Per l’Italia il rischio è la marginalizzazione

Al convegno di apertura di Ict Trade si fa il punto su un sistema Paese che perde competitività e cerca a fatica la strada della ripresa

14 maggio 2003

Non è facile parlare di ripresa proprio nel giorno in cui i
principali quotidiani nazionali hanno aperto con la notizia del declassamento
italiano nella classifica della competitività stilata dall'Imd, la scuola di
management di Losanna, secondo la quale dal 13° posto nel 2001 il nostro Paese
sarebbe ormai scivolato alla diciassettesima posizione.
Eppure, è da un dato concreto come questo che forse è opportuno partire, prima ancora di analizzare i se, i come e i quando di una possibile ripresa.
Anzi, da una serie di dati concreti.
Quelli snocciolati in una sequenza piuttosto critica da Antonio Emmanueli,
presidente di Smau: “Negli ultimi 5 anni abbiamo perso il 20% della nostra
capacità di esportazione. Siamo relativamente forti in settori quali meccanica,
moda e made in Italy, che perdono peso nell'interscambio economico (passano dal
19 al 18%) e siamo invece estremamente deboli in comparti quali Ict, chimica e
trasporti, che invece pesano per il 45% sull'interscambio economico”
.
Ma non è tutto. La nostra spesa It è il 2,1% del Pil, laddove in Europa è del 3,4%. La spesa It pro-capite è di 450 euro, contro i 755 euro della media europea.
Tutto questo, porta a una
quasi inevitabile conclusione: “C'è un differenziale molto forte con
l'Europa che sta portando a un rischio di marginalizzazione. Siamo sempre
l'ottavo Paese per ricchezza, ma perdiamo dinamismo. E il dinamismo va a
braccetto con l'innovazione. Dobbiamo prendere atto del nostro limite,
trasformandolo in potenziale”
.

Poco prima dell'intervento di Antonio Emmanueli, altrettanta vis critica aveva messo Maurizio Cuzari, nel suo intervento introduttivo al convegno di apertura dell'edizione 2003 di Ict Trade.
”Non ci sono
spunti. Siamo beige. Soprattutto stiamo lasciando sul campo una parte importante
del nostro valore. Non siamo capaci di tornare ad essere concretamente
propositivi”

.
Una critica (in qualche misura
autocritica, visto che Cuzari ha dichiaratamente incluso un po' tutti nel novero
delle sue osservazioni) che si è tradotta in una domanda tutt'altro che
retorica: “Secondo l'Istat in Italia ci sono 70.000 aziende It che si
rivolgono a oltre 3 milioni di utenti. Siamo davvero sicuri che ci sia spazio
per tutti? Questa non è una crisi di settore: è una crisi di spazio
sostenibile”
.
È evidente che le regole del gioco sono cambiate. L'importante è capire come.
Cuzari cita
tre esempi, che prenderanno la parola dopo di lui: Miur, Consip e
Mediamarket sono il nuovo che avanza. Non sono legati alle abitudini, ai
fornitori, allo storico. Partono dal principio che nessuno è
insostituibile”
.
E se fosse davvero
questa la chiave di partenza?

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