Per oltre vent’anni l’Europa ha costruito la propria politica digitale soprattutto attraverso la regolazione dei mercati. Oggi Bruxelles ritiene che questo approccio non sia più sufficiente. In un contesto nel quale intelligenza artificiale, cloud computing, semiconduttori e infrastrutture digitali sono diventati elementi centrali della competizione geopolitica, la Commissione europea punta a rafforzare la capacità dell’Unione di sviluppare e controllare le tecnologie considerate strategiche per la propria economia e sicurezza.
Con il nuovo European Technological Sovereignty Package, Bruxelles affianca infatti alla tradizionale attività normativa una politica industriale che mira a costruire capacità europee nei semiconduttori, nel cloud, nell’intelligenza artificiale e nell’open source. Il pacchetto comprende due proposte legislative, il Chips Act 2.0 e il Cloud and AI Development Act, affiancate da una Strategia europea per l’Open Source e da una Strategic Roadmap for Digitalisation and AI in the Energy Sector.
L’obiettivo dichiarato è ridurre le dipendenze strutturali da fornitori esterni nei settori tecnologici più critici e creare le condizioni necessarie affinché l’Europa possa competere in una fase storica nella quale la disponibilità di capacità computazionale, infrastrutture cloud, semiconduttori avanzati e dati è diventata un fattore determinante per la competitività industriale, la sicurezza economica e la capacità di innovazione.
Nel loro insieme, le misure proposte delineano una strategia che punta a fare dell’Europa un continente dell’intelligenza artificiale, sostenendo contemporaneamente investimenti industriali, ricerca, capacità produttive, sviluppo di competenze e costruzione di nuove infrastrutture digitali.
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha sintetizzato la posta in gioco con una formulazione che sposta il tema dalla semplice innovazione alla sovranità politica: “Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono operativi i nostri ospedali, stabili le nostre reti energetiche e sicuri i nostri servizi. Si tratta di proteggere i cittadini, difendere i nostri interessi e preservare la nostra capacità di scelta. L’Europa dispone dei talenti, dell’eccellenza nella ricerca, della base industriale e del Mercato Unico necessari. Ora dobbiamo trasformare questi punti di forza in sovranità tecnologica”.
La definizione adottata da Bruxelles è volutamente ampia. Per sovranità tecnologica si intende la capacità dell’Europa di sviluppare, controllare e far crescere tecnologie critiche, infrastrutture, servizi e dati che costituiscono il fondamento dell’economia digitale, della sicurezza e della società contemporanea. Il concetto non viene presentato come una chiusura dei mercati o come una forma di autarchia digitale, ma come la necessità di ridurre vulnerabilità e dipendenze eccessive, assicurando all’Unione una maggiore libertà di scelta nei settori che determineranno la competitività industriale dei prossimi anni.
La Commissione sottolinea come l’Europa disponga già di punti di forza rilevanti: una posizione di primo piano nella produzione di macchinari per la fabbricazione dei chip, organismi di ricerca di livello mondiale, una base industriale avanzata, un Mercato Unico capace di generare domanda e una comunità open source composta da oltre tre milioni di contributori. Tuttavia, questi asset non sono ancora stati pienamente trasformati in capacità industriali autonome nei segmenti più strategici dell’economia digitale, dove il continente continua a dipendere in larga misura da tecnologie, piattaforme e infrastrutture controllate fuori dall’Unione.
Una risposta europea alla dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti
Al di là delle misure operative contenute nei singoli provvedimenti, il Technological Sovereignty Package segna probabilmente il cambiamento più significativo nella politica tecnologica europea dagli anni Novanta. Per decenni Bruxelles ha considerato il Mercato Unico, la concorrenza e la regolazione come gli strumenti principali per favorire innovazione e sviluppo. Oggi la Commissione sembra partire da una constatazione diversa: in alcuni settori strategici il mercato da solo non ha prodotto operatori europei in grado di competere con i grandi gruppi tecnologici statunitensi e asiatici.
