Troppe parole su Twitter

Ovvero: perché si discute di un social network e dell’uso che ne si fa.

Che Twitter sia il fenomeno del momento sembra dimostrato dal gran numero di parole che su Twitter si spendono.
Dove il ”su” va inteso nella duplice accezione del ”sul social network” e ”in merito a esso”, sia che si voglia discutere del fatto che Lady Gaga faccia più o meno bene a presentarsi senza trucco ai suoi fan, sia che tre segretari di maggioranza annuncino con una foto sul social network l’inizio di un incontro a Palazzo Chigi, sia ancora che del fenomeno Twitter si cerchi di fare l’esegesi.
E’ bastato che Michele Serra, dieci giorni fa, utilizzasse incautamente la sua Amaca per dichiarare la sua poca ammirazione (a dire il vero schifo è il termine utilizzato) per un luogo (o un non luogo in base ai punti di vista) vissuto come culla della partigianeria di pancia, in contrasto ad altri luoghi più orientati al confronto, perché la questione assurgesse al rango di caso, con la consueta pletora di dichiarazioni a favore o contrarie alla quale in fondo siamo abituati.

Dopo dieci giorni, si sa, ogni notizia è destinata a diventare un trafiletto in ultima, a meno che non intervengano novità sostanziali a rinfocolarla.
Cosa che puntualmente è accaduta a inizio settimana.
Porte chiuse ai giornalisti, mentre si svolgeva la Direzione Nazionale del Pd. Reti aperte, di converso, per iPhone e iPad, utilizzati senza remore dai partecipanti all’incontro, per diffondere verso l’esterno la cronaca minuto per minuto dei lavori.
Così Twitter, e l’uso che gli italiani ne fanno, è tornato sotto i riflettori, in una sorta di analisi corale dalla quale pochi escono assolti.

In realtà, basterebbe tornare alle origini, ridefinendo modi e ruoli.
È evidente che il luogo della sintesi estrema, del pensiero in 140 caratteri, ashtag e link inclusi, non possa essere il luogo dell’analisi. Sarebbe un ossimoro.
E nessuna trascrizione, per quanto puntuale e immediata, può prendere il posto di un’analisi di insieme, presentata quando le bocce si sono finalmente fermate.

Parimenti, se si decide di utilizzare il mezzo a fini professionali, per condividere idee, spunti e fonti con la propria cerchia, sarebbe un comportamento lineare evitare di inframezzarvi interventi che nulla di professionale hanno, sul calcio, Sanremo o sull’ultima gita di famiglia.

Personale e professionale ”pari non sono”, né lo sono il pubblico e il privato.
Sarebbe bene ricordarlo, soprattutto adesso che qualcuno, dall’altra parte dell’Oceano, si è accorto che forse occorrerà una legge per stabilire che un datore di lavoro non ha alcun diritto di pretendere dai suoi dipendenti le credenziali di accesso ai loro profili sui social network.

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