Sap vuole sviluppare il “senso di appartenenza” di partner e utenti a un ecosistema.
Coltivare le relazioni, farle crescere, renderle solide. Sembra un programma elettorale, e, in effetti, per arrivare al risultato, ci vuole tempo e lavoro.
Sap ha illustrato il proprio intento all’Enterprise Services Partner Summit di San Francisco. Oramai tutte le nuove iniziative del colosso tedesco partono dagli Stati Uniti e vedono come primattore, o portavoce, Shai Agassi, il responsabile dei prodotti e delle tecnologie di Waldorf.
Agassi parla di “ecosistema” come chiave del successo, tecnologico e di business. A Sap serve che partner e utenti possano essere messi nella stessa sfera “biologica”, ma non per fare filosofia. Piuttosto per identificare assieme e svolgere il tema centrale: quali applicazioni servono per affrontare le sfide di business.
Per arrivare a ciò serve un alto senso di identificazione, più difficile, forse, da trovare nei partner. Nel senso che ci vuole dedizione, volontà di confrontarsi e va anche fatta una scelta: bisogna che i partner (produttori di software e system integrator) privilegino Sap. Va bene la trasparenza di infrastrutture, va bene l’aderenza agli standard, ma bisogna pure mettere una preferenza. Da qualche parte bisogna pur partire, nel creare un’applicazione. E se si fa parte dell’ecosistema significa che si è scelto di partire da Sap.
Ancora: l’essere partecipi di una comunità significa affrontare temi e problemi assieme. Se si crea qualcosa che permette di “vincere”, “facendo perdere” qualche altro membro dell’ecosistema, significa che la comunità ha fallito. Tutti i componenti, insomma, devono poter prosperare, fare utili.
Braccio operativo di questa manifestazione d’intenti è il programma Enterprise Services Community, che in fase iniziale consta di una sessantina di membri, fra cui spiccano i nomi noti di Adobe e Cisco.





