A rischio il credito d’imposta per la ricerca

Le imprese che sono riuscite a prenotare le risorse potrebbero essere chiamate a restituire il bonus per un’ipotetica incompatibilità con la normativa europea sugli aiuti di Stato

In occasione del clic day per la prenotazione del bonus fiscale per le attività di ricerca è stata da tutti evidenziata l’estrema celerità (35 secondi) con la quale sono state esaurite le risorse stanziate. In molti hanno proposto di invocare il legittimo affidamento per le imprese che avevano avviato attività di ricerca confidando anche sui benefici fiscali previsti dalla legge. In quell’occasione – né peraltro prima, quando già se ne potevano immaginare le conseguenze – nessuno ha sollevato un problema ben più grave derivante dall’imposizione di un tetto ai fondi disponibili per il credito d’imposta ricerca.


Natura dell’agevolazione
Il bonus per la ricerca fu notificato “per certezza giuridica” alla Commissione europea come “non aiuto”, ai fini della disciplina comunitaria degli aiuti di Stato. La natura di non aiuto discendeva dal fatto che esso si connotava come regime fiscale generale; caratteristica questa che faceva mancare uno degli elementi costitutivi dell’aiuto di Stato: la selettività.


La mancanza di selettività era conseguenza del fatto che qualunque impresa (a prescindere dal settore, dalla dimensione o dalla localizzazione) poteva usufruire delle agevolazioni in questione a sua totale discrezione, senza che lo Stato potesse in alcun modo subordinarne la fruizione a situazioni particolari. Questa condizione è venuta meno nel momento in cui si è posto un tetto alle risorse disponibili e quindi all’accesso alle agevolazioni, richiedendo l’introduzione di un criterio di selezione (basato, come è noto, sull’ordine cronologico di presentazione delle istanze).


L’introduzione di un tetto – anche a prescindere dal fatto che questo venga raggiunto o meno – trasforma un regime da generale in selettivo, facendolo diventare aiuto di Stato ai sensi dell’art. 87, par. 1 del trattato Ce.


Le conseguenze di questo cambiamento sono di natura diversa: da un lato viene a cadere la possibilità di “cumulare” le agevolazioni in questione con altri incentivi pubblici per le stesse spese; ma soprattutto si pongono problemi di legittimità, sotto il profilo comunitario, degli aiuti e addirittura della loro compatibilità.


La possibilità di sommare il credito d’imposta per la ricerca con aiuti provenienti da altra fonte è stato uno dei motivi dell’impostazione originaria dell’incentivo come “non aiuto”; si voleva dare una spinta sensibile alle attività di ricerca, superando i limiti posti dalla normativa comunitaria: cosa possibile appunto cumulando sulle stesse spese gli aiuti per i progetti di ricerca previsti dai diversi strumenti agevolativi esistenti, con il (“non aiuto”) credito d’imposta.


Operazione possibile, come certificato anche dalle circolari dell’Agenzia delle Entrate 46/08 e 17/09, dal Dm 3 settembre 2008 del Ministero dell’Università e della Ricerca e dalla circolare del dipartimento per la competitività del Ministero dello Sviluppo economico del 5 dicembre 2008.


Da notare che quest’ultimo documento precisa che la cumulabilità deriva dal fatto che “non è previ-


sta alcuna limitazione delle risorse disponibili”; e tale precisazione viene fatta una settimana dopo la pubblicazione del Dl che introduce il tetto da cui appunto discende l’esclusione del cumulo.


Intensità dell’aiuto
Ma il secondo problema è certamente più grave. Una volta divenuta aiuto di Stato, occorre che l’agevolazione rispetti tutte le condizioni poste dalle regole comunitarie per gli aiuti alla ricerca, a cominciare dall’intensità degli aiuti.


Ora, il credito d’imposta previsto – a prescindere dalla tipologia di ricerca svolta – è di 10 punti percentuali, elevabili a 40, nel caso di contratti stipulati con università ed enti pubblici di ricerca. Le intensità stabilite dalle regole comunitarie variano invece dal 25% al 50%, a seconda che si tratti di sviluppo sperimentale o ricerca industriale, con le maggiorazioni di 10 o 20 punti percentuali quando beneficiarie degli aiuti siano, rispettivamente, medie o piccole imprese ed un’ulteriore maggiorazione di 15 punti (con un tetto, comunque, dell’80%) nel caso in cui un progetto di ricerca comporti una collaborazione effettiva tra due imprese o tra un’impresa e un organismo di ricerca.


La normativa italiana accorda un credito d’imposta pari al 40% semplicemente se i costi siano riferiti a contratti stipulati con università ed enti pubblici di ricerca:


sia che si tratti di collaborazione, che di commessa. Secondo la normativa comunitaria, nel secondo caso non è possibile alcuna maggiorazione.


Le intensità previste per il credito d’imposta non sono in linea, dunque, con le regole comunitarie (un’attività di sviluppo sperimentale realizzata da una grande impresa attraverso una commessa a un organismo di ricerca potrebbe infatti attenere solo il 25% di aiuto (il 35% nel caso di una media impresa), anziché il 40%).


Effetti dell’incompatibilità
L’introduzione del tetto ha avuto dunque la conseguenza – segnalata a suo tempo da tutti coloro che avevano seguito la notifica – di trasformare un “non aiuto” in un aiuto di Stato che risulta, per di più, illegale (in quanto non notificato, o non notificato nei termini oggi vigenti) e incompatibile (perché non conforme agli standard previsti dalle regole comunitarie).


Gli aiuti “concessi” dopo la modifica sarebbero, di conseguenza, suscettibili di recupero: le imprese beneficiarie potrebbero cioè essere chiamate a versare le imposte per le quali hanno usufruito del credito, quanto meno per la parte eccedente l’aiuto che risulterebbe compatibile caso per caso, con gli interessi maturati nel frattempo.


E qui sorge un altro problema: quello dell’individuazione delle imprese presso le quali deve essere recuperato l’aiuto e della sua quantificazione, caso per caso; e tale quantificazione non dovrebbe essere fatta con riguardo solo ai benefici ottenuti con il credito d’imposta, ma andando a verificare l’eventuale cumulo con altre agevolazioni sulle stesse spese.


Operazione questa pressoché impossibile, in considerazione anche del diverso metodo di individuazione dei costi ammissibili.


In questa situazione per certi versi chiara (la sostanziale modifica del regime), per altri estremamente confusa (la valutazione delle situazioni dei singoli casi), le imprese che sono riuscite a prenotare il bonus si troveranno nell’incertezza del loro destino per un periodo di tempo che rischia di essere molto lungo.


(per maggiori approfondimenti vedi Finanziamenti e credito, Novecento Media)

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