Perchè è “gratuito” il futuro della fatturazione elettronica

La fatturazione elettronica è un servizio da fornire gratuitamente e per sempre. Una opportunità per costruire una posizione dominante sul mercato, non solo italiano

Chris Anderson, chief editor di Wired, la rivista “bibbia” di internet, e autore del libro “The Long Tail”, ha appena pubblicato un articolo in cui sostiene che gratuito rappresenta - almeno su internet – il futuro del business.



In “The Long Tail” Anderson spiega che uno dei motivi per i quali internet ha cambiato le regole del business è che rende profittevole servire “micro-nicchie” che sarebbe impossibile servire con un modello di business tradizionale, allargando in questo modo le dimensioni del mercato indirizzabile.



Non solo Amazon può offrire centinaia di migliaia di titoli che per una libreria tradizionale sarebbe antieconomico tenere negli scaffali, ma Amazon realizza il 50% delle sue vendite di libri proprio da quei titoli.



In pratica, Amazon ha raddoppiato le dimensioni del mercato del libro.



La nuova idea di Anderson è che un discorso simile vale anche per il gratuito: mentre nel business tradizionale regalare un servizio in generale fa perdere soldi, nel mondo internet il “prezzo zero” rappresenta spesso il modo più efficace per fare soldi.



La legge di Moore dice che il costo della capacità di calcolo si dimezza ogni 18 mesi. Il costo dello spazio disco e della banda larga, le altre due tecnologie che sono alla base del web, sta scendendo almeno altrettanto velocemente.



Di conseguenza buona parte dei servizi offerti attraverso la rete stanno viaggiando rapidamente verso il punto in cui il costo marginale per fornire un servizio ad un nuovo utente diventa, a tutti gli effetti pratici, pari a zero.



A quel punto, secondo Anderson, è generalmente una buona idea offrire il servizio gratis.



L’esempio di Google, che offre tutti i propri servizi (da gmail, a picasa, al motore di ricerca,...) gratis ai consumatori (ed ha fatturato multimiliardario in crescita verticale) è così chiaro da non meritare commenti. Ma ce ne sono diversi altri.



I fenomeni in gioco sono sostanzialmente due. Il primo è che prezzo zero rappresenta un “mercato completamente diverso”, infinitamente più facile, rispetto a qualsiasi altro prezzo, per quanto piccolo.



Esiste un enorme divario psicologico tra gratuito e poco costoso, che spesso si traduce nella differenza tra un grande business e nessun business. Regala un prodotto e si diffonderà viralmente, vendilo anche per un solo euro e dovrai conquistarti i clienti ad uno ad uno.



Il secondo è che prezzo zero equivale a spingere i consumatori a “sprecare” una risorsa, che da “scarsa e sottoposta ad usi alternativi” – come i libri di economia ci insegnavano essere le risorse - diventa gratuita e quindi, agli effetti pratici, infinita.



Ciò “scatena l’immaginazione” del mercato che crea nuove applicazioni e nuovi business basati sullo “spreco” o, se si vuole, sull’uso smodato di tale risorsa.



Si pensi solamente quanta capacità elaborativa, prima costosa, oggi divenuta praticamente gratuita (nell’ultimo cip Intel il costo per transistor è di 0,000001 centesimi di dollaro), oggi si “spreca” in un PC per migliorarne l’usabilità da parte dell’utente.



La migliore usabilità del pc ha attratto molti più utenti, che hanno attratto molte più applicazioni, che hanno attratto molte più idee di business, che hanno cambiato il mondo.



La conclusione di Anderson è che gratuito consente, a chi lo “gioca” bene, di acquisire due “beni scarsi”, la reputazione, e l’attenzione degli utenti (o se si vuole il loro tempo), su cui poi si possono fondare business model estremamente interessanti. Esattamente come ha fatto Google con l’advertising.



Adesso che la fatturazione elettronica in Italia è stata resa obbligatoria dalla legge finanziaria (anche se non si sa ancora quando l’obbligo diventerà effettivo) diversi operatori stanno salivando di fronte alle prospettive di fatturato che un simile business, in qualche modo “ad acquisto obbligatorio”, potrà offrire.



Tanto più che la legge prevede espressamente “misure di supporto, anche di natura economica, per le piccole e medie imprese”...



L’impressione, invece, è che si tratti di un servizio che, per sua natura, diventerà presto gratuito per sempre, o ancora “peggio”, a costo zero. In altre parole non solo le aziende non dovranno mai pagare nulla per inviare fatture elettroniche, ma alle aziende non costerà nulla – o costerà pochissimo – attrezzarsi per farlo.



Il processo della emissione di fatture elettroniche si compone sostanzialmente di quattro fasi:




  • 1. bisogna trovare un modo per “estrarre” dati e immagine delle fatture dal gestionale della azienda emmittente




  • 2. bisogna firmare elettronicamente i file fattura con un opportuno certificato qualificato




  • 3. bisogna archiviare i file fattura come richiesto dal legislatore (ad esempio facendo in modo che siano consultabili per 10 anni)




  • 4. bisogna trasmettere le fatture elettroniche al cliente.



