Consumer Rights: le associazioni europee dicono no

Si oppongono le principali associazioni europee del commercio elettronico. Le nuove regole impongono eccessivi oneri a carico dei merchant e rischiano di frenare la crescita dell’intero comparto.

Ne avevamo parlato nel mese di febbraio, quando la direttiva Consumer Rights aveva ottenuto l’approvazione da parte della Commissione mercato interno del Parlamento europeo (Imco).
La direttiva, avevamo scritto, intende ”armonizzare i diritti dei consumatori, e quindi la tematica del commercio”, attraverso ”regole comuni per tutta la Ue, che sanino l'effetto patchwork delle attuali 27 normative”.

A due messi dalla possibile entrata in vigore delle nuove regole, contro la direttiva si stanno sollevando le principali associazioni europee che di commercio elettronico si occupano, che hanno presentato nella giornata di ieri formale richiesta ai rispettivi Governi affinché non sottoscrivano la proposta europea e invitino piuttosto le Autorità centrali a consultare gli organi di rappresentanza del settore nei vari Paesi prima di legiferare in materia.
In particolare, l’opposizione è stata presentata dalla francese Fevad (Fédération e-commerce et Vente à Distance), dall’inglese Imrg (Interactive Media in Retail Group) e dall’italiana Netcomm (Consorzio del commercio elettronico italiano).

Oggetto di discussione sono, nello specifico, gli articoli 22a, 12, 16 e 17.
L’articolo 22a, nello specifico, impone ai siti di e-Commerce la consegna in tutta Europa, obbligando qualsiasi iniziativa imprenditoriale a prevedere fin dal suo avvio un sistema di pagamento con 7 valute differenti, la traduzione in 25 lingue e contratti di spedizione in 27 Paesi.
Le associazioni ritengono che questi obblighi rappresentino un freno pesante all’avvio di qualsiasi iniziativa e, soprattutto, costituiscano un limite alla libertà del singolo imprenditore di scegliere il proprio modello di business e il proprio mercato di riferimento.

Gli altri tre articoli oggetto di contestazione, invece, riguardano il diritto di recesso.
In particolare, secondo la direttiva il consumatore avrebbe il diritto di notificare la sua volontà di restituire il bene acquistato entro 14 giorni dall’acquisto, con l’obbligo di restituirlo entro i successivi 14 giorni.
In totale, sostengono le associazioni, una finestra di 28 giorni che triplica o quadruplica i tempi attualmente previsti dai singoli Paesi per l’esercizio di questo diritto e che potenzialmente potrebbe incentivare i consumatori a ordinare un numero di prodotti superiore a quanti intendono comprare, con un inevitabile effetto peggiorativo sui costi a carico dei venditori online.
Inoltre, sempre nell’ambito del diritto di recesso, vengono accorciati i tempi imposti ai merchant per il rimborso al consumatore: si passerebbe da 30 a 14 giorni, con il rischio di dover rimborsare il bene prima di riceverlo indietro, senza la possibilità di verificare che il prodotto sia ”integro, non utilizzato e uguale a quello spedito”.

Non solo.
Come precisano in una loro nota, emessa parallelamente a quella di Netcomm, Pixmania e vente-privee.com evidenziano come per ordini superiori a 40€, le aziende sono obbligate al rimborso delle spese di rispedizione. Questo significa che per un ordine di 40€, la perdita diretta per il venditore può essere stimata intorno ai 10€, senza considerare, anche in questo caso, l’effetto-incoraggiamento sui clienti, spinti a ordinare più prodotti alla volta, spesso senza neppure la reale intenzione di acquisto, nella certezza di poterlo fare senza oneri a loro carico.
Inoltre, laddove la gratuità delle spese di consegna e di restituzione dovesse applicarsi a tutti gli ordini, compresi quelli per i prodotti consegnati all’altro capo dell’Unione Europea, l’effetto sarebbe peggiorativo per tutti, clienti inclusi.
Ridotti i margini operativi sulle attività di commercio, ai merchant resterebbe una sola scelta: scelta che aumentare i propri prezzi di vendita su Internet.

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