Quando formazione e volontà aiutano a far carriera nell’It

Un giovane sardo ci racconta la sua esperienza lavorativa che, nel corso di dieci anni, l’ha portato prima a tentare l’avventura a Milano e poi, dopo aver imparato il mestiere, a ritornare a Cagliari. Considerazioni e gratificazioni di un esperto di software.

Se dieci anni fa avessero detto a Filippo Trogu, neodiplomato in ragioneria e barman in quel di Cagliari, che sarebbe diventato un esperto system integrator con una conoscenza verticale sugli Erp, probabilmente avrebbe sorriso incredulo. Ma la necessità di trovare un posto di lavoro sull’isola e una grande determinazione sono stati il volano di un’evoluzione professionale verticalizzata sul mondo Ict. Trogu, che ha iniziato a Milano con un corso di programmazione in Cobol, Cics e Db2, oggi lavora per la cagliaritana LeaderChip (system integrator che utilizza prodotti di diversi brand di cui è anche distributore) in qualità di responsabile per l’area software e gestionali. Ripercorrendo con lui alcuni passaggi della sua esperienza, vogliamo portare una testimonianza concreta di come le vie per arrivare all’It siano le più diversificate.

Cosa l’ha spinta a venire a Milano?


"Quando, nel ’96, mi sono diplomato a Cagliari come ragioniere e perito commerciale, in Sardegna non si trovava una collocazione stabile sul mercato. Nessuno promuoveva attività di formazione perché le aziende cercavano professionalità pronte all’uso. Su mercato milanese, invece, c’era una grandissima richiesta di risorse umane per tutti i progetti relativi all’Anno 2000, soprattutto in merito alla conversione degli ambienti mainframe e si tenevano corsi di programmazione dedicati. Mi sono iscritto a un corso che comprendeva anche tecniche di gestione aziendale, condensato su un arco di 4 mesi da 8 ore al giorno. Il mio è stato un tentativo: volevo provare a inserirmi nel mondo lavorativo lombardo. All’inizio è stata durissima, perché il costo della vita era molto elevato rispetto a quello cagliaritano. Oltre ad autofinanziarmi il corso, per mantenermi facevo il barman in locali e discoteche, così il tempo per studiare lo trovavo di notte. Avevo acquistato un computer per prendere confidenza con l’informatica e studiavo i manuali degli applicativi, spesso facendo le 4 di mattina. Finito il corso, dopo due giorni ho fatto un colloquio presso una società milanese, Sia Dati, la quale mi ha proposto per prima cosa uno stage in azienda di 15 giorni su sistemi mainframe e Ibm 390 e As/400. In seguito, mi ha inserito, come consulente esterno, in un progetto presso la titolata Ibm, attraverso una formula di body rental. A dire il vero, anche la società dove avevo svolto il corso mi aveva subito proposto un lavoro, ma era economicamente meno allettante e, soprattutto, senza prospettive di lavoro interessanti".

Nell’ambito della formula di body rental in Ibm, qual era il suo ruolo?


"Grazie a un tool Hal, identificavo le date all’interno dei codici sorgenti dei programmi per renderli Y2K. Ho fatto questo lavoro per più di un anno, finché non ho avuto un nuovo contatto con un’altra software house. Era un periodo in cui c’era molto fermento nella ricerca di personale e le varie software house combattevano tra di loro con offerte sempre al rialzo. Non saprei dire come avessero trovato il mio nominativo; un giorno sono stato contattato direttamente dal management dell’azienda, che mi ha proposto un contratto economicamente irrinunciabile. A quei tempi non potevo permettermi di affezionarmi al posto di lavoro anche se caratterialmente mi veniva difficile: il mio obiettivo era quello di imparare il più possibile. Ero consapevole del fatto che l’effervescenza legata alle conversioni per l’anno 2000 si sarebbe esaurita e sul mercato lavorativo sarebbero rimasti solo gli operatori capaci di dimostrare il loro valore e la loro preparazione. Sempre attraverso una formula di body rental, mi sono ritrovato a lavorare per Servizi Interbancari, sviluppando programmi per la migrazione dal vecchio sistema a quello nuovo, che era Sap".

