Senza skill niente new economy? I consigli di Gartner Group

Il presidente italiano della società di consulenza e analisi ridimensiona l’allarmismo sulla difficoltà di trovare esperti Internet

Oggi tutti parlano di new economy e della rivoluzione che stiamo quotidianamente vivendo. Ma quasi in sordina, dal coro si inizia a levare qualche voce che dice che l’era della new economy è ormai passata e che stiamo già entrando in una fase successiva.
La carenza di skill è evidenziata in maniera drammatica da questa rivoluzione. Abbiamo chiesto l’opinione di Giorgio Zoppi, presidente e amministratore delegato di Gartner Group in Italia.

Cosa ne pensa di chi va affermando che oggi non ha già più senso parlare di new economy?
Gartner non crede che si debba fare una distinzione tra new economy e old economy, in quanto ci saranno sempre aziende che devono produrre e altre che devono vendere e fare profitti. Su queste attività si basa tutta una parte di e-economy, che erroneamente viene chiamata new economy. Essa non rappresenta una novità non essendo altro che un tool a disposizione delle aziende. Queste ultime possono utilizzarlo per accelerare certi processi e per raggiungere certi contatti con i clienti o nuovi mercati.
Ma non è tutto, si possono ottimizzare processi già esistenti, come la fase di produzione o di approvvigionamento.
Attenzione però, quello che è successo in Borsa, nel mese di marzo, è stato un chiaro esempio del fatto che questa new economy non era poi così perfetta, tant’è che ora ci si interroga sul problema della distribuzione dei prodotti.
Un esempio ci viene da Amazon.com che si è fatta un grande nome ed è conosciuta come un business case importante, ma alla fine si è scontrata con il problema della distribuzione e con la concorrenza delle società della old economy che nel frattempo si sono adeguate. Credo anche che il mercato sia diventato più selettivo nel fornire i mezzi finanziari. Mi riferisco alla riduzione del numero di aziende che vengono quotate in Borsa: prima bastava avere un business plan di qualche pagina per trovare i capitali. Oggi è più difficile, ci vuole un piano con ragioni più forti dal punto di vista industriale. Un’altra cosa di cui ci si è resi conto è che non basta essere sul Web, ma occorre investire anche in pubblicità, bisogna farsi conoscere. A parte le grandi aziende che hanno nomi noti a tutti, le nuove società che offrono nuovi servizi devono farsi conoscere.

Quindi, che cosa dovrebbe fare un’azienda per adeguarsi allo stato attuale delle cose?
Credo che le aziende tradizionali debbano utilizzare queste nuove tecnologie come un ulteriore strumento per aumentare il loro profitto, anzi direi che non hanno molta scelta, altrimenti potrebbero trovarsi in difficoltà operando in un mercato molto più ristretto geograficamente.
Oppure, non cogliendo questa opportunità, potrebbero trovarsi nella situazione in cui i loro concorrenti, che per esempio operano solo in Francia e che non sono mai venuti in Italia per problemi di costi e di lingua, grazie al Web hanno oggi uno strumento per avvicinare i clienti italiani.
Si comincia anche a capire che se si costruisce un portale, la barriera di ingresso per la concorrenza è minima in quanto l’idea può essere copiata in poco tempo.

E allora come possono tutelarsi le aziende?
Devono agire con tempestività ed essere più rapide ad arrivare su quel veicolo. Spesso infatti si parla di vantaggio competitivo di pochi mesi.
D’altra parte noi siamo piuttosto scettici sul business to consumer, in particolare in Italia.
Un aspetto da valutare, ad esempio, riguarda il fatto che, secondo il modo tipicamente italiano di agire, certi prodotti prima di acquistarli vanno toccati. E trovo difficile che per questi prodotti si possa arrivare a una vendita on line in tempi rapidi. È noto a tutti che, specialmente nel nostro Paese, tutte le aziende che hanno tentato di fare la vendita via catalogo sinora non hanno avuto molto successo. L’acquirente italiano è ancora abbastanza concentrato sull’oggetto reale da vedere e valutare in prima persona.

