad affidare le sue giornate al suo iPhone con cui, come ci ha sottolineato, “non potrei vivere senza”. Inoltre, complice la linea di iMac presentata alla fine lo scorso anno, Sigrid è stata sedotta dal modello con schermo da 27 pollici. Contestualmente, il suo MacBook bianco è pronto per essere sostituito da un più giovane e potente modello Pro.

A fronte di una diffusa credenza, complice un po’ mamma RAI, che vede le cuoche nostrane tutte curve generose, sorrisi e libroni, Sigrid è un peperino tutto idee, sguardi vispi e frizzante spontaneità. All’interno dello Spazio Gancia a Milano, attorniati da squisite prelibatezze dall’aroma altamente pericoloso per la nostra linea, Sigrid ci ha intrattenuto spaziando su svariati argomenti, dal Mac a Internet, dal suo “matrimonio” con la Canon 5D ad alcuni temi più scottanti, come la situazione dell’editoria italiana e mondiale nel settore della cucina sino a una curiosa quanto spontanea ciliegina finale.

Sigrid, la prima domanda è spontanea: perché Mac?
Perché mi semplifica la vita in modo impressionante! Da tre anni appunto vivo senza arrabbiarmi per il computer che si pianta, senza virus né rischio di lavori persi. Nada! Insomma per il mio lavoro, e per il mio blog, l’interazione con il computer è fondamentale e avere una macchina “amica”, semplice, affidabile, che permetta una gestione del lavoro (e dell’archivio), chiaro, ordinato e intuitivo, è davvero un bonus che incide sulla qualità della vita.
Anche l’aspetto stesso del Mac contribuisce a migliorare l’umore: è sempre piacevole circondarsi di oggetti belli.

Ci è parso di capire che il tuo approccio alla tecnologia è molto pratico: quali sono, quindi, i programmi che più usi e quali quelli che ti piacerebbe usare di più?
è vero, sono molto pratica quindi in sostanza uso ciò che mi serve, e ho poco tempo per esplorare il resto.
Di sicuro uso moltissimo Firefox e Photoshop, poi il pacchetto Office per Mac, Cyberduck (un client FTP gratuito, ndr), Mail, iTunes per la colonna sonora durante il lavoro (ma anche programmi radio in podcast o tutorial Photoshop che poi guardo sull’iPhone quando sono in viaggio) e infine iMovie HD quando ho un po’ di tempo per giocherellare con la funzione video della macchina fotografica.

Nel tuo blog, spesso citi la tua Canon, segno che la simbiosi è forte e produttiva: ci sveli perché Canon e perché la 5D Mark II?
In realtà sono arrivata a Canon quasi per caso: la mia primissima reflex digitale me l’ha regalata mio padre. Lui è un ex fotografo e ha passato la vita a cercare di convincermi che facevo prima a comprare cartoline, poi quando ha visto che non c’era più nulla da fare, che non riusciva a dissuadermi, mi ha regalato una EOS 350d. E da lì non ho mai più cambiato casa; semplicemente, mi sono sempre trovata benissimo. Sono passata alla 5D dopo due anni e infine, alla 5D Mark II, un cambio, non previsto, assolutamente impulsivo. In sostanza il mio miglior amico fotografo, Davide Dutto, l’aveva appena acquistata e dopo 15 giorni già ne parlava manco fosse una donna di cui si era follemente innamorato, e così non ho resistito.
In quanto agli obiettivi, dipende ovviamente da dove sono e cosa faccio, diciamo che i miei tre migliori amici sono il 24 -105 f4, che è un po’ il mio personalissimo tuttofare, poi il 100mm f2.8 che prediligo per le foto di cibo, e infine il 50mm f1.2, con i suoi stupendi bokeh (effetto sfocato, ndr). Tutti Canon, ovviamente…