E qui, qual era la sua mansione?


"Si trattava di fare delle conversioni per attivare la compatibilità con il nuovo sistema, sviluppando tutta una serie di interfacce per il trasferimento dei dati. Il lavoro mi piaceva ma, paradossalmente, era troppo poco: ero occupato per pochissime ore la settimana e il resto del tempo aspettavo che mi dessero qualcosa da fare. Insomma: anche se stipendiato, mi sentivo parcheggiato e non era certo professionalmente stimolante. Dopo circa due mesi di questa situazione, ho comunicato il mio malessere ai responsabili della software house per cui lavoravo i quali si sono stupiti delle mie rimostranze... ma essere pagati per non fare nulla non fa crescere e quindi hanno capito".


E quindi che è successo?


"Mi hanno proposto un lavoro su un’altra società, Sistemi Informativi, che mi ha inserito sui progetti Y2K in pieno svolgimento, su un portafoglio di grossi clienti. Oltre a occuparmi di conversioni, tra i miei compiti rientrava la gestione di tutta la reportistica. Ero diventato un riferimento all’interno del gruppo e mi occupavo di supervisionare il lavoro degli altri componenti del team. Per me è stata una grossa gratificazione professionale, anche se la mia speranza era quella di tornare a casa. Dopo un anno, ho cominciato a spedire il mio curriculum ad aziende sarde e nel 2000 sono tornato in Sardegna, malgrado fossi un pò di-spiaciuto di lasciare il lavoro a Milano".

Il richiamo della terra è stato forte, ma anche il nuovo lavoro avrà avuto la sua attrattiva?


"È così. LeaderChip aveva bisogno di un responsabile software che seguisse il canale dei gestionali. Avevo sempre lavorato sui codici di programmazione, ma non avevo una visione dei processi e delle dinamiche relative a una gestione automatizzata; pur avendo fatto presente che di gestionali non sapevo quasi nulla, hanno deciso di investire su di me per l’esperienza che avevo fatto a Milano. Per circa 4 mesi ho fatto dei corsi su un Erp, abbandonando l’attività di sviluppo per occuparmi della vendita, dell’assistenza e della formazione relativa al prodotto, maturando il know how necessario per dare valore aggiunto alla mia azienda. Devo ringraziare il mio diploma di ragioniere che mi ha permesso di sviluppare quella forma mentis contabile e analitica che su un gestionale è la componente chiave. Per esperienza, infatti, posso dire che se in un Erp la parte amministrativa funziona bene, allora su tutto il resto non ci sono grosse problematiche, altrimenti il flusso delle procedure ne risente in maniera certe volte bloccante. Per quanto riguarda i processi aziendali, invece, ho fatto scuola sul campo, confrontandomi ogni giorno con realtà aziendali dei clienti, ognuno con le sue problematiche e le sue esigenze".

Riassumendo, il suo valore aggiunto era una capacità di analisi delle criticità che nella risoluzione dei progetti permetteva di identificare i processi essenziali, evitando la ridondanza delle informazioni?


"Esattamente. L’obiettivo del cliente quando acquista un gestionale è quello di eliminare tutti i passaggi ridondati o comunque antieconomici nei processi di inserimento dati e di gestione. L’impatto è sempre molto forte, non solo economicamente ma anche per la necessità di effettuare consistenti interventi di formazione e supporto al personale. Per questo, ho impostato il mio lavoro su due livelli. Il primo è direzionale: a contatto con gli amministratori dell’azienda cerco di capire quali sono gli obiettivi che vogliono raggiungere. Il secondo è con il back-office dell’azienda, con cui lavoro di concerto per cercare di creare le condizione utili a raggiungere gli obiettivi che il management ha prefissato, confrontandomi con le risorse umane aziendali, per interpretare le loro difficoltà, capire quali interfacce siano a loro più congeniali e via dicendo".

