A Stallman il cloud computing non piace

Secondo l’attivista americano del movimento del software libero, il “cloud computing” sarebbe una sorta di trappola atta a legare gli utenti a sistemi chiusi e proprietari che avranno costi sempre maggiori nel corso del tempo.

Attivista americano del movimento del software libero, hacker e programmatore, Richard Stallman, nel corso di un’intervista rilasciata a “The Guardian”, ha criticato aspramente la filosofia del “cloud computing”.
Le dichiarazioni rilasciate non danno adito ad interpretazioni differenti: Stallman si è duramente scagliato contro le applicazioni web-based citando espressamente anche lo stesso Google Gmail.
Secondo Stallman il “cloud computing” sarebbe una sorta di trappola atta a legare gli uetnti a sistemi chiusi e proprietari che avranno costi sempre maggiori nel corso del tempo.
Il 55enne newyorkese sostiene che le informazioni debbano essere tenute il più possibile vicino a sé piuttosto che affidarle ad un server gestito da terzi e situato potenzialmente anche a migliaia di chilometri di distanza.

Con il termine “cloud computing” ci si riferisce comunemente ad un insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse distribuite. La potenza di calcolo necessaria per gestire delle informazioni, nel caso del “cloud computing” si sposta sul server remoto piuttosto che poggiare interamente sul sistema locale dell’utente. Un sempre maggior numero di aziende, quali Google, Microsoft e Amazon, sta investendo sul “cloud computing” tanto che Dell, di recente, avrebbe tentato di registrare l’espressione senza però riuscirvi.

Lo stesso Larry Ellison, fondatore di Oracle, aveva recentemente criticato il “cloud computing” parlandone come “una moda”. Stallman fa eco ad Ellison suggerendo alle aziende di star lontane dal “cloud computing” e continuare ad elaborare in dati localmente.

Non manca comunque chi si pone in una posizione diametralmente opposta rispetto a quella descritta da Stallman. Alcuni analisti, ad esempio, osservano come, secondo loro, Stallman non abbia analizzato il problema in modo obiettivo. Sebbene le eccezioni sollevate siano condivisibili, Stallman sbaglierebbe nel dire che la questione non possa essere gestita: anche il “cloud computing” potrebbe quindi essere adattato alle regole che “goverano” il software libero.
Lo stesso Tim O’Reilly, nel corso di una recente conferenza, ha ammesso le problematiche insiste nel “cloud computing” dichiarandosi comunque fiducioso nell’evoluzione delle soluzioni sperimentali che la comunità opensource sta mettendo sul tappeto.
La discussione è aperta.

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