Questa interpretazione emerge chiaramente anche da un’analisi pubblicata da Politico Europe, la testata paneuropea specializzata nella copertura delle istituzioni europee, delle politiche pubbliche e delle dinamiche geopolitiche che influenzano Bruxelles. Secondo Politico, il nuovo pacchetto rappresenta il tentativo più organico finora elaborato dall’Unione per contrastare nel lungo periodo la predominanza tecnologica americana attraverso una strategia industriale esplicitamente orientata alla crescita di capacità europee.
L’elemento che distingue il Technological Sovereignty Package dalle precedenti iniziative europee è infatti il passaggio da una logica prevalentemente regolatoria a una logica di costruzione delle capacità. Negli ultimi anni Bruxelles ha cercato di limitare gli squilibri del mercato digitale attraverso strumenti come GDPR, Digital Markets Act e Digital Services Act. Con il nuovo pacchetto l’obiettivo diventa più ambizioso: non soltanto regolamentare gli attori dominanti, ma creare le condizioni affinché possano emergere alternative europee nei segmenti più strategici dell’economia digitale.
Questa evoluzione riflette una preoccupazione crescente per la concentrazione delle infrastrutture digitali globali. Secondo la Commissione, gli Stati membri spendono ogni anno circa 264 miliardi di euro in tecnologie statunitensi, mentre una parte significativa delle attività digitali europee dipende da piattaforme cloud controllate da operatori americani. La questione non riguarda soltanto la competitività economica, ma anche la capacità dell’Unione di mantenere il controllo operativo di servizi essenziali per il funzionamento di amministrazioni pubbliche, sistemi sanitari, reti energetiche e infrastrutture critiche.
In questo contesto assume particolare rilevanza il concetto di sovranità cloud, che rappresenta probabilmente l’innovazione politica più significativa dell’intero pacchetto. La proposta introduce infatti una classificazione delle infrastrutture digitali basata non soltanto su parametri tecnici o di sicurezza, ma anche sul grado di controllo giuridico e operativo esercitabile sul fornitore. Si tratta di un approccio che avvicina cloud, dati e intelligenza artificiale alle categorie tradizionalmente utilizzate per valutare asset strategici come energia, telecomunicazioni o difesa.
Pur continuando a escludere qualsiasi ipotesi di disaccoppiamento tecnologico dagli Stati Uniti, Bruxelles introduce così un principio destinato a influenzare profondamente l’evoluzione del mercato europeo: non tutte le infrastrutture digitali possono essere considerate semplici servizi commerciali e alcune di esse devono essere valutate anche alla luce delle implicazioni che possono avere per la sovranità, la sicurezza economica e l’autonomia decisionale dell’Unione.
Il Chips Act 2.0 e la filiera europea dei semiconduttori
Il primo pilastro legislativo del pacchetto è il Chips Act 2.0, pensato per rafforzare l’industria europea dei semiconduttori, ridurre le dipendenze strategiche, stimolare la domanda di chip e sostenere progettazione e produzione sia di componenti avanzati sia di semiconduttori mainstream all’interno dell’Unione. I chip sono ormai infrastrutture di base dell’economia digitale: alimentano applicazioni di intelligenza artificiale, cloud, droni, veicoli connessi, robotica industriale, reti energetiche, dispositivi sanitari e sistemi di difesa.
Il primo Chips Act, in vigore dal 2023, ha rappresentato la prima risposta coordinata dell’Unione alle vulnerabilità emerse nelle catene globali di approvvigionamento dei semiconduttori. Secondo la Commissione, ha contribuito a mobilitare oltre 52 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati, generando circa 46.000 posti di lavoro diretti e indiretti e rafforzando le capacità europee di ricerca e innovazione. Questi risultati non hanno tuttavia eliminato la dipendenza dell’Europa da Paesi terzi in segmenti decisivi come la progettazione dei chip più avanzati, la produzione ai nodi tecnologici più sofisticati e alcune fasi critiche della catena del valore.
