Nel 2002 in Italia si acuisce il digital divide tra Nord e Sud

Secondo il Rapporto Assinform, il nostro Paese rischia una grave frattura tra le regioni tecnologicamente più all’avanguardia e quelle meno innovative. Le prime 20mila aziende (0,5% del tessuto produttivo nazionale) hanno contribuito all’80% del mercato dell’It.

 


Un’Italia digitale a macchie di leopardo è l’ultimo quadro che emerge dall’analisi del mercato nazionale dell’Ict e che accentua il digital divide che esiste tra Nord e Sud, e tra aziende mediograndi, più innovative e dinamiche negli investimenti It, rispetto alle piccole che stanno ancora alla finestra a guardare e sono sempre meno preparate a fronteggiare la concorrenza internazionale. Infatti, incrociando i dati rilevati nel 2002 dal Rapporto Assinform, si osserva che le prime cinque regioni (Lombardia, Lazio, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna) hanno monopolizzato circa il 70% del mercato globale dell’It, mentre le prime 20mila aziende per dimensione (che rappresentano circa lo 0,5% del totale delle imprese nazionali) hanno contribuito all’80% del fatturato del settore. "C’è il rischio che il Sistema Paese si spacchi in due ed è preoccupante la disomogeneità evidenziata dalle diverse aree" ha sottolineato nel suo intervento Giulio Koch, presidente di Assinform (l’Associazione delle aziende dell’Ict), durante il convegno organizzato in occasione del rilascio del noto Rapporto (un poderoso volume di oltre 340 pagine).


Per l’occasione l’Associazione ha voluto ribadire come il mercato, pur in un momento di profonda crisi, confermata anche dall’andamento del primo trimestre del 2003, evidenzi, tuttavia, un lento progredire della net economy, che trova un riscontro anche nelle numerose iniziative avviate dal Governo e citate dal ministro per l’Innovazione e la Tecnologia, Lucio Stanca. Peraltro il ministro in parte ha contestato i dati che danno la Pa centrale in calo, affermando che in realtà cresce come la Pa locale.


Koch ha, inoltre, ribadito che il difficile contesto economico in cui si dibatte il Sistema Paese è anche una conseguenza degli scarsi investimenti effettuati dalle imprese nell’Ict, perché è dimostrata una stretta correlazione tra questi ultimi e la crescita del Pil. "Occorre dare priorità all’innovazione - ha proseguito il presidente - e potenziare le iniziative che ne favoriscono gli investimenti, soprattutto in ambito Pmi, perché l’Italia sta perdendo competitività ed è rimasta arretrata rispetto ai Paesi più industrializzati".


Al momento attuale, secondo Koch, il Paese ha tre priorità: stimolare l’innovazione (intesa come ricerca e formazione), avviare investimenti (in particolare finanziamenti pubblici) e realizzare infrastrutture (con priorità verso le aree deboli). "L’Italia non sa ancora sfruttare le grandi potenzialità offerte dall’Ict - ha a sua volta osservato Giancarlo Capitani responsabile di NetConsulting, la società di analisi che elabora il Rapporto -. E questo è in gran parte dovuto alla scarsa cultura manageriale in fatto di innovazione tecnologica, in particolare nelle Pmi. La contrazione dei budget ha portato un risultato aggregato allarmante e nel 2002 sono ritornati predominanti gli investimenti in macchinari rispetto a quelli tecnologici, segno che nei momenti di difficoltà le aziende preferiscono ricorrere a investimenti tradizionali". I soggetti più deboli hanno speso meno e il Mezzogiorno è cresciuto meno del solito.


La net economy, tuttavia, sta silenziosamente cambiando le tecnologie stesse e il nostro Paese, come confermano alcuni parametri che confrontano la situazione dell’Italia nel ‘99 rispetto al 2002: quattro anni fa il parco pc in Italia era di 7,7 milioni di unità, l’anno scorso è salito a oltre 13 milioni; gli utenti di cellulare sono aumentati dal 44,1% al 70,2%; le abitazioni con accesso a Internet sono passate dal 19,2% del 2000 al 35,4% mentre le aziende connesse alla Rete sono salite al 76% dal 65,9% del 2001. E ancora, i dipendenti informatizzati della Pac e di enti centrali sono oggi l’85% contro il 70% del 2000.


Riguardo al consuntivo nazionale del 2002 (si veda Linea Edp n° 9) ricordiamo solo in sintesi che l’Ict ha realizzato 60,206 miliardi di euro, pari a un valore di -0,5%, di cui 40,17 miliardi realizzati dalle Tlc (+0,4%) e 20,036 dall’It (-2,2%), somma delle componenti hardware (precipitato a un -13,5%), assistenza tecnica (-4,2%) e software e servizi (+3,3%).

Segnali sconfortanti


Il primo trimestre del 2003 presenta dati decisamente poco confortanti. Nel complesso il mercato dell’Ict è sceso a un -0,2%, pari a 14,125 miliardi di euro, di cui 9,520 dovuti al settore delle Tlc, che peraltro sono cresciute dell’1,6%, mentre l’It, pari a 4,605 miliardi di euro, è scesa a un -3,6%. Quest’ultimo settore è stato, infatti, fortemente penalizzato dall’hardware, che ha registrato un -10,2%, e dalla componente dei servizi, che ha subito un -3,6%. La nota positiva viene dal software, cresciuto del 5,5%, a testimonianza di una significativa attività di software consolidation avviata dalle aziende decise a ottimizzare il proprio parco installato. La leggera tenuta delle Tlc è in gran parte merito dei servizi di rete mobile (+9,3%) mentre la componente infrastrutture è precipitata a un -18,3%. Il settore, inoltre, accusa attese mancate, come l’Umts, e il Gprs non ha portato crescite significative.


L’Italia, quindi, si rivela un Paese ancora pericolosamente prudente e attendista negli investimenti Ict, che sta accentuando la frattura tra Nord e Sud, tra giovani e anziani. "L’Ict in Italia c’è, ma non c’è ancora l’Italia dell’Ict, bisogna trasformare la diffusione in impatto" ha concluso con una sua frase ad effetto Capitani.

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