Ha anticipato i tempi l’approccio e-learning offerto da Didael

Ripercorriamo con Gianna Martinengo l’iter che l’ha portata, nel 1982, a fondare una società che già allora si poneva come service provider per la formazione con l’elaboratore. Oggi l’offerta si è ampliata e tocca aree diverse, tra le quali progettazione e gestione di siti Internet.

Si definisce una manager per caso, ma Gianna Martinengo, fondatrice e attuale presidente di Didael, Web knowledge company italiana nata nel 1982 a Milano (quando la Rete per molti era soltanto un’ipotesi di lavoro), continua a nutrire il suo curriculum vitae di una serie di ulteriori qualifiche che ne fanno un vero personaggio nel settore delle tecnologie dell’informazione: membro fondatore del Reref, (Réseau Européen de Recherche en Education et Formation), dell’Ote (Observatory of Technology for Education in Europe) e del Comitato tecnico Scientifico dell’Osservatorio Nazionale del Software Didattico Aica. Presidente del Gruppo Terziario Innovativo di Assolombarda nonché membro del comitato tecnico di Vice Presidenza Affari del Territorio. Ci fermiamo per limiti di spazio, ma gli incarichi continuano ben oltre.


Percorriamo con lei alcune tappe del suo iter professionale, iniziato dopo una laurea in lingue e letterature straniere alla Bocconi di Milano e una specializzazione presso la Stanford University negli Usa.

Cominciamo dalla sua esperienza presso l’università americana. Di che cosa si è occupata?


"Avevo semplicemente partecipato a un bando ed ero riuscita a passare le selezioni. Ho così cominiciato un’avventura che ha cambiato il mio modo di vedere le cose nel campo dell’educazione anche se, a quei tempi, i computer erano ancora dinosauri di vecchia generazione. Il mio compito, dal 1981 al 1983, fu quello di aiutare l’equìpe di ricerca a realizzare un sistema multimediale a distanza per l’insegnamento della lingua inglese come seconda lingua. Si utilizzava la voce sintetizzata e il Minitel francese per realizzare formazione a distanza ma eravamo pionieri: le tecnologie erano ancora molto povere, ma i risultati erano già di buon livello. Tornata in Italia, decisi di fondare Didael, il cui nome non significava altro che Didattica con l’elaboratore. Una scelta fortunata, perché "el" oggi può essere letto anche come e-learning e così, dopo vent’anni, è ancora attuale… Le mie priorità sono sempre state legate alla gioia del fare e quella di crescere e far crescere le persone che contribuiscono a realizzare i vari progetti di lavoro. In quanto donna, credo di avere una percezione e una sensibilità capace di andare oltre ai semplici obiettivi di business e di profitto".


Fondare una società, presuppone degli sponsor. Oppure aveva già un’idea su cui aveva deciso di lavorare?


">La mia idea era proprio quella di portare in Italia la didattica con l’elaboratore. Sono partita nell’83 con un progetto di insegnamento dell’italiano ai bambini con difficoltà di apprendimento. Ad aiutarmi c’era una programmatrice bravissima, che oggi è ancora con me. Per lavorare le confesso che ci facevamo prestare il computer da un amico: un M20 Olivetti. Italiano di base, le cui release si sono succedute e hanno portato il prodotto allo stato dell’arte, è ancora oggi considerato da tutti la prima soluzione di software didattico. Non ho mai pensato di importare i prodotti americani perché secondo la mia formazione umanistica e la mia esperienza didattica, ho sempre pensato che gli italiani hanno una storia e un approccio alla didattica profondamente diversi. Per di più, non ero motivata a svolgere un ruolo da commerciale: il mio obiettivo era la qualità didattica cercando di anticipare le tecnologie e di integrarle, non rincorrerle".


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Quali differenze ha trovato tra Usa e Italia nel campo della ricerca didattica?


"Basta dire che non c’è alcun dubbio che negli Stati Uniti la ricerca sia davvero considerata una risorsa strategica a tutti i livelli. Là chi ha buone idee ha la possibilità di ricevere il supporto necessario dalle università, dalle aziende, dalle associazioni e dalle istituzioni. In Europa, e soprattutto in Italia, il mondo della scuola è molto diverso e piuttosto lontano dal mondo dove si fa vera ricerca. Esiste proprio un altro approccio metodologico e organizzativo. Forse non è un caso che nel nostro Paese gli investimenti nella ricerca siano solo l’1% del nostro Prodotto interno lordo".

Secondo lei è questo il motivo per cui nel campo dell’e-learning la maggior parte del mercato è orientata più all’importazione delle soluzioni anglosassoni che allo sviluppo di soluzioni made in Italy?


