L’Ict conti sulla gente

La consumerisation è il valore su cui far leva.

Quando lo stato, qualsiasi stato, si fa carico dei debiti di banche, assicurazioni, produttori di automobili, e fa da garante per tutti, diventa il debitore ultimo a cui rivolgersi.

I mercati finanziari ora lo intendono così, come confermano le agenzie di rating, che algidamente rivedono gli outlook sul debito pubblico di quello stato che interviene a garanzia.
 
C’è la possibilità di cedere alla tentazione chiedere allo stato di accollarsi anche le sorti del mercato Ict, alle prese con la peggiore performance degli ultimi quindici anni, gravando ulteriormente l’onere.

Servono indubbiamente gli incentivi all’innovazione invocati da più parti e la leva della detassazione va usata, in armonia collettiva.
Ma non oltre.

Consapevoli delle comuni difficoltà di mercato attuali, nutriamo però la convinzione che l’Ict abbia scritte nel proprio Dna le capacità, il dinamismo, le energie per farcela e che debba confidarvi.

Il motivo è semplice, per nulla altezzoso o filosofico: contrariamente ad altri ambiti, l’Ict ha dalla sua parte la gente, che sceglie di usarla, non la patisce, non se la fa imporre da regolamenti.
Cos’altro sarebbero, altrimenti, l’incontrovertibile “consumerisation” e il moto empatico verso tutti i tipi di Web?

Un’Ict che non chiede, o che chiede meno di altri, pensando più a dare ciò che sa esprimere, che vuol far dimenticare un passato che l’ha vista compartecipe all’illusione della new economy, che pensa a costruire le fondamenta della nuova casa da sé, di fatto pianifica un dopo-crisi in cui potrà essere priva di pendenze e soprattutto emancipata.

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