Un lavoro molto impegnativo.


"Sì, ma così è più facile ottimizzare l’inserimento degli end user nel nuovo processo produttivo. Mi è capitato di trovare clienti che per inserire un dato utilizzassero tre strumenti software differenti il che voleva dire inserirlo tre volte, mentre più persone facevano il lavoro di una sola. Usare un gestionale significa razionalizzare le risorse, ma ci vuole del tempo perché l’azienda possa assimilarne i vantaggi. All’inizio regna la destabilizzazione".

Quanto sono disposte le aziende ad ascoltare un consulente esterno?


"In un primo momento veramente poco, ponendo un sacco di resistenze e valutando quasi esclusivamente il fattore economico. Invece di cogliere la semplificazione dei processi, gli utenti interni vanno in crisi già solo nel vedere un’interfaccia nuova e così ti mettono i bastoni tra le ruote e su questo i collaboratori hanno un grosso potere. È necessario fare un notevole lavoro di ammorbidimento partendo dal basso: bisogna cercare di fare immaginare qualcosa che non può realizzarsi subito, ma avverrà a regime dopo un bel po’ di tempo. Quasi sempre occorre aspettare il giro dei dodici mesi, quando si chiude il bilancio e si cominciano a vedere i risultati delle rotazioni di magazzino, delle risorse di produzione e via dicendo. Il primo anno di attività sul gestionale dei nuovi clienti, per me è sempre molto impegnativo: da un lato ci sono tutti i problemi sistemistici legati all’armonizzazione dei protocolli e dall’altro le difficoltà di utilizzo da parte degli utenti e i loro errori, alla rincorsa dei dati che sono stati inseriti in maniera non corretta".

Ma, una volta costruito il rapporto, c’è da immaginare che non vogliano più lasciarla andare via...


"Per alcune realtà è così, purtroppo. Dico, purtroppo, perché per me è impossibile occuparmi di una sola azienda in modo esclusivo e per questo cerco sempre di formare una persona interna che possa quantomeno risolvere i problemi più urgenti e di collasso. Senza contare che se rimanessi, una volta risolte tutte le criticità, che cosa mi rimarrebbe da fare? Occuparmi delle registrazioni in prima nota? Il mio ruolo si esaurirebbe, mentre a me piace andare avanti e affrontare sempre nuove problematiche, in modo da evolvere sempre più professionalmente. Mi piace cambiare proprio perché da ambienti diversi ho modo di imparare di più e LeaderChip è un’azienda molto dinamica in cui non esiste routine".

Quali sono le aspettative dei clienti nei confronti dell’Ict?


"Ne hanno moltissime e questo li porta a sottovalutare i tempi e i modi. Per esempio, una volta acquistati dei servizi di system integration vorrebbero che come tecnico risolvessi qualsiasi tipo di richiesta. Il problema è far loro capire che ci sono lavori specialistici che non fanno parte del pacchetto, come l’analisi dei dati per il controllo di gestione o bilanci riclassificati che vanno impostati e personalizzati su ogni cliente. I dati di per sé sono nudi e crudi e per ricavare informazioni a valore aggiunto bisogna fare analisi più profonde andando su altre tecnologie, come la Business intelligence. Molte aziende si tirano indietro, ritenendo che il consulente o il commercialista si prenderà carico del problema, dimenticando che questo lavora esclusivamente sui dati che gli vengono forniti e non altri. L’importante è definire bene il pacchetto iniziale dei servizi perché dopo sono pochissimi quelli che capiscono altre voci di spesa".

Come vede il suo futuro?


"Lo vedo pressoché uguale a quello che sto facendo adesso, ma in un’azienda mia".

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