Nei Balcani c’è la polveriera degli euro investimenti

La regione sta cercando stabilità politica e finanziaria grazie all’aiuto europeo: il punto della situazione in un seminario di Promos sui benefici fiscali e le opportunità di business

Per i Balcani c'è un futuro da polveriera economica dell'Europa orientale. Questo l'auspicio emerso in un recente seminario, organizzato a Milano da Promos, sulle opportunità d'investimento in sei paesi (Albania, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Kosovo, Macedonia, Serbia). Un futuro ancora in bilico, cercando la stabilità politica e finanziaria delle istituzioni comunitarie, come antidoto ai conflitti nazionali che fino a una decina d'anni orsono hanno funestato la regione. C'è tanto da costruire, reclamando investimenti stranieri: non solo le classiche infrastrutture, ma anche i settori più in voga come le energie rinnovabili.

L'Italia nei Balcani
Il ruolo italiano si riassume nelle cifre esposte da Giorgio Novello, Consigliere diplomatico aggiunto del ministero per lo Sviluppo economico. L'export del nostro paese verso i Balcani è passato da dieci a 15 miliardi di euro dal 2005 al 2008; l'area assorbe il 10% degli investimenti diretti italiani all'estero, facendo di Roma il secondo partner commerciale europeo. Il mercato balcanico - secondo i dati World Bank Group - vale oltre 25 milioni di consumatori giusto alle porte dell'Ue, senza contare gli accordi di libero scambio con Russia e Turchia. Il costo del lavoro oscilla tra il 30 e il 70% rispetto agli altri paesi dell'Europa centrale e orientale; il regime fiscale è particolarmente vantaggioso, la popolazione mediamente molto giovane e sempre più specializzata e istruita.

A ogni paese il suo beneficio fiscale
In Bosnia-Erzegovina, per esempio, l'Iva è del 17% e il salario medio mensile netto (nel 2008) inferiore a 400 euro. Gli incentivi fiscali della Croazia prevedono un'imposta sulle società che può arrivare fino a zero, per le imprese che investono oltre otto milioni di euro. Per quanto riguarda l'assunzione del personale, il governo croato può sovvenzionare fino al 20% dei costi, se il tasso di disoccupazione della contea in cui un'azienda assume è superiore al 20 per cento. In Kosovo il 70% della popolazione ha un'età inferiore ai 35 anni; il salario medio è di 230 euro. Anche l'Albania sta promuovendo sei zone industriali attraverso misure fiscali di vario tipo; energia, edilizia, trasporti, turismo sono alcuni dei settori che promettono i maggiori slanci nei prossimi anni.

Aree tecnologiche in Macedonia
L'agenzia macedone per gli investimenti esteri pubblicizza un governo “orientato al business”, che garantisce i diritti di proprietà delle compagnie straniere, contro eventuali nazionalizzazioni. Così la Macedonia sta puntando su aree speciali per lo sviluppo tecnologico e industriale (Tidz è l'acronimo inglese): come quella di Skopje, dove l'imposta sulle società è annullata per i primi dieci anni (nel resto della Croazia è pari al 10%). L'Iva è anch'essa azzerata invece di essere al 18 per cento. Idem per l'imposta doganale sulle materie prime e i macchinari; poi ci sono i costi competitivi dell'energia elettrica e per la costruzione di fabbricati industriali, tra 175 e 220 euro per m², il 30% del valore medio europeo secondo i dati Eurostat 2007. Il numero dei laureati nelle discipline tecniche di collegi e università, è salito da 600 nel 2003 a mille nel 2007.

La Serbia guarda alle rinnovabili
La Serbia ha attirato oltre 13 miliardi di dollari d'investimenti diretti esteri dal 2002 al 2008. È poi l'unico paese, a parte le ex repubbliche sovietiche, ad avere un rapporto di libero scambio con la Federazione Russa, un mercato da 142 milioni di persone. La Serbia, infine, offre un vasto campo d'azione per progetti di energie rinnovabili, finora frenate da barriere finanziarie e istituzionali: soprattutto la scarsa attenzione delle imprese al risparmio energetico, la mancanza di tariffe “feed-in” e il costo molto competitivo dell'elettricità generata da fonti fossili. Il maggior potenziale risiede nelle biomasse (2,40 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio), seguite dall'energia solare e dall'idroelettrico.

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