Quando l’etica si sposava con l’estetica

Il proliferare di biografie più o meno autorizzate su Steve Jobs porta a cercare l’altra faccia del design. Quello dei Brion e degli Olivetti. Di un tempo in cui l’etica si sposava con l’estetica.

Biografia autorizzata a parte, è tutto un proliferare di uscite, instant book, numeri speciali, dedicati alla figura di Steve Jobs.
A meno di un mese dalla sua scomparsa, il fondatore e Ceo di Apple viene radiografato nella spasmodica ricerca del dettaglio che aggiunga qualcosa di nuovo a quanto già non saputo e risaputo.

Il giudizio definitivo - per quanto definitivo possa essere un giudizio non mediato dal tempo - consegna Jobs all'empireo del design, sia questi il design di una interfaccia, quello di un computer, quello di un telefono, di un lettore musicale o di una tavoletta.

Fa dunque piacere, nel tripudio di ”Think Different” e ”Be Hungry, Be Foolish” (neppure di sua invenzione, va detto, come per sua stessa ammissione dichiarato nell'ormai arcinoto discorso agli studenti di Stanford) qualcuno in questi giorni, in Italia, si ricordi di altri capitani di industria, che fecero del design la chiave del loro successo.

Ennio Brion, ad esempio, cui si associa non solo il marchio, ma anche il design tipico dalle linee stondate Brionvega, cui Milano dedica proprio in questi giorni una mostra presso lo Spazio Fmg.
E Adriano Olivetti.
E se parlare di Lettera 22 e Programma 101 ha il sapore dell'archeologia industriale, ripensare all'attenzione al sociale, ai diritti umani e alla democrazia partecipativa di Olivetti aiuta a leggere con un occhio diverso anche la figura di Steve Jobs.
Portando a sondare anche i punti oscuri che inevitabilmente la avvolgono.

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