Chiacchierando, hai definito la lavorazione degli scatti in Photoshop la “camera oscura digitale”: quanta post-produzione c’è nelle foto del cavoletto e quali sono le tecniche che utilizzi di più?
Il mio rapporto con Photoshop è molto buono e osservo quasi divertita come in un certo periodo della mia vita c’era chi mi rinfacciava l’uso di questo programma, mentre adesso, se mi confronto con la maggior parte dei giovani fotografi, sono notevolmente indietro. In ogni caso, mi pare evidente che l’uso di Photoshop non sia da stigmatizzare, anche se, appunto, i miei interventi sono decisamente basici, riguardano ritocchi tutto sommato piccoli: gommare qualche difettuccio sul cibo, una briciola di troppo, levare qualche sporcizia dal bianco, poi livelli, maschera di contrasto, sfocature controllate e qualche volta un leggero intervento sui colori. Se poi devo lavorare su fotografie di prodotti, o di paesaggi, utilizzo molto i Livelli.
In compenso uso pochissimo il formato Raw: il tutto è semplicemente dovuto al fatto che il mio mentore “fotografico” lavora in JPEG, e quindi io sono cresciuta così. Del resto sono pochi anni che faccio questo lavoro quindi non escludo di crescere nel mio uso di Photoshop, anche se penso che ognuno debba usare la tecnica in vista di ciò che vuole ottenere, e non al contrario. Quindi, così come trovo assurdo chi dice che non usa Photoshop, guardo dubbiosa chi mi dice “Raw o niente”, anche se, certo, c’è poco da dire, il Raw garantisce un altro tipo di qualità, però ripeto, fin qui e per gli interventi che faccio, non ci sono ancora arrivata.
Va detto anche che non mi piacciono i dictat: il mio libro – Il Libro del Cavolo – contiene solo foto scattate in JPEG, e non mi pare siano poi di qualità scadente. Io per ora quindi uso il formato Raw in situazioni critiche. Magari fra un anno o due (sempre che nel mentre acquisti un server sul quale tenere il sempre più voluminoso archivio), ne riparleremo e parlerò del JPEG come della preistoria.

Nel tuo mestiere di fotografa di cibi, ti sarai trovata spesso a ottimizzare gli scatti oppure a dover restaurare qualche foto nella post-produzione. Qual è il limite “morale” del ritocco che non si deve superare per evitare di creare un’immagine bella, ma che non corrisponde alla realtà?
Qualche briciola da levare c’è sempre, in realtà però io ritocco poco, cercando invece di partire da uno scatto piuttosto accettabile di per sé.
Il che vuol dire che il cibo va particolarmente curato. È una scelta.
Il caso vuole che io ami il “naturale”, sia per quanto riguarda la luce sia per quanto riguarda il cibo di per sé, per cui penso che si faccia prima e meglio se il cibo che si fotografa è bello. Questo richiede lavoro e accorgimenti.
Dato che la perfezione non esiste, spesso è l’imperfezione stessa a essere emozionante, quindi in qualche modo preferisco lasciare spazio anche a quella. Nel caso del cibo questo è solo una questione di stile, quando gli interventi pesanti con Photoshop riguardano invece degli esseri umani (Sigrid parla qui del mondo della moda, ndr), cioè delle immagini mediatiche che servono, per molti, come punto di riferimento o modello, il tema diventa decisamente più delicato. Avevo letto qualche tempo fa della proposta di menzionare sempre il ritocco, sui servizi fotografici nelle riviste di moda, e mi pare giusto. Il punto è che la gente spesso non sa a che punto le immagini possono essere “lavorate” e cosi finisce con il prendere come modelli immagini che non esistono. Il che può solo generare infelicità e frustrazione.
Nel mio piccolo, preferisco una fotografia capace di mettere in luce le piccole imperfezioni della vita reale esaltando la bellezza delle cose vere e reali.

Parliamo d’altro: il tuo blog ha avuto un successo notevole anche al di fuori del settore culinario proprio per la bellezza delle tue immagini, definendo un vero e proprio “stile del cavoletto” ripreso in molti altri blog o siti a tema. Sei dunque tu che sfrutti Internet, o è Internet che sfrutta te?
Credo sia uno scambio equo. Da un lato, e non l’avevo affatto preventivato, il mio blog è il mio biglietto da visita, e grazie alla visibilità del blog (che rimane la mia corte di ricreazione, non la smetterò mai di dirlo) lavoro, bene, tanto, e in questo sono senz’altro privilegiata. D’altro canto, se in qualche modo ho contribuito, con il blog, a smuovere qualche cosina, nella cucina delle persone, nel loro modo di guardare all’iconografia del cibo, se ho contribuito, quasi involontariamente, a dar voglia di cucinare, di esplorare il web, di darsi alla fotografia, insomma, se incito altri a fare “concretamente” qualcosa, beh, non posso davvero che esserne felicissima, anzi, è il più bel modo questo per essere ripagati del proprio lavoro.
L’unico piccolo punto negativo, diciamolo, è quando, per causa di viaggi e di lavoro estenuante, il blog langue per qualche giorno e a qualcuno viene in mente di lamentarsi. Insomma quando c’è chi ti fa sentire che hai l’obbligo di postare ricette, a prescindere da ciò che succede nella tua vita, quasi a dire che siamo il servizio pubblico; può essere pesante soprattutto perché credo che il blog debba essere uno strumento
di spontaneità.