La Commissione considera questa vulnerabilità ancora più rilevante alla luce dell’evoluzione del mercato globale. Nel 2025 il settore dei semiconduttori valeva circa 595 miliardi di euro e dovrebbe superare la soglia del trilione entro il 2030, con una stima più puntuale che indica un possibile valore di circa 1.370 miliardi di euro. Le componenti legate all’intelligenza artificiale dovrebbero rappresentare oltre il 70% della crescita del mercato globale, trasformando i chip specializzati per AI, cloud e calcolo avanzato in uno dei terreni più importanti della competizione industriale.
Il Chips Act 2.0 non mira a rendere l’Europa autosufficiente in ogni segmento della filiera, ma a consolidarne il ruolo come attore indispensabile della catena globale del valore, riducendo al tempo stesso le dipendenze più pericolose. La strategia punta quindi a rafforzare le competenze già esistenti nei semiconduttori mainstream e, parallelamente, a costruire capacità industriali nelle tecnologie più avanzate che alimenteranno l’intelligenza artificiale e le infrastrutture digitali di nuova generazione.
Investimenti, domanda e resilienza: come cambia la strategia europea sui chip
Per raggiungere questi obiettivi, il Chips Act 2.0 interviene contemporaneamente su ricerca, investimenti, domanda industriale e resilienza della supply chain. Sul fronte della competitività, la Commissione intende rafforzare ricerca e innovazione lungo l’intero ecosistema europeo dei semiconduttori, sostenere la formazione di competenze specialistiche e accelerare le procedure autorizzative per nuovi impianti industriali, fissando l’obiettivo di completare gli iter entro un massimo di dodici mesi.
La proposta introduce inoltre i cosiddetti Grand Challenges, programmi destinati a sostenere lo sviluppo industriale di tecnologie considerate strategiche per l’Unione, tra cui i processori avanzati per l’intelligenza artificiale, e punta a rafforzare la cooperazione con partner internazionali attraverso nuove Strategic Partnerships on Semiconductors.
Una delle principali novità rispetto al primo Chips Act riguarda però l’attenzione al lato della domanda. Negli ultimi anni numerosi operatori del settore hanno infatti sottolineato come la crescita della capacità produttiva europea debba essere accompagnata da un mercato in grado di assorbire e valorizzare tali investimenti. Per questo Bruxelles intende rafforzare il collegamento tra produttori di chip e industrie utilizzatrici attraverso la creazione dei Demand Accelerators, strumenti pensati per favorire l’incontro tra domanda e offerta e accelerare la commercializzazione di nuovi prodotti.
Gli appalti pubblici avranno a loro volta un ruolo più attivo nel sostenere tecnologie che generino occupazione, competenze e crescita economica all’interno dell’Unione, mentre il ricorso all’innovation procurement dovrebbe favorire startup e scaleup europee. Il Chips Act 2.0 punta inoltre a creare sinergie dirette con il Cloud and AI Development Act, beneficiando della domanda generata dall’espansione di data center, cloud provider e future AI Gigafactories europee.
Sul lato dell’offerta, la Commissione prevede la possibilità di utilizzare aiuti di Stato per finanziare progetti First-of-a-Kind, cioè iniziative che introducono in Europa capacità produttive non ancora presenti lungo la filiera dei semiconduttori, dalle materie prime alle attività di packaging avanzato. Sarà inoltre introdotta una categoria di Strategic Projects, destinata a facilitare l’accesso ai finanziamenti europei e ai meccanismi di co-investimento con Stati membri e industria.
Per rafforzare gli ecosistemi territoriali nascerà anche il marchio Semiconductor Regions of Excellence, pensato per valorizzare le regioni che riusciranno ad attrarre investimenti e sviluppare competenze avanzate nel settore.
