L’e-commerce che non cambia il Paese

Il commercio elettronico in Italia è ancora troppo sbilanciato sulle attività individuali.

E’ di ieri la notizia che la Camera di commercio di Milano segnala un balzo di oltre il 400% del commercio elettronico. Un comunicato che permette di leggere che l’e-commerce vola, che anche gli italiani finalmente stanno scoprendo le meraviglie degli acquisti online.



Non per amore di originalità, ma il dato lascia un po’ perplessi. Il problema non è l’attendibilità sulla quale non nutriamo dubbi, ma quelle righe che spiegano come  il 71,7% siano ditte individuali. E allora vale forse la pena di chiarire che qui più che di e-commerce si parla di eBay. Con questo intendiamo che se io decido di vendere online su eBay la mia biblioteca, se il negoziante di prodotti particolari vende anche online, possiamo diventare alla lunga un fenomeno sociale più o meno importante ma niente di più. Se invece l’attività di e-commerce (anche in versione b2b) inizia a esser praticata massicciamente dalle aziende allora cambia parecchio.



Perché le aziende si informatizzano, cresce l’offerta, probabilmente anche la domanda e via dicendo. Invece tutto questo non sta avvenendo. Infatti da anni il Politecnico di Milano, ma anche Casaleggio dicono che l’e-commerce cresce, corre e aumenta ma non basta. Perché mille siti fatti da singoli individui che magari hanno tutt’altra attività cambiano magari la vita di poche persone, fanno la felicità di eBay, ma non contribuiscono a cambiare un paese come potrebbero fare mille aziende che si lanciano nel commercio elettronico. Di questo avremmo bisogno.


 

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