L’utente che desidera imparare, sperimentare e raffinarsi tra i fornelli può davvero trovare quello che cerca su Internet oppure non è ancora arrivato il momento di lasciare andare il vecchio ricettario della nonna?
Ma per carità! Non buttare mai il ricettario della nonna, è prezioso! Internet oggi è utilissimo, per imparare, conoscere, scoprire. Questo però non vuol dire che non si possa arrivare a una cucina più personale, contemporanea, meticcia, anche considerando il tutto da un punto di vista globale o rispetto la facilità con la quale possiamo viaggiare o incontrare il “diverso”. Non vanno comunque mai dimenticate le proprie radici, i prodotti della zona in cui viviamo, e quindi ci stanno anche le ricette della nonna (guai a perderle di vista). Le riviste, ad esempio, le uso sempre di meno e comunque solo straniere: in Italia c’è un notevole ritardo editoriale in materia di gastronomia dovuto principalmente al fatto che all’estero c’è molto più interesse per il settore e quindi gli investimenti economici sono più importanti. I libri sono poi un altro discorso. Insomma, il bello della cucina in Rete è che è interattiva: se poni una domanda o se hai un dubbio sulla ricetta, puoi chiedere e ottenere una risposta, con il cartaceo non è così e ognuno rimane solo con i suoi dubbi e i suoi sbagli. Per di più l’editoria italiana tende a produrre a basso costo, il che significa, spesso, l’utilizzo di foto di stock, sulle quali qualcuno scrive poi una ricetta, a volte a casaccio, il che significa che a rifarla a casa c’è un’altissima probabilità di ritrovarsi con un risultato per nulla all’altezza delle attese.
In questo, che si tratti di cartaceo o di Internet, sono piuttosto rigida e penso che il lavoro vada fatto con serietà e cura e, in materia di ricette, detesto sprecare tempo e ingredienti che poi mi ritrovo a buttare perché l’autore della ricetta non ha preso sul serio il suo compito. Quindi, poiché vogliamo scrivere ricette, il minimo sindacale è che siano attendibili. Badate però che anche su Internet c’è di tutto e di più. Bisogna sempre esercitare un minimo di senso critico.

Tornando ad argomenti a noi più consoni: hai detto che hai un iPhone. Sei un utente occasionale che l’ha acquistato come moda del momento oppure, come in cucina, sperimenti caratteristiche e applicazioni?
Né l’uno né l’altro in realtà. Ho avuto il primo modello di iPhone e mi ci sono trovata subito benissimo, essenzialmente perché è, come tutti i prodotti Apple, simpaticissimo da usare. Adoro anche il fatto che si sincronizzi con la mia agenda e la mia rubrica, mi piace usarlo come supporto per portare le mie foto e i miei filmati in giro, e anche perché, essendo fissata con la musica, mi fa compagnia in viaggio quando mi salva addirittura in situazioni del tipo ‘”mi sono persa, dov’è che devo andare?”. Quindi dopo il primo sono passata al modello 3G, sempre perché non immaginavo la vita senza quello strumento: altri telefoni, anche evoluti, non riuscivano davvero a darmi lo stesso servizio e lo stesso sentimento.
Chiaramente qualcosa da App Store l’ho scaricato, ma una caratteristica di sempre è che io mi annoio subito dei giochi per cui dopo qualche momento di iniziale entusiasmo, quel lato si è molto smussato. Anche in questo tendo a essere molto noiosamente pratica, quindi una delle applicazioni che più spesso uso è quella di Trenitalia, che mi permette di verificare orari e biglietti ferroviari in un lampo (veramente utile quando passi un mese in giro per l’Italia a promuovere il tuo libro spostandoti prevalentemente in treno).

Di nuovo sul Mac: come ogni nuovo utente che si rispetti, anche tu avrai di sicuro “evangelizzato” qualche amico, parente o collega al passaggio al mondo della Mela. Com’è andata?
Beh, diciamo che quella che è stata abbondantemente evangelizzata sono io: nel senso che se sono arrivata a Mac è proprio perché tutti, ma proprio tutti i miei amici fotografi, grafici o editori già ce l’avevano e continuavano a dirmi quanto sarebbe cambiata la mia vita: avevano ragione! Io di proseliti fin qui ne ho fatti solo due, una mia amica blogger (www.mercotte.fr, un altro blog di cucina, ma d’oltralpe) e mio marito, che da tempo mi guardava con sospetto; in sostanza con loro si è manifestata la stessa magia che avevo vissuta anch’io: dal giorno in cui hanno cambiato non hanno più voluto sapere nulla di Pc.

Un’ultima domanda prima di lasciarci, quasi scontata: dal momento che le tue passioni sono la fotografia e la cucina, vivendo il computer solamente per un uso pratico, torneresti a Windows?
Manco morta! Neanche se mi dessero due Pc in cambio di un Mac!

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