"In Italia ci siamo sempre fatti trascinare dal fascino delle avanguardie tecnologiche d’Oltrecortina. Questo ci ha permesso di tenere il passo, ma ha anche generato molta confusione. Oggi, sono in molti a pensare di comprare e-learning mentre invece acquistano un semplice Cd-Rom. L’e-learning è molto di più: è un mix di formazione e tecnologie in cui tante risorse diverse concorrono a realizzare una soluzione orientata all’educational. Il valore aggiunto dell’e-learning è di ampliare i paradigmi formativi e le modalità di accesso ma, si badi bene, non è Fad perché la Rete è solo un mezzo di trasporto. L’ electronic learning è un insieme non casuale di tutti i supporti digitali, cioè di contributi multimediali, con cui è possibile fare ed erogare formazione. L’utente si trova, così, ad aver diversi strumenti di accesso alle informazioni con l’ausilio di alcuni facilitatori: tutor e colleghi che insieme formano una comunità virtuale. In quest’ottica il modo di imparare si genera da diversi livelli di competenza e di scambio continuo ed è per questo che da tempo sostengo che nell’e-learning occorra oggi una nuova figura professionale, ovvero l’intermediario, che aiuti i discenti a distinguere i contenuti più opportuni nel mare magnum delle informazioni. Le piattafome di e-learning sono importanti ma la vera difficoltà oggi sta nel trattamento didattico ed ergonomico dei contenuti ed è per questo che importare i modelli anglosassoni non è sufficiente. Il learning object è un contenuto la cui forma deve essere necessariamente finalizzata ed è questo il primo e vero valore del processo di didattica con l’elaboratore. Gli strumenti sono il passo successivo".

Internet è comunque stato il canale mediatico che ha dato alla formazione elettronica la maggiore spinta propulsiva…


"Certamente, ma con una differenza: il problema di Internet non è quello di riuscire a creare contenuti quanto, piuttosto, di movimentare la domanda e la risposta, cioè la qualità del dialogo e dell’interazione tra esperti, discenti, docenti e ricercatori. Negli ultimi tempi i criteri con cui si valuta il livello di relazione con la Rete è cambiato: da un’economia del click oggi si parla di economia dell’attenzione, che, secondo me, può anche essere tradotta come economia della convinzione. Nessuno tiene conto delle resistenze dell’utente, che reagisce con un certo fastidio all’innovazione che irrompe nelle sue quotidianità. I technology driven sono pochi e, malgrado l’interesse, la novità genera anche un certo disagio.


L’utente "normale" si convince solo quando ha capito. Internet è stato il primo caso in cui la diffusione si è avuta tra i technology driven. Da fenomeno sottovalutato è diventato un fenomeno di ingordigia. Un fenomeno nato dal basso e a dispetto delle previsioni dei leader della produzione che, quando hanno capito l’opportunità, hanno cominciato a imporre le tecnologie. Così è venuto a meno il passaggio intermedio che imponeva di comunicare e diffondere l’innovazione del processo: editori, telecomunicazioni e finanza non sono stati capaci di alcuna iniziativa. Nessuno ha preso per mano l’utente per farlo provare e per convincerlo. Questo spiega il crash dell’e-commerce. La Rete necessita di grossi interventi di alfabetizzazione sui saperi minimi trasversali: la nostra vita è ormai attraversata dalle tecnologie. Quello che manca è la capacità di dare informazioni differenziate in base ai diversi referenti e secondo diversi approcci. Inoltre, manca la metabolizzazione dell’esperienza, che è ciò che fa una professione. Infatti, a dispetto dei tanti master e delle tante strategie manca sempre il problem solving. Oggi le cose stanno cambiando: si sta lavorando per rendere l’interattività customizzabile. Tra due anni, grazie alla scelta di nuove architetture più avanzate, la tipologia del trattamento dei contenuti sarà di tipo server based".

Ci sta rivelando il futuro dell’offerta Didael, per caso?


"I nostri laboratori di ricerca e sviluppo stanno mettendo a punto la definizione dei vari profili utente, secondo diversi modelli comportamentali.


Grazie a degli agenti intelligenti all’interno del sistema di programmazione che utilizziamo, l’attività di monitoraggio sul grado di relazione e interazione dell’utente ci permetterà di arrivare a capire e definire il modo migliore per delineare il più giusto percorso di apprendimento. Non sappiamo come impariamo e non sappiamo quale sia il metodo migliore. La possibilità di comporre dinamicamente ogni pagina del percorso didattico, a seconda del tipo di utente, permetterà la configurazione di una soluzione "su misura", sempre più flessibile e funzionale".

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