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Infrastrutture IT ibride, le cose migliori da fare

Per costruire ambienti moderni e trarne il massimo valore con infrastrutture It ibride bisogna partire dal fatto che dati diversi abbiano differenti esigenze di accesso, archiviazione e gestione.

In Italia il public e hybrid cloud nel 2018 ha avuto tassi di crescita del 28%, per un valore complessivo di 1,24 miliardi, su un totale di mercato cloud di 2,34 miliardi di euro.

Relativamente al segmento Storage-as-a-Service molti provider di terze parti non sono riusciti a stare al passo con i requisiti più rigorosi che necessitano di implementazioni di livello enterprise.

Molti hanno evitato di spostare fuori sede i workload critici dei clienti, scegliendo invece di mantenerli nei propri data center.

Inoltre, i workload “in transito” sono soggetti a restrizioni di licenza che riducono le opzioni per le aziende IT.

Secondo Mauro Bonfanti, Regional Director, Pure Storage Italy, agire troppo velocemente nei progetti IT non ha mai portato a un lieto fine, eppure l’errore viene ripetuto. Ma chi si pone le domande giuste nel progettare le proprie infrastrutture IT ibride, avrà maggiori probabilità di successo rispetto a chi si butta senza rifletterci troppo.

Regional Director, Pure Storage Italy

Identificare gli obiettivi

È importante per Bonfanti identificare i propri obiettivi, concentrarsi sui punti deboli e pianificare la strategia d’attacco.

Forse l’obiettivo vero è trovare modi migliori di eseguire applicazioni tradizionali in un ambiente cloud pubblico.

Oppure esplorarne la potenza computazionale illimitata nelle applicazioni e nello sviluppo cloud-native nei data-center.

O ancora, semplicemente, si desidera la sicurezza informatica del cloud pubblico per la protezione dei dati e le opzioni offerte per la business continuity.

Supportare applicazioni on premise e cloud native

Nell’adottare soluzioni cloud, per Bonfanti, è necessario tenere in considerazione la mancanza di veri e propri data service a servizio delle applicazioni, ossia funzionalità quali deduplica, compressione, thin provisioning, encryption, protezione e replica non vanno date per scontato ma vanno re-implementate sulla base dei servizi disponibili.

Unitamente a queste problematiche esistono quelle di compatibilità nella gestione e nell’accesso agli storage. È necessario assicurarsi che si abbiano a disposizione un insieme di API che siano indipendenti dal cloud scelto.

Un’architettura che preveda nativamente data service e che abbia API standard, permette la piena implementazione del concetto di cloud ibrido.

Se l’obiettivo finale è quello di preparare i data center per il supporto delle applicazioni cloud-native, allora è necessario aggiungere il supporto dei container e le funzionalità degli object storage. Tale portabilità del codice consente l’esecuzione di applicazioni cloud-native in modalità on-premise. Inoltre, i relativi tool di automazione e le funzionalità self-service possono portare a un notevole aumento dell’agilità dell’azienda e consentire di fornire lo sviluppo di applicazioni cloud-native.

Il punto fondamentale è che i moderni ambienti IT dovrebbero facilitare le strategie di gestione dei dati basate su modelli di consumo flessibili, attraverso modalità on premise, hosted e public cloud , allineando i workload applicativi con l’infrastruttura più efficace. Soprattutto, l’ambiente IT moderno dovrebbe funzionare in maniera armoniosa con un’interfaccia di gestione comune, un’architettura non-disruptive al 100% e servizi di supporto proattivo/predittivo.

Salvaguardare il patrimonio digitale

Il panorama delle minacce digitali è peggiorato: negli ultimi anni, si è registrata un’impennata della migrazione su cloud, facendo crescere timori relativi alla sicurezza informatica in tutti i comparti aziendali. A seconda del modello di business, le aziende potrebbero avere problemi a livello di protezione perimetrale, conformità PCI, normativa sulla privacy dei dati intergiurisdizionali o disaster recovery.

La creazione di infrastrutture IT ibride richiede una lunga e approfondita analisi delle policy di sicurezza in atto e la formulazione di nuove policy di sicurezza che consentano un ambiente protetto senza limitare le proprie ambizioni operative.

Non bisogna temere di rivalutare l’intero processo di data protection e disaster recovery, per avere la certezza che tutti gli asset digitali siano coperti in termini di sicurezza. Gli obiettivi di recovery potrebbero subire modifiche, prima o durante la progettazione del cloud ibrido.

Di conseguenza, si potrebbe scoprire che le opzioni di ripristino a disposizione non sono più sufficientemente veloci per le nuove esigenze, rendendo necessario il passaggio allo storage flash. E se serve riallocare i dati di backup secondo un nuovo paradigma, allora è bene considerare l’utilizzo dell’object storage, per garantire una maggiore accessibilità rispetto alle soluzioni su nastro.

Il cloud ibrido è ormai sufficientemente maturo da aver dato i principali insegnamenti. Alcuni hanno fallito, altri avuto successo, e la trasformazione digitale sta dando i suoi frutti a coloro che sono stati debitamente cauti nella pianificazione.

Le roadmap delle infrastrutture IT ibride, perseguite con diligenza, possono portare a raggiungere i risultati desiderati, grazie al supporto dei dati, che forniscono le informazioni necessarie per distinguersi nell’economia digitale globale.

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