La resilienza della filiera verrà sostenuta attraverso una nuova Business-to-Business Semiconductor Supply Chain Platform, destinata ad aiutare le imprese a monitorare i rischi e prevenire possibili interruzioni degli approvvigionamenti. Bruxelles intende inoltre fornire linee guida per la valutazione dei rischi e l’adozione di misure preventive nei comparti maggiormente esposti alle vulnerabilità delle catene globali del valore.
La logica che collega il Chips Act 2.0 e il Cloud and AI Development Act è quella di affrontare simultaneamente offerta e domanda lungo l’intera catena del valore dell’intelligenza artificiale. Senza semiconduttori avanzati non esistono infrastrutture AI competitive, ma senza una domanda sufficiente proveniente da data center, cloud provider e future AI Gigafactories non esiste neppure un mercato in grado di sostenere gli investimenti necessari per svilupparli. Per questo Bruxelles interviene contemporaneamente sui due fronti, cercando di costruire un ecosistema integrato che vada dalla progettazione dei chip fino all’utilizzo industriale delle applicazioni di intelligenza artificiale.
Cloud e AI: l’infrastruttura necessaria per il continente dell’intelligenza artificiale
Se i semiconduttori rappresentano la base hardware della trasformazione digitale, il Cloud and AI Development Act affronta il problema dell’infrastruttura che dovrà sostenere la crescita dell’intelligenza artificiale in Europa. Per la Commissione non può esistere un ecosistema AI competitivo senza adeguate capacità cloud, poiché addestramento, inferenza e distribuzione dei modelli richiedono enormi quantità di potenza di calcolo, capacità di archiviazione e connettività.
La proposta legislativa costituisce uno degli elementi centrali dell’AI Continent Action Plan e punta a triplicare la capacità dei data center europei nei prossimi cinque-sette anni, sostenendo la realizzazione di infrastrutture altamente innovative e sostenibili. L’obiettivo è creare le condizioni affinché imprese, pubbliche amministrazioni e centri di ricerca possano disporre delle risorse computazionali necessarie per sviluppare e utilizzare tecnologie AI avanzate.
La Commissione prevede misure per semplificare le condizioni di realizzazione dei data center nei diversi Stati membri, promuovere ricerca e innovazione nelle tecnologie cloud e AI e garantire che l’espansione delle infrastrutture digitali sia compatibile con gli obiettivi climatici europei.
Uno degli elementi più innovativi del provvedimento riguarda la creazione di un quadro unico europeo per la valutazione della sovranità cloud e AI. Bruxelles ritiene infatti che il mercato sia caratterizzato da una crescente confusione attorno ai concetti di sovranità digitale e sicurezza dei dati. La nuova normativa dovrebbe introdurre criteri comuni e verificabili per valutare il livello di controllo, protezione e affidabilità delle infrastrutture cloud, contrastando fenomeni che la Commissione definisce implicitamente come forme di sovereign washing.
La proposta attribuisce inoltre alla Commissione la possibilità di definire un elenco di Paesi considerati sufficientemente affidabili per operare nei contesti più sensibili e prevede che gli Stati membri effettuino specifiche sovereignty risk assessment per i servizi digitali utilizzati dalla pubblica amministrazione. Le valutazioni dovranno considerare elementi quali il controllo esercitato da soggetti stranieri, la possibilità di accesso a dati critici e il rischio di interruzioni operative. Pur riguardando soltanto una quota molto limitata dei servizi pubblici europei, il nuovo sistema introduce per la prima volta una classificazione delle infrastrutture digitali basata anche sul loro grado di autonomia strategica.
La proposta introduce inoltre la possibilità di classificare Paesi terzi in base al loro livello di affidabilità rispetto ai requisiti europei di sovranità digitale e prevede che gli Stati membri effettuino specifiche valutazioni dei rischi associati ai servizi digitali utilizzati nei settori pubblici più sensibili.