Per tutte e quattro le fasi, il costo marginale per permettere ad una impresa di inviare fatture elettroniche è molto vicino allo zero.



Fino a poco tempo fa, interfacciare il sistema informativo di una azienda con la infrastruttura che deve firmare elettronicamente e archiviare le sue fatture rappresentava un costo vivo di alcune migliaia di euro per il fornitore di servizi di fatturazione elettronica.



Un tecnico doveva spostarsi dal cliente, capire come era fatto il suo sistema informatico, e trovare il modo migliore per mettere in piedi l’interfacciamento.



Oggi esistono applicazioni – ancora in “fase beta” ma vicine ad una piena funzionalità – che permettono di effettuare questa connessione ad un costo di poche decine di euro, con un impegno di tempo molto limitato. Col crescere del parco installato, costi e tempi si avvicineranno rapidamente allo zero.



Firmare i file fattura con un certificato qualificato è certamente l’ultimo dei problemi: può solamente costare zero.




La legge permette espressamente ad un terzo di firmare con un proprio certificato le fatture in nome e per conto della società emittente. Un Hsm (Hardware security module, un modulo che permette la firma massiva) di “fascia alta” costa un paio di decine di migliaia di euro e riesce ad apporre oltre dieci firme al secondo. Cioè almeno 300 milioni di firme all’anno. Con cinque Hsm (considerando una “di scorta”) e meno di centomila euro si è in grado di firmare tutte le fatture B2B emesse in un anno in Italia.



Una fattura elettronica occupa (fra file immagine e file “dati”) circa mezzo mega di spazio disco. Il costo di un Gb di spazio disco era pari a circa 0,3 Euro nel 2007 e scende di circa il 30% all’anno.



Prendiamo pure i prezzi dell’anno scorso, moltiplichiamoli per 5 per tenere conto degli altri costi “variabili” (l’energia elettrica, la necessità di backup, il fatto che i dischi andranno sicuramente cambiati fra meno di 10 anni, con altri dischi ancora meno costosi e che consumano ancora molto meno), e ancora per 4000, il numero di fatture di una “media” azienda italiana già di ragguardevoli dimensioni (fatturato fra 5 e 50 milioni euro).



Il costo marginale per archiviare le fatture della azienda è di ben 2.7 euro l’anno. Un cappuccino e un caffè. O un chilo di pane.



Ci manca ancora il costo della rete trasmissiva necessaria per trasmettere le fatture in modo sicuro. Si chiama internet e farci passare sopra anche le fatture costa zero.



Nel passato – oramai remoto, quando internet non c’era ancora – si usavano le cosidette Van, reti a valore aggiunto che offrivano una qualità di trasmissione nettamente superiore a quella ottenibile linee “voce” in dial up”. C’è chi sostiene che anche oggi le fatture andrebbero fatte passare per una rete ad hoc. Onestamente si fa molta fatica a capire perchè.



Si fa un gran parlare del rischio “vaporizzazione del valore”, di “demonetizzazione” di intere industrie, a causa dell’abbattimento dei prezzi dovuto ad internet.



Sempre più gente chiama gratis con Skype (che nel 2007 secondo alcune stime ha veicolato il 10% delle comunicazioni telefoniche internazionali), mette (almeno negli USA) annunci economici gratuiti su Craiglist invece che a pagamento sui giornali (facendo perdere oltre 300 milioni di dollari di ricavi all’industria nel 2006), scarica musica da internet – pratica tanto illegale quanto diffusa che ha fatto crollare i ricavi annui delle case discografiche di sei miliardi e mezzo di dollari fra il 2000 e il 2006.



La fatturazione elettronica, ove si dovesse diffondere massivamente grazie anche ad una politica di prezzo zero, “vaporizzerebbe” fatturati e margini importanti – in particolare nell’industria postale, ma non solo.



In Europa si parla di circa 10 miliardi di fatture B2B l’anno. Facendo una ipotesi di una penetrazione del 50% e di una sessantina di centesimi per francobollo, parliamo di 3 miliardi di euro “a rischio”. Non siamo poi così lontani dalle cifre dell’industria discografica.



Se Anderson ha ragione, sono soldi che non si potranno mai recuperare, nemmeno in parte, vendendo servizi di fatturazione elettronica.



D’altra parte, quali è invece il valore che può essere creato fornendo servizi “fondati” sul fatto di avere i dati delle fatture (ma anche degli ordini, delle bolle e delle note di credito) in forma elettronica su un hub, a costo zero?



Il valore medio di una fattura è di circa 1.000 euro. Avere il dato in forma elettronica consente di semplificare il processo di approvazione e di contabilizzazione della fattura passiva e dei documenti correlati, di velocizzare le operazioni di pagamento e di incasso, e di rendere più semplice la trasformazione della fattura (con operazioni di factoring, anticipazione o di confirming) in un finanziamento al venditore.



Se tutto ciò potrebbe valere almeno lo 0,1% del valore della fattura, siamo a cavallo....




L'autore è amministratore delegato di Optininvoice
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