Software defined storage, funziona se è open

Per introdurci alla visione attuale e all’utilità concreta del Software Defined Storage, Gianni Sambiasi, sales manager di SuSe richiama e sottolinea, ripercorrendone lo sviluppo nel tempo, un concetto e una pratica necessari: essere open.

Così la pensa e di conseguenza si comporta SuSe: essere open significa essere efficienti, ottimizzare risorse e garantirsi la possibilità di crescere.

«SuSe è una società da sempre coerente con se stessa – dice Sambiasi – che produce soluzioni software opensource idonee a risolvere problematiche mission critical».

Una società, anche, da sempre focalizzata sull’infrastruttura: «Linux, virtualizzazione, framework per cloud privati, Software Defined Storage»

Niente middleware: «non vogliamo scalare così in alto. Diamo soluzioni per infrastruttura che sono al 100% open source».

Servono i partner

Gianni Sambiasi, sales manager di SuSe
Gianni Sambiasi, sales manager di SuSe

La premessa va completata con il modello di go-to-market: «arriviamo sul mercato con i partner, oltre 5mila in tutto il mondo, che progettano implementano e, alcuni di loro, rivendono soluzioni SuSe».

Da qualche settimana per i partner c’è anche il nuovo programma, «con un nuovo sistema gestionale di back end e premi di rebate: un sistema sempre a tre livelli, con accesso ai vari livelli basato sul numero di persone certificate».

Esempio Openstack

La collaborazione fra SuSe e la comunità opensource è continua. Lo esemplifica il lavoro su Openstack.

«Quella di Openstack è una fondazione cui partecipano enti differenti – spiega Sambiasi -. Per anni il presidente è stato un uomo SuSe, Alan Clark. Noi ci abbiamo creduto fin da subito. Non per niente la prima distribuzione sul mercato di Openstack è stata quella di SuSe». E il modello è come quello di Linux.

Openstack e Linux sono importanti per tutti gli operatori che indirizzano infrastrutture.
Per Ibm con i mainframe, per Sap per erogare servizi Saas e anche per la piattaforma Hana, che all’esordio fu certificata solo per SuSe Linux.

Ma soprattutto sono importanti per i clienti. Bmw ha datacenter con 10mila istanze SuSe Linux.Lo impiegano i fornitori di embedded system. È il motore di appliance per centrali telefoniche, carrier grade che devono avere una disponibilità “a sei nove” (anche se l’obiettivo zero downtime è da raggiungere con un insieme di sistemi e di elementi e infrastrutture).

Ancora, il mondo finance: Bpm ha applicazioni di frontend basate su SuSe. SIA utilizza SuSe manager per aggiornare i sistemi.

L’affidabilità del modello open Linux arriva dunque nei luoghi della conservazione delle informazioni, con il Software Defined Storage.

Software defined storage uguale libertà

Innanzitutto definiamolo, con l’aiuto di Sambiasi: «a differenza di utilizzare storage tradizionale, che è un appliance con capacità finita, fare storage che sia software defined significa disaccoppiare la parte di intelligenza dal supporto hardware».

Ancora più sul pratico: «ciò permette di acquistare un software e, come hardware, di acquistare, quando servono, server x86 con dischi idonei alla bisogna, al prezzo più economico. Il concetto, quindi, è di non essere più legati agli hardware vendor».

Il Software defined storage ha a che fare con il filesystem: «è un’estensione del sistema operativo ed è open source. Il nostro è basato sul progetto Ceph, che è open. Ci abbiamo investito da tempo, supportiamo diversi sistemi operativi, tutti gli standard coinvolti. Crediamo nella soluzione e ci investiamo».

La regola 20-80

Per diffondere il modello dello storage software defined Sambiasi propone la regola 20-80: «il 20% dei dati, ossia quelli realmente importanti, può e deve essere mantenuto su uno storage di impostazione legacy. Il resto lo si metta su un’architettura Sds».

Insomma, dati critici da una parte, informazioni da conservare in varie copie per legge o per convenienza propria, dall’altra.

Sia per una questione di efficienza, sia per una motivazione economicai dati crescono anno su anno del 40%, mentre i prezzi degli storage decrescono solamente del 25%». Il divario è dunque a sfavore di chi continua a mantenere strutture storage radicate all’aspetto fisico.

In questo senso il modello software defined appare valido non solamente per le aziende, ma anche per i provider di servizi. Che però non sono un gran mercato per SuSe, dato che grazie alla consistenza della propria struttura di sviluppo usano, del tutto lecitamente, le versioni community del software Linux.

Open anche nelle partnership

Sambiasi, dunque, affida una missione ai partner: far capire alle aziende il contesto di quella che viene definita enterprise data capacity utilization.

In azienda ci sono differenti categorie di dati: di backup, multimediali, da archiviare. La soluzione non può essere unica, ma mixata e governata efficientemente dal software. Nel portare questo messaggio anche i concorrenti possono diventare partner.

Amazon, che è un concorrente, utilizza SuSe supportato. Microsoft su Azure usa SuSe.
VMware usa suse Linux nelle soluzioni embedded.

«Noi siamo veramente opensource anche nelle partnership – chiosa Sambiasi -. Specie in Openstack: noi lo vogliamo open al 100%. Nessun tipo di lock-in, nemmeno una riga».

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