Cultura del dato e strategia della PA

Nel ciclo di gestione della performance, innovazione normativa e processi tecnologici provano a dialogare. Ma attenzione all’“animale” e al “cappello”.

“La complessità viene sovrastimata, conta di più la chiarezza in pochi ma precisi obiettivi”.
E’ questa la partenza di Mario Dal Co, consigliere del Ministro per la PA, per spiegare come interpretare il cambiamento nella pubblica amministrazione nel contesto tecnologico ispirato dai fornitori di sistemi aziendali.

A due settimane dalla possibile trasformazione in legge, il “decreto Brunetta” continua a far parlare di sé nello specifico e nelle sue importanti conseguenze. Alla base dell’impianto filosofico porta la misurabilità dei risultati, con l’individuazione del miglioramento e il confronto con indicatori, secondo una strategia da sintonizzare anche sulle dirette valutazioni dei cittadini.

La necessità di rifarsi a metriche ed indicatori di prestazione (Kpi) riporta l’informazione grezza, i “dati”, al centro dell’attenzione, ai quali dar forma attraverso manager con la cultura del dato. Le pubbliche amministrazioni sono chiamate a raccoglierne, farne report che ispirino modelli e quindi ottimizzare i risultati. L’azione dev’essere non solo tattica ma anche e soprattutto strategica, come rimarcato dalla mezza giornata di lavori proprio sulla Governance strategica, promossa da Forum PA con la collaborazione di Sas e presieduta da Carlo Mochi Sismondi.

Strategia ed operatività
Ancor oggi, l’approccio alla gestione del settore pubblico proposto dai fornitori ICT somiglia molto a quello delle multinazionali, ai quali viene proposto un cambiamento piuttosto forte. Talvolta vengono proposte anche delle formule pseudo-matematiche per correlare la resistenza al cambiamento stesso. Ma ora è evidente che esiste una governance strategica, appunto basata su una visione con pochi elementi ben chiari, evitando complessità inutili al livello più alto.

La strategia va integrata con quella operativa ma da essa completamente distinta negli strumenti informativi e nel dettaglio e numero degli indicatori.
“E’ difficile osservare l’animale”, ha detto Renzo Marin della Regione Veneto, che certo ha la cultura del dato ma anche una più classica passione, visto che la sua frase ricorda la collazione di articoli “I Barbari” di Alessandro Baricco.
In questo caso, però, l’animale è quella strana composizione che è il sistema informativo di un ente della PA. Marin è coordinatore tecnico del Centro regionale di competenza (CRC) della sua regione e la sua osservazione l’ha portato a considerare il sistema nella sua interezza. Il risultato è stato sorprendente: è necessario affidare a valutazione agli utenti, che forniscono gli unici dati essenziali a chi eroga un servizio.

“Basta Service Level Agreement e roba del genere, basta parametri tecnologici”, conclude Marin.
Proprio i dati sono il centro dell’innovazione-rivoluzione proposta: ora anche per la PA sono un asset, “come fu a suo tempo per il CRM delle aziende telefoniche”, paragona Fabrizio Padua di Sas. E se finora nella PA ci si è limitati a dei report più o meno standard, adesso si passa alla modellazione predittiva fino a soluzioni di citizen intelligence, secondo uno slogan che somiglia molto a “modellare per prevedere”.

Punti interrogativi
L’attenzione ai dati è la base del cambiamento. I dati provengono da varie fonti, in questo somigliando all’attuale approccio all’Enterprise 2.0 e ai suoi dati non strutturati nei quali ricercare nuove possibilità di business. Ma la PA non è un’azienda e spesso non è possibile identificare risultati concreti (output) di un lavoro comunque svolto.
“Cosa vogliamo misurare?”, ha sintetizzato Giancarlo del Bufalo, presidente del Secin (Servizio di controllo interno) del Ministero delle Finanze.

Questo è uno dei punti sui quali, anche formalmente, la conversione in legge del decreto Brunetta 15/2009 difficilmente riuscirà ad innescare il processo virtuoso che raccoglie entusiasmi e porta al successo.
Un secondo punto saliente, probabilmente quello che ha goduto della diffusione più ampia, è l’assegnazione degli incentivi, principalmente quelli economici, e la relativa suddivisione 25-50-25. Questo punto, fondante della filosofia dell’intero decreto, sembra permettere di liberare risorse da manovrare con margini sconosciuti alla PA, ingessata dal blocco delle assunzioni e dei budget.

“Il 25-50-25 richiede il totale ripensamento con l’attività lavorativa”, ha completato Gregorio Tito, direttore centrale dell’organizzazione in Inps.
La sua affermazione collega merito individuale e cambiamento dei processi. E per finire in piena cultura concludiamo con la citazione di Dal Co, che ammonisce gli informatici di non fare come l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (come raccontato da Oliver Sacks), straordinariamente capace di descrivere le parti più minute ma incapace di una visione d’insieme.
La cultura ci vuole, insomma. Nella PA che cambia, soprattutto quella del dato.

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