Il Cloud and AI Development Act arriva in una fase di forte crescita del mercato europeo. Secondo la Commissione, il valore combinato dei mercati cloud e AI dovrebbe passare da circa 70 miliardi di euro nel 2022 a 200 miliardi di euro entro il 2028, ma il potenziale di queste tecnologie risulta ancora largamente sottoutilizzato. Per favorire un’adozione più diffusa e coordinata dell’intelligenza artificiale, Bruxelles punta anche sul rafforzamento degli Experience and Acceleration Centres for AI, strutture territoriali che fungeranno da punti di riferimento per imprese e organizzazioni interessate a integrare e scalare progetti basati sull’intelligenza artificiale.
Parallelamente, la Commissione intende utilizzare anche il potere d’acquisto del settore pubblico per sostenere innovazione, resilienza industriale e sviluppo di tecnologie europee, creando un mercato di riferimento capace di accompagnare la crescita dell’ecosistema continentale.
L’open source come leva di competitività e autonomia
Il terzo pilastro del pacchetto è rappresentato dalla nuova EU Open Source Strategy, che riconosce il ruolo sempre più importante del software aperto come componente essenziale dell’infrastruttura digitale europea.
Secondo la Commissione, l’Europa può contare su oltre tre milioni di sviluppatori open source e dispone di una base di competenze che alimenta una parte significativa delle tecnologie utilizzate a livello globale, dai sistemi operativi alle piattaforme cloud, dalle infrastrutture Internet ai framework per l’intelligenza artificiale.
La nuova strategia mira a trasformare questo patrimonio in un vantaggio competitivo e in uno strumento di sovranità tecnologica, favorendo la diffusione di alternative europee nei settori del cloud, dell’intelligenza artificiale, della cybersicurezza, delle tecnologie Internet e dei semiconduttori. L’obiettivo è ridurre le dipendenze da soluzioni proprietarie controllate da singoli fornitori, aumentando al tempo stesso interoperabilità, trasparenza e possibilità di scelta.
Bruxelles considera l’open source un fattore particolarmente importante per le piccole e medie imprese, poiché contribuisce a ridurre i costi di sviluppo, limita il rischio di lock-in tecnologico e favorisce il riutilizzo di componenti digitali già esistenti. Allo stesso tempo, il modello aperto viene visto come uno strumento per accelerare l’innovazione collaborativa, consentendo a imprese, sviluppatori, comunità e istituzioni di contribuire congiuntamente all’evoluzione delle tecnologie.
La strategia prevede investimenti per rafforzare la sicurezza e la manutenzione di lungo periodo delle infrastrutture open source considerate critiche, aumentare la presenza europea nei processi di governance internazionale e sviluppare competenze specialistiche. Sono inoltre previste misure specifiche per sostenere startup e imprese open source attraverso acceleratori digitali, programmi di mentoring e supporto legale.
Particolare attenzione viene dedicata alle pubbliche amministrazioni, che saranno incoraggiate ad adottare maggiormente software aperto attraverso linee guida dedicate agli acquisti pubblici e iniziative per favorire standard comuni e interoperabilità. In questo contesto rientrano anche progetti come l’Open Internet Stack, pensati per rafforzare la diffusione di tecnologie aperte e interoperabili.
La stessa Commissione europea intende ampliare l’utilizzo dell’open source al proprio interno attraverso la creazione di asset digitali riutilizzabili, lo sviluppo di competenze dedicate e nuovi modelli di governance orientati alla condivisione e alla collaborazione.
Digitalizzazione ed energia: l’altra faccia della crescita dell’intelligenza artificiale
La crescita dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture digitali pone però una questione che va oltre la capacità di calcolo e riguarda direttamente la sostenibilità energetica. Per questo motivo il Technological Sovereignty Package include anche una Strategic Roadmap for Digitalisation and AI in the Energy Sector, destinata ad affrontare contemporaneamente due sfide: da un lato l’aumento della domanda di energia generato da data center e AI, dall’altro la necessità di utilizzare le tecnologie digitali per rendere più efficiente il sistema energetico europeo.
