A qualcuno piace freddo

Google investe 200 milioni di euro per trasformare una cartiera finlandese in data center. E qualcuno potrebbe seguirla, per questioni climatiche.

200 milioni di euro di investimento per realizzare un datacenter nella regione di Hamina, in Finlandia.
Li ha confermati Google, che ha di fatto convertito una vecchia cartiera sul Mar Baltico in un data center, attratta sia dal clima freddo, sia dal basso costo dell’elettricità.
Una scelta strategica, che comprensibilmente piace al Paese Scandinavo, soprattutto se in prospettiva può fare da apripista a ulteriori investimenti da parte di altre multinazionali.

Per riadattare il vecchio stabilimento alle nuove esigenze, Google ha dovuto realizzare un sistema di raffreddamento ad acqua marina, oltre ad accollarsi I costi della struttura e quelli dei server: il tutto, per l’appunto, con un investimento di 200 milioni di euro.
La convenienza sembra però esserci.
Lo scorso anno, stando alle cifre citate da Wall Street Journal, Google ha consumato qualcosa come 2,6 terwattora di elettricità, l’equivalente del consumo di 200.000 case americane.
Elettricità necessaria sia per tenere attiviti server, sia per raffreddarli.
Appare evidente come un clima più rigido possa contribuire a ridurre i costi legati al raffreddamento delle macchine generando un vantaggio competitivo per chi effettua l’investimento.

Le cifre in gioco sono importanti.
Secondo una ricerca condotta da Cisco, lo scorso anno i data center hanno pesato per l’1,5% sull’uso complessivo di elettricità sul pianeta e se è vero come sembra essere vero che nel prossimo quinquennio in traffico Internet è destinato a quadruplicare, non è difficile immagina re come mai per aziende come Google il contenimento dei costi associati al consumo elettrico diventi prioritario.
Il come è chiaro: utilizzare l’ambiente invece dei raffreddatori.
In questo caso, accanto al clima Google intende utilizzare anche le acque del Golfo di Finlandia, utilizzando un tunnel sotterraneo esistente che porta le acque in una stazione di scambio di calore.
Nella zona, negli ultimi 50 anni si sono registrate solo 24 ore complessive nelle quali la temperatura dell’aria ha superato i 30 gradi, mentre la temperatura media annuale non supera i 2 gradi centigradi. L’aspettativa è dunque palese: raffreddare per l’intero anno la struttura utilizzando esclusivamente la temperatura ambientale.

Pare che altri big player americani si stiano muovendo nella stessa direzione e c’è chi sussurra con convinzione il nome di Facebook, se pure in assenza di qualsiasi conferma da parte della società di Zuckerberg.

I presupposti economici in fondo ci sono.
Se a questi si aggiungono l’infrastruttura di comunicazione eccellente, il basso rischio di disastri ambientali e la vicinanza con un mercato emergente come quello russo, non è difficile comprendere come il sogno nordico possa diventare realtà.

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