Indic@tor prende il polso al mercato del lavoro It

L’analisi, finanziata dalla Commissione europea, offre un quadro sull’occupabilità dei professionisti informatici all’interno delle piccole e medie imprese in sette aree, Italia compresa

Scarsa soddisfazione per il proprio lavoro, livello di istruzione inferiore rispetto ai colleghi esteri e poche responsabilità nella gestione della linea produttiva. Ecco l’identikit del professionista informatico italiano, che, però, gode di buona salute, ritiene di essere in condizione di apprendere sul lavoro e ha una relazione accettabile con i superiori. In sintesi, questi sono alcuni dei risultati emersi dal progetto Indic@tor, conclusosi lo scorso aprile e realizzato su scala europea per ottenere un quadro sullo stato dell’occupabilità, intesa come il valore che, in base a diversi fattori, ognuno di noi attribuisce al mercato del lavoro, al tempo necessario per migliorare le proprie conoscenze, alla possibilità di cambiare attività e ambiente di lavoro, alla volontà di coinvolgere e migliorare la propria organizzazione, alla capacità di trovare un bilanciamento tra vita lavorativa e privata.


L’iniziativa, finanziata dalla Commissione europea nell’ambito del V Programma Quadro di Ricerca e Sviluppo Tecnologico e durata nel complesso tre anni, offre uno spaccato sui professionisti dell’Ict nelle piccole e medie imprese in sette aree differenziate per cultura: Italia, Grecia, Germania, Polonia, Norvegia, Olanda e Gran Bretagna, dando indicazioni sullo stato dell’occupabilità, suggerimenti sulla sua operatività e su come migliorare la vita occupazionale e consigli al management aziendale.


A livello generale, Indic@tor ha rilevato che sull’occupabilità delle professioni informatiche, almeno nelle Pmi, influiscono fattori individuali, organizzativi e più strettamente legati al lavoro.


In realtà, però, sono il senso dell’organizzazione nonché il bilanciamento tra vita lavorativa e privata a indicare le dimensioni più importanti nel determinare i progressi di carriera.


Se si tralascia la variabilità circa i fattori che determinano l’occupabilità a livello europeo, è possibile tracciare un profilo generale dei professionisti informatici: sono relativamente felici del lavoro che svolgono, curano la propria salute, dispongono di una buona formazione (in Grecia e Polonia il livello d’istruzione post-laurea è più diffuso che negli altri paesi), ritengono che il lavoro offra loro buone opportunità di apprendimento, hanno trascorso 5,5 anni all’interno della loro area di attività attuale. Soddisfacente è anche la relazione esistente tra professionista e supervisore, mentre il tempo per apprendere nuove competenze è limitato.

Paese che vai, realtà che trovi


Le differenti connotazioni nazionali emergono anche analizzando la figura del professionista informatico in Italia, dove la maggior parte degli interpellati, indipendentemente dall’età, ha le idee ben chiare sul non voler sacrificare la propria vita personale a vantaggio della carriera. Anche se, i più giovani (uomini sotto i 34 anni) si sono dichiarati indifferenti al tema.


In realtà, in Italia (insieme a Grecia e Gran Bretagna) si registra il livello più basso di soddisfazione sul lavoro (circa il 45% del campione è poco felice mentre il 51% lo è solo marginalmente). E la percentuale diminuirebbe se il compenso dovesse ridursi. Nel complesso, i professionisti italiani appaiono però fiduciosi della situazione. La maggioranza pensa che la propria attività offra soddisfacenti condizioni per apprendere nuove conoscenze, si considera sufficientemente competente per partecipare a discussioni e processi decisionali e ritiene di sviluppare lavoro di qualità elevata. Il 66% del totale degli intervistati si dichiara ottimista circa la possibilità di trovare un lavoro altrettanto buono come quello svolto. Questa sensazione è particolarmente accentuata nei gruppi di professionisti con un’età più elevata e nei gruppi femminili.


Al contrario di tutti gli altri paesi che hanno partecipato al progetto, i professionisti italiani, come i britannici, ritengono di avere abbastanza tempo da dedicare all’apprendimento (i meno soddisfatti sono tedeschi e olandesi).


In linea con i colleghi esteri, invece, gli italiani intervistati hanno fornito un parere positivo sul proprio stato di salute. Tuttavia, solo il 23% lo definisce eccellente, anche perché da noi ambienti di lavoro di bassa qualità sono un fatto abbastanza diffuso.

Livello d’istruzione


Uno dei risultati più negativi dello studio è che, nel nostro Paese, i professionisti informatici sono quelli con il minor livello d’istruzione e qualifica professionale nell’intero campione europeo. Solo il 4,3% ha un titolo post-laurea e appena l’11% un attestato universitario (in confronto, la Polonia ha più del 50% di persone con un livello di qualifica post-laurea). Complessivamente, il 54% ha un livello d’istruzione fermo al diploma liceale. Tale dato non implica necessariamente che i nostri professionisti siano meno capaci dei colleghi europei, ma potrebbe essere letto come espressione dello scarso livello d’innovazione tecnologica nelle società informatiche italiane e di una bassa attenzione verso i nuovi trend. Inoltre, un basso livello d’istruzione comporta un approccio meno strutturato ai problemi legati al cambiamento dei mercati e alla gestione delle risorse, anche se qui entra a supporto il classico "approccio creativo" italiano che, però, non sempre può risultare vincitore.


Il basso livello d’istruzione tra i professionisti del settore, inoltre, potrebbe manifestarsi in una ridotta attribuzione di responsabilità. Infatti, solo il 10% del campione ha dichiarato di avere responsabilità di linea (per confronto, in Olanda, Gran Bretagna e Grecia le percentuali sono rispettivamente del 25%, 22% e 20%), situazione che può essere ricondotta anche al modo in cui il lavoro è organizzato.


In tale contesto, lo studio esprime alcune raccomandazioni agli imprenditori italiani che dovrebbero sostenere collaborazioni permanenti tra il settore Ict e i centri d’istruzione, organizzare programmi di formazione per gli addetti durante tutto il corso della loro vita lavorativa e conferire maggiori responsabilità ai giovani professionisti.


In apparente contrasto con i risultati circa il basso livello d’istruzione, però, l’apprendimento "on the job" appare molto praticato in Italia.

Relazioni personali


Un aspetto cruciale nella valutazione dell’occupabilità riguarda la relazione tra impiegati e supervisori. Quasi l’80% dei professionisti informatici in Italia percepisce il rapporto con il proprio supervisore come accettabile, ma solo il 21% la ritiene molto soddisfacente (contro più del 54% di olandesi, tedeschi e greci). L’85% poi, considera che il superiore conosca effettivamente le proprie competenze. L’Italia, insieme alla Norvegia, raggiunge un buon livello anche per quanto riguarda le relazioni tra organizzazioni. In altre parole, sembra che i professionisti italiani dedichino sufficiente attenzione e cura ai contatti con i professionisti di organizzazioni esterne alla propria, ma anche alle relazioni interne.

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