Secondo la Commissione, i data center rappresentano oggi circa il 2,5% del consumo elettrico dell’Unione europea e la loro domanda energetica è destinata a crescere rapidamente nei prossimi anni. Se non adeguatamente gestita, questa espansione potrebbe rallentare l’integrazione delle fonti rinnovabili, creare congestioni nelle reti di distribuzione e contribuire all’aumento dei costi dell’energia per imprese e cittadini.
La roadmap si articola attorno a tre direttrici principali. La prima riguarda l’integrazione sostenibile dei data center nel sistema energetico europeo, attraverso una maggiore cooperazione tra settore energetico e settore digitale, la disponibilità di energia pulita e la capacità delle infrastrutture digitali di contribuire alla stabilizzazione delle reti nei momenti di maggiore domanda.
La seconda direttrice punta ad accelerare l’adozione di tecnologie digitali e soluzioni basate sull’intelligenza artificiale per migliorare la gestione dell’energia. Bruxelles prevede una diffusione più rapida di smart grid, sistemi di monitoraggio avanzato e strumenti di previsione in grado di ottimizzare il funzionamento delle reti elettriche, migliorare l’efficienza energetica e ridurre i costi operativi.
Un ruolo centrale sarà svolto dagli smart meter, considerati fondamentali per consentire ai consumatori europei di monitorare e gestire meglio i propri consumi energetici. La Commissione ritiene che una diffusione più ampia di questi strumenti possa favorire una maggiore flessibilità della domanda, contribuendo nel tempo alla riduzione delle bollette energetiche.
La terza direttrice riguarda invece la costruzione di un quadro europeo per lo scambio transfrontaliero dei dati energetici, destinato a favorire lo sviluppo di nuovi servizi intelligenti e una gestione più efficiente delle reti. Bruxelles punta inoltre a promuovere la creazione di modelli di intelligenza artificiale sovrani per il settore energetico, addestrati su dati europei e sviluppati da imprese europee.
La vicepresidente esecutiva Teresa Ribera ha sottolineato come la digitalizzazione del sistema energetico rappresenti un’opportunità per ottenere di più dalle infrastrutture esistenti e ridurre i costi per cittadini e imprese. Secondo Ribera, il pacchetto mira a garantire che la crescente domanda proveniente dai data center lavori insieme alla rete elettrica anziché entrare in competizione con essa, consentendo alle ambizioni digitali europee di sostenere la transizione energetica.
Un concetto ripreso anche dal commissario europeo per l’Energia e l’Housing Dan Jørgensen, secondo il quale l’Europa deve guidare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione senza compromettere gli obiettivi climatici, gestendo in modo equilibrato l’aumento della domanda energetica e le opportunità generate dall’innovazione.
Cosa cambia per cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni
La Commissione presenta il pacchetto non soltanto come una strategia industriale, ma come un insieme di misure destinate a produrre effetti concreti per cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche.
Per i cittadini europei, la sovranità tecnologica dovrebbe tradursi innanzitutto in una maggiore affidabilità delle infrastrutture digitali utilizzate quotidianamente. Bruxelles ritiene che la capacità di sviluppare e controllare tecnologie critiche all’interno dell’Unione possa ridurre le vulnerabilità associate alle dipendenze esterne e garantire una migliore protezione dei dati sensibili, limitando il rischio di trasferimenti indesiderati e rafforzando la fiducia nell’ecosistema digitale europeo.
La Commissione collega, inoltre, la sovranità tecnologica alla creazione di occupazione qualificata. Lo sviluppo di una filiera europea nei semiconduttori, nel cloud, nell’intelligenza artificiale e nell’open source dovrebbe infatti generare nuove opportunità per ingegneri, ricercatori, tecnici specializzati e operatori delle infrastrutture digitali, trattenendo sul territorio europeo una quota maggiore del valore economico prodotto dall’innovazione.
