La virtualizzazione cambia il recovery

Studio Symantec: per un It manager su due gli ambienti virtuali mutano lo scenario del disaster recovery. Dubbi sull’impatto dei test.

Symantec ha rilasciato i risultati della quarta edizione dello studio annuale It Disaster Recovery, da cui emerge un calo del coinvolgimento delle figure executive aziendali nelle fasi di pianificazione degli interventi di disaster recovery e un incremento del numero di imprese che stanno rivedendo i loro piani alla luce della diffusione delle tecnologie di virtualizzazione. Pare che a fronte di una quantità crescente di dati e di applicazioni che possono essere gestiti in un ambiente virtuale, le aziende stinno prendendo in considerazione metodi più efficienti per gestire applicazioni e informazioni in contesti sia fisici sia virtuali.

La ricerca Disaster Recovery Research è alla quarta edizione. Quella 2008 è stata condotta da Applied Research West fra giugno e luglio 2008, la coinvolgendo oltre 1.000 It manager appartenenti a grandi realtà imprenditoriali (da 500 dipendenti in su) operative in 15 Paesi fra Stati Uniti e Canada, Europa e Medio Oriente, Asia Pacifico e America Latina. Tra i Paesi europei coinvolti figurano il Regno Unito (100 intervistati), Germania (100), Italia (50) e Francia (50).

Circa un terzo delle imprese coinvolte nella ricerca ha ammesso di aver implementato parte dei piani di disaster recovery approntati. Nonostante ciò nel corso dell’ultimo anno si è registrato un calo in termini di coinvolgimento delle figure executive all’interno dei comitati di disaster recovery. E anche se risultano miglioramenti per quanto riguarda il successo dei test di disaster recovery, un terzo degli intervistati ritiene che questo tipo di collaudi possa impattare sui clienti, mentre un quinto è certo che queste attività generino conseguenze negative a livello di vendite e fatturato dell’azienda.

In media, gli intervistati hanno indicato che il 56% delle applicazioni è considerato mission critical (di più rispetto al 36% registrato nella versione dello studio dello scorso anno).

Un terzo delle aziende che hanno partecipato al sondaggio ha rivelato di aver dovuto implementare i piani di disaster recovery lo scorso anno a causa di vari fattori: errore a livello di hardware e software (36%), minacce esterne alla sicurezza (28%), interruzione della corrente/malfunzionamenti/problemi (26%) disastri naturali (23%), gestione di problematiche It (23%) fuoriuscita o perdita dei dati (22%), comportamenti accidentali o intenzionali da parte dei dipendenti (21%).

Il coinvolgimento delle figure executive nel delineamento dei piani di disaster recovery, si diceva, sta registrando un calo. Nella ricerca del 2007 il 55% degli intervistati aveva confermato che i relativi comitati di disaster recovery usavano coinvolgere figure manageriali come i Cio, Cto o It Director. Il dato nel 2008 è sceso al 33% a livello mondiale.

Per il 55% degli intervistati la virtualizzazione risulta essere la ragione primaria alla base della decisione di rivedere i piani di recovery. In alcuni casi la virtualizzazione è implementata in risposta proprio alle necessità di disaster recovery. Però gli strumenti di recovery nativi degli ambienti virtuali sono ritenuti ancora immaturi e incapaci di garantire la protezione di livello enterprise. Gli intervistati hanno affermato che il 35% dei loro server virtuali non è attualmente previsto nei piani aziendali di recovery e solo il 37% degli individui coinvolti nella ricerca ha confermato di provvedere effettivamente al backup di tutti i sistemi virtuali implementati in azienda.

Il maggiore problema legato all’esecuzione del backup dei sistemi virtuali è, secondo il 54% degli intervistati, la limitazione delle risorse disponibili. A livello mondiale il 35% ha indicato l’esagerata diversificazione degli strumenti come principale sfida alla tutela di dati e di applicazioni mission-critical negli ambienti fisici e virtuali. Le difficoltà legate a una tale complessità di strumenti per ambienti fisici e virtuali includono costi di formazione maggiori, inefficienze sul piano operativo, costi software aumentati e forza lavoro frammentata in silos. Al secondo posto nella classifica dei problemi, a pari merito con un 33% ciascuna, sono emerse la mancanza di funzioni di ripristino automatizzate e l’insufficienza di strumenti per il backup.

Secondo la ricerca è altrettanto essenziale avere la certezza che il piano di recovery funzioni per davvero. Nel 2007, l’88% dei professionisti ItT coinvolti nel sondaggio aveva ammesso di aver condotto valutazioni di impatto e di probabilità per almeno un tipo di minaccia. Ora il valore è aumentato fino al 98%. Ciò nonostante gli intervistati hanno allo stesso tempo dichiarato che il 30% dei collaudi effettuati non ha rispettato i recovery time objective (Rto), con una media Rto globale di 9,54 ore.

Fra le ragioni principali citate come causa di tale fallimento si segnalano l’errore umano (35%), il malfunzionamento della tecnologia (29%), il’nfrastruttura It insufficiente (25%), piani obsoleti (24%) e processi inadeguati (23%).

Inoltre, il 93% delle divisioni It ha asserito di aver collaudato il proprio piano di disaster recovery sin dagli inizi, anche se il 30% dei collaudi è poi fallito, Il dato è comunque migliorato rispetto al 50% dei fallimenti registrati nel 2007. Solo il 16% ha riferito di aver sempre eseguito test di successo.

Lo studio ha anche evidenziato che il 47% delle imprese ha testato il proprio piano di recovery con una frequenza massima di una sola volta l’anno, se non meno, a causa dell’interruzione causata alle attività di business e della mancanza di risorse. Le cause: mancanza di disponibilità del personale (39%), interruzioni delle attività dei dipendenti (39%), problemi di budget (37%) e disagi alla clientela (32%). Un intervistato su cinque ha anche ammesso che i collaudi in ambito recovery possono impattare sulle vendite e sul fatturato.

Il 31% degli intervistati ha ammesso che sarebbe in grado di ripristinare le operazioni di base in un solo giorno qualora un evento disastroso dovesse interessare il data center principale. Solo il 3% ha ammesso di essere in grado di ripristinarle nell’arco di 12 ore, mentre quasi la metà, il 47%, dice di dover impiegarci almeno una settimana.

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