C’è qualche azione o scelta strategica che può aiutare chi è stato tradito dalla new economy a superare questo momento di impasse e quindi a rientrare in carreggiata?
Un produttore che ha una serie di supporti distributivi di una certa consistenza e che intende offrire via Web, per ottimizzare i costi di distribuzione, dei propri prodotti, potrebbe abbinarla a quella di altri prodotti.
Questo potrebbe portare nuove opportunità di business alle aziende che hanno certi tipi di infrastruttura e che possono essere messi a disposizione di altre.

E come stanno andando le cose nel business to business?
Il business to business sta andando avanti, le aziende investono ma il quanto rapidamente si affermerà in un Paese come l’Italia dipende dalle zone geografiche e dai settori di produzione.
Intendo dire che le aziende che lavorano con imprese di grosse dimensioni non potranno evitare di analizzare le opportunità messe a disposizione dalle nuove tecnologie, anche se sono molto piccole.
Il nostro consiglio è quello di partire senza investimenti folli, magari consorziandosi l’un l’altro a livello di distretto industriale, tramite le associazioni, oppure avvalendosi dell’outsourcing. È evidente che pure le piccole realtà dovranno avere una presenza su Internet seppure solo per scambiare dati e informazioni. Anche le banche forzeranno molto i clienti business a utilizzare l’e-banking, perché il problema dei costi riguarda tutti, banche comprese.

La maggior parte delle aziende che stanno operando all’interno della new economy trova molta difficoltà a reperire figure professionali che sappiano muoversi e agire all’interno di un contesto basato su nuove dinamiche. Come pensa dovrebbero fare?
Personalmente non vedo la cosa sotto una luce drammatica. C’è sicuramente una carenza di figure professionali che conoscono bene il meccanismo di Internet e le applicazioni, ma è nell’ordine delle cose che una situazione nuova non sia già nota a tutti. Credo piuttosto che ci si trovi in una fase di transizione tipica di ogni momento evolutivo che ancora pochi conoscono. Ritengo, anche, che i numeri relativi alla carenza di skill siano esagerati, in quanto un’azienda ha, al massimo, bisogno di alcune figure di esperti Web non di centinaia.

Quali sono, dunque, le figure professionali di cui c’è maggiormente richiesta?
Il Web administrator è sicuramente una figura difficile da reperire.
La sua attività è in funzione della capacità di gestire il nuovo dovendosi occupare della realizzazione e manutenzione di siti Internet, sia dal punto di vista tecnico che di contenuto.
Al contrario di quello che si vuol fare credere in questo momento, i programmatori Web sono più facili da reperire in quanto non necessitano di un training lungo e difficile. C’è sì una certa richiesta ma non è drammatica e, con un po’ di formazione integrata tra aziende fornitrici e università, il problema si può risolvere. Però c’è anche da dire che quasi nessuno si è ancora mosso per questo tipo di formazione.
Ritengo, invece, che debba essere fatto anche un altro discorso, quello della riqualificazione delle risorse esistenti.
Questa dovrebbe essere fatta sia dalle aziende sia dalle società fornitrici di prodotti per la Rete. Bisognerebbe, inoltre, favorire le alleanze tra industrie e atenei per creare figure professionali tra i giovani. Ammesso poi di trovare queste figure bisogna essere in grado di attrarle con meccanismi di stock option o di altro tipo.

In definitiva, quali consigli darebbe alle aziende?
Una tendenza in atto è quella di creare un ramo d’azienda interno, pensato ad hoc per i nuovi approcci Web, piuttosto che relegare gli skill in qualche business unit.
Queste nuove aziende possono essere create dalla casa madre tramite concetti di venture capital o di incubator. Se, per esempio, voglio sviluppare delle applicazioni su Internet, creo un’azienda esterna sullo schema della dot-com, in modo da poter uscire dai moduli tradizionali della grande azienda e fornire ai dipendenti incentivi che non possono assolutamente essere dati agli informatici addetti al Ced dell’azienda.
In questa nuova società, invece, può essere possibile far partecipare al capitale, c’è un contratto di fornitura esclusiva di certe cose e, se va bene, ci si può anche quotare in Borsa.
In questo modo si possono dare ai dipendenti non solo delle motivazioni di tipo economico ma anche professionale, con orari di lavoro flessibili.

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