Per le imprese, e in particolare per le piccole e medie aziende, il pacchetto viene presentato come uno strumento per accelerare la trasformazione digitale e aumentare la competitività. La disponibilità di un ecosistema tecnologico più articolato dovrebbe ridurre il rischio di lock-in tecnologico, aumentare la concorrenza tra fornitori e offrire maggiori possibilità di scelta. Secondo Bruxelles, una più ampia disponibilità di infrastrutture e servizi conformi ai requisiti europei potrebbe inoltre facilitare l’adozione delle tecnologie digitali nei comparti maggiormente regolamentati, come sanità, finanza, utilities, difesa e pubblica amministrazione.
Per gli investitori, la Commissione punta a creare un contesto più prevedibile e favorevole allo sviluppo di progetti tecnologici su larga scala, mentre per startup e scale-up europee l’obiettivo è costruire un mercato capace di sostenere la crescita di operatori continentali nei settori oggi dominati da gruppi extraeuropei.
Per gli Stati membri e le pubbliche amministrazioni, la questione assume una dimensione ancora più strategica. Bruxelles sottolinea infatti che affidare infrastrutture critiche, sistemi amministrativi, reti energetiche, servizi sanitari, identità digitali o comunicazioni governative a tecnologie controllate all’estero può limitare la capacità delle autorità di esercitare pienamente le proprie funzioni di supervisione e controllo.
Secondo la Commissione, una regolamentazione efficace richiede che le autorità siano in grado di verificare, ispezionare e, se necessario, intervenire sui sistemi che disciplinano. Quando tali sistemi dipendono da infrastrutture soggette a normative straniere o controllate da soggetti esterni all’Unione, questa capacità può risultare limitata. La disponibilità di capacità tecnologiche autonome viene quindi considerata un elemento essenziale non solo per la competitività economica, ma anche per la sicurezza, la governance e la tutela delle istituzioni democratiche.
AI Gigafactories, nuovi investimenti e il prossimo negoziato europeo
Le proposte legislative contenute nel Technological Sovereignty Package dovranno ora essere esaminate dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea prima dell’adozione definitiva. Il negoziato si annuncia particolarmente significativo perché molti degli aspetti più delicati del pacchetto – dalla definizione dei livelli di sovranità cloud ai criteri per l’accesso ai finanziamenti strategici – saranno probabilmente oggetto di un intenso confronto tra istituzioni europee, governi nazionali e operatori del settore.
Nel frattempo, la Commissione proseguirà l’attuazione dell’AI Continent Action Plan, la strategia con cui Bruxelles punta a trasformare l’Europa in un continente dell’intelligenza artificiale. Tra le prossime iniziative è previsto il lancio, già nel mese di luglio, del bando per le future AI Gigafactories, grandi infrastrutture destinate a fornire la capacità computazionale necessaria per sviluppare e addestrare modelli di intelligenza artificiale avanzati su scala europea.
Parallelamente, la Commissione avvierà una consultazione con gli Stati membri, il Gruppo della Banca europea per gli investimenti e altri stakeholder strategici per valutare la creazione di una European equity capacity at scale, un nuovo strumento finanziario destinato a sostenere gli investimenti necessari per realizzare gli obiettivi europei in materia di sovranità tecnologica.
Più che un insieme di misure settoriali, il Technological Sovereignty Package rappresenta il tentativo più ambizioso finora elaborato da Bruxelles per costruire una politica industriale digitale europea capace di intervenire simultaneamente su semiconduttori, cloud, intelligenza artificiale, software open source, energia, competenze e infrastrutture. La novità non risiede soltanto nelle singole misure, ma nella scelta di trattare queste tecnologie come asset strategici comparabili all’energia, alle telecomunicazioni o alla difesa. La vera sfida non sarà quindi l’approvazione delle norme, ma la capacità dell’Unione di trasformare la sovranità tecnologica da obiettivo politico a realtà industriale, creando operatori, infrastrutture e capacità produttive in grado di competere su scala globale. In un contesto nel quale tecnologia e geopolitica risultano sempre più inseparabili, è probabilmente su questo terreno che si misurerà il successo della